Non è l’IHRA a chiudere la bocca al dissenso, sono i proPal

Ariana Harwicz doveva parlare sabato a Granada, al festival Cultur-Alh, in una conversazione con Jesús Ortega intitolata “Opporsi al mondo”. Il titolo si è rivelato profetico, ma non come previsto. Pochi giorni prima dell’inizio, la direzione del festival le ha ritirato l’invito, dopo che il 17 settembre la Rete universitaria per la Palestina di Granada ne aveva chiesto l’esclusione per lettera. Fra le oltre sessanta voci in programma, sette hanno appoggiato pubblicamente la richiesta. L’Università di Granada, che è fra gli organizzatori, ha fatto sapere di non condividere la decisione: un’università pubblica deve restare aperta anche alle posizioni controverse. Oltre trecentocinquanta fra scrittori, giornalisti ed editori hanno firmato un manifesto in sua difesa, e John Banville ha lasciato il festival. Non è servito: Harwicz resta fuori.
Le accuse sono note. Harwicz si oppone al boicottaggio degli artisti israeliani, come si era opposta a quello degli artisti russi. Accusa una parte del mondo culturale di antisemitismo e nega che a Gaza sia in corso un genocidio. Alla Rete ha risposto con parole durissime: «Si sta avvicinando la purga di autori, registi o musicisti. Ed è l’élite culturale che chiama alla violenza in nome dell’umanesimo».
Harwicz non è una polemista da talk show. È una scrittrice argentina che vive da anni in Francia, e il suo romanzo più noto, “Matate, amor”, è entrato nella longlist dell’International Booker nel 2018. Oggi sostiene di essere stata esclusa in quanto ebrea: «I miei libri non sono propaganda. Oggi gli ebrei si stanno trasformando in emarginati».
Non serve però andare in Spagna. A giugno, Salerno Letteratura ha tolto a Erri De Luca la prolusione di apertura, dopo che lo scrittore aveva detto che applicare alla guerra di Gaza la parola «genocidio» è «una distorsione storica e verbale». Al Roma Pride, l’associazione ebraica Lgbtqia+ Keshet Italia è stata esclusa con il proprio carro perché non sosteneva l’accusa di genocidio contenuta nel documento degli organizzatori. Dopo le polemiche si è trovato un compromesso: Keshet ha sfilato a piedi, ma senza carro. Il criterio resta eloquente: per esserci come associazione non bastava condividere la battaglia per i diritti Lgbtqia+, bisognava aderire anche a quella posizione su Gaza.
Si dirà che un festival o un Pride hanno il diritto di scegliere chi invitare. Certo. Nessuno lo contesta. Il punto non è il diritto di scegliere, ma il criterio con cui si sceglie.
Intanto il Pd annuncia il no alla Camera sul ddl antisemitismo che recepisce la definizione operativa dell’IHRA. Al Senato il partito si era astenuto, mentre sei senatori riformisti, fra cui Graziano Delrio, avevano votato a favore. Delrio aveva presentato un suo testo, sovrapponibile a quello che va in votazione alla Camera e oggi si dice «molto amareggiato».
Chi teme un uso troppo largo della definizione ha tutto il diritto di chiedere garanzie. Ma il testo già all’articolo 1 impegna lo Stato a contrastare l’antisemitismo «nel rispetto delle libertà costituzionali di espressione, critica politica, riunione e associazione». Non introduce alcun reato di critica a Israele. E la definizione IHRA non è un’invenzione di questa maggioranza. L’Italia l’ha adottata con il Consiglio dei ministri del 17 gennaio 2020, sotto il governo Conte II, di cui il Pd faceva parte. Si può discutere di come applicarla, ma è difficile presentarla come il bavaglio che sta per calare sul dissenso.
Harwicz a Granada, De Luca a Salerno, Keshet al Roma Pride: vicende diverse, un solo biglietto d’ingresso, la parola giusta su Gaza. Chi teme che una definizione diventi un bavaglio fa bene a vigilare. Ma dovrebbe notare che, per ora, l’unica definizione obbligatoria per salire sul palco non è quella dell’IHRA.
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