Contro il monopolio delle piattaforme serve una contrattazione collettiva dei dati

21 Settembre 2026 - 06:00
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Contro il monopolio delle piattaforme serve una contrattazione collettiva dei dati

Da pochi giorni il frigorifero ha verso chi lo usa un obbligo che il Comune non ha. Per effetto del Data Act europeo, ogni prodotto connesso immesso sul mercato dopo il 12 settembre deve essere progettato perché i dati del prodotto e del servizio collegato siano accessibili a chi lo usa, gratuitamente e in un formato strutturato e leggibile. Vale per l’automobile, per il trattore, per la lavatrice collegata al telefono. Il regolamento non dice che quei dati ci appartengono, dice che non sono più soltanto di chi ha costruito l’oggetto.

Oltre quella soglia, però, il nostro dato non lavora per noi. Nell’amministrazione pubblica resta chiuso: l’Inps sa quanti mesi hai lavorato, l’Asl quante visite hai saltato, il gestore del trasporto quando è passato l’autobus e con quanto ritardo, e nessuno te lo restituisce in una forma che ti serva. Nelle piattaforme viene estratto: spostamenti, acquisti, orari e abitudini alimentano profitti e modelli di intelligenza artificiale costruiti altrove. Eppure, messi in comune con regole precise, quegli stessi dati potrebbero ridurre le domande necessarie per ricevere un aiuto, prevenire una fragilità prima che diventi un’emergenza, correggere un servizio che non funziona e pagarne il miglioramento.

Il Data Act risolve una parte del problema, perché riconosce a chi usa un prodotto connesso il diritto di accedere ai dati che contribuisce a generare. Ma un cittadino che ottiene un file dal suo frigorifero, o esercita i propri diritti di accesso verso un Comune o una piattaforma, è formalmente più libero e resta contrattualmente debole, esattamente come un lavoratore solo davanti a una grande impresa. Il Novecento ha risolto quel problema con la contrattazione collettiva, e il nostro secolo deve risolvere questo nello stesso modo. La portabilità restituisce al cittadino il suo dato. La mutualità gli restituisce il valore che quel dato acquista quando viene unito a quello degli altri.

Prendiamo Davide. Ha 35 anni, un contratto a termine, un reddito sotto soglia, un figlio. Lo Stato sa tutto questo, perché ogni pezzo della sua vita è registrato da qualche parte. Eppure, per ottenere ciò che gli spetta, deve scoprire da solo di averne diritto, calcolare l’Isee, trovare lo sportello giusto e mettersi in fila. Il welfare italiano non raggiunge chi ha diritto. Raggiunge chi sa chiedere.

La proposta si scrive in una frase. Il cittadino non cede i suoi dati al Comune, né li regala a una piattaforma: li conferisce a un’istituzione comune che li amministra nel suo interesse. È la differenza tra privatizzare e mutualizzare. Gli operai dell’Ottocento non chiesero allo Stato di assicurarli: misero in comune i loro contributi e fondarono le società di mutuo soccorso. Oggi la risorsa da mettere in comune è l’informazione. L’intelligenza artificiale è la nuova energia su cui corrono risorse per rispondere a bisogni. Come fu per l’energia elettrica all’inizio del novecento si tratta di costruire soluzioni per dare a tutti la possibilità di ottenere valore dalla cessione dei propri dati.

Proviamo a vedere che cosa cambierebbe, concretamente. Per Davide significherebbe non dover scoprire da solo ogni agevolazione. In un progetto autorizzato dalla legge e costruito con gli enti competenti, una caduta del reddito già comunicata all’Inps potrebbe attivare la verifica dei sostegni disponibili e una proposta che lui resterebbe libero di accettare. Per una persona anziana che vive sola e sceglie di aderire a uno specifico servizio di prevenzione, variazioni anomale nei consumi domestici e mancati contatti programmati potrebbero produrre non una diagnosi, ma una segnalazione da verificare: la luce che non si accende più di sera, i consumi crollati durante un’ondata di calore, una telefonata settimanale rimasta senza risposta. Un operatore chiama, o suona il campanello, prima che serva un’ambulanza. Per chi prende ogni giorno autobus e metropolitana, i tragitti conferiti dai cittadini mostrerebbero non soltanto dove passa un mezzo, ma dove il servizio costringe ad aspettare, a cambiare percorso o a rinunciare al viaggio.

In tutti e tre i casi il dato compie lo stesso tragitto. Parte da una persona, viene messo in comune per una finalità scelta, torna alla persona sotto forma di un diritto, di una prevenzione o di un servizio migliore. Oggi quel viaggio si interrompe a metà: l’amministrazione raccoglie e non restituisce, la piattaforma raccoglie e monetizza. La mutualità serve a chiudere il circuito.

E il vantaggio più grande non è individuale. Mille tragitti messi in comune mostrano una linea di autobus insufficiente. Mille bollette, incrociate con le caratteristiche delle abitazioni e con dati sociali aggregati, mostrano dove può concentrarsi la povertà energetica. Mille visite saltate possono rivelare che un servizio sanitario è disponibile sulla carta e difficile da raggiungere nei fatti. Il singolo dato racconta un comportamento. Messo in comune, racconta un problema pubblico. È una conoscenza della città che oggi esiste soltanto in frammenti, e che nessun assessore, commissione o sondaggio riesce a ricomporre da solo.

Quei frammenti, però, qualcuno li possiede già, ed è questo il punto che dovrebbe togliere il sonno a chi governa una città. Le app di navigazione osservano in tempo reale dove il traffico rallenta. Le piattaforme di consegna conoscono la distribuzione degli ordini per quartiere e per ora. Gli operatori telefonici misurano i flussi delle persone. Ogni impresa ne vede una parte e la usa per il proprio servizio. Il governo urbano, invece, non dispone di un quadro comune governato nell’interesse dei cittadini. Che senso ha che alcuni dei sensori più precisi della città lavorino soltanto per ottimizzare un servizio privato, e non possano, a condizioni stabilite dai cittadini, aiutare a decidere dove far passare un autobus?

La prima obiezione è la fiducia, ed è giusta, per questo non si entra nella mutualità con una delega in bianco. Si può condividere il dato sulla mobilità per migliorare i trasporti e non quello sanitario, autorizzare una ricerca e non un uso commerciale, partecipare per un anno e poi uscire. Non si conferisce la propria vita, si autorizzano usi circoscritti, con il divieto esplicito di profilazione commerciale e di controllo individuale, algoritmi sottoposti a verifiche indipendenti e cittadini rappresentati negli organi che decidono. Il Comune promuove, garantisce e utilizza. Non possiede.

La seconda obiezione è il denaro, e la risposta è che in parte paga chi usa. Se un’impresa sviluppa un servizio commerciale sui dati aggregati della mobilità, non compra le informazioni personali di nessuno. Paga l’accesso a un patrimonio governato collettivamente, e quel ricavo finanzia pensiline, corse serali, trasporto per le persone fragili. Nell’economia dell’intelligenza artificiale i dati sono la materia prima più preziosa, e oggi la cediamo gratis. La regola della mutualità è semplice: chi estrae valore restituisce valore.

Non serve inventare il diritto da capo. Il regolamento europeo sulla governance dei dati disciplina già i servizi delle cooperative di dati: strutture costituite dai cittadini per aiutarli a esercitare i propri diritti, compiere scelte informate e negoziare collettivamente le condizioni d’uso delle loro informazioni. È, quasi parola per parola, il sindacato dei dati. Dal 2024 l’Italia ha affidato all’Agenzia per l’Italia digitale il controllo della procedura di notifica. L’istituzione descritta qui non esiste ancora, e la mutualità non aprirebbe magicamente gli archivi pubblici: servirebbero una base legale e accordi con gli enti che li custodiscono. Ma non dobbiamo partire da zero. Il diritto europeo ha creato lo spazio. Una città deve decidere di costruirci dentro.

Chi perde è facile da individuare. Perdono le piattaforme ogni volta che, invece di raccogliere autorizzazioni da individui isolati, si troveranno davanti cittadini organizzati che esercitano insieme i propri diritti e negoziano le condizioni d’uso. Perdono i fornitori di sistemi chiusi e le burocrazie che vivono della complessità. E perde la tentazione di ogni amministrazione di trattare le informazioni dei cittadini come un patrimonio della maggioranza di turno.

Welfare, sanità, trasporti e prevenzione oggi guardano la stessa persona da dieci archivi diversi, e nessuno vede l’intero. Tutto si tiene, o niente regge: nel caso dei dati non è una metafora, è un’istituzione da costruire. Milano ha una lunga tradizione di cooperazione, mutualismo e innovazione sociale, oltre alle università, alle imprese e alla massa critica di informazioni necessarie per provarci per prima in Europa.

Nell’economia industriale il Comune amministrava il territorio. Nell’economia dell’intelligenza artificiale deve aiutare i cittadini ad amministrare insieme i dati che producono, senza impadronirsene. Un dato entra, una decisione migliora, un beneficio torna. Il frigorifero ci restituisce i nostri dati: una città mutualistica ci restituirebbe ciò che valgono.

(Primo di una serie di articoli)

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