Data center, il Wwf: «Vanno alimentati con fonti rinnovabili, servono subito chiari standard ambientali e climatici»

16 Luglio 2026 - 17:05
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Data center, il Wwf: «Vanno alimentati con fonti rinnovabili, servono subito chiari standard ambientali e climatici»

Il fabbisogno energetico necessario per far funzionare i dati center è in costante aumento. Parliamo di strumentazioni sempre più energivore che devono restare in funzioni h24 e sette giorni su sette. Questa domanda di energia va soddisfatta con fonti rinnovabile, ma bisogna evitare che il tutto si trasformi in una bolla speculativa sia sul piano territoriale, sia su quello energetico. Attualmente le stime di crescita più elevate riflettono in gran parte annunci di sviluppatori e non capacità effettivamente richiesta né realizzabile nel breve periodo, per questo il fenomeno va governato con standard ambientali, energetici, sociali e territoriali precisi. È questo il quadro tracciato dallo studio “Data center: quanti, dove e come. E soprattutto, alimentati con quali fonti energetiche?”, realizzato dall’Università di Padova, con il contributo liberale del WWF Italia.

Il report parte dall’analisi di tre possibili scenari sul fabbisogno energetico necessario per i dati center del futuro e sul suo peso sui consumi totali a livello nazionale. Il primo prevede una quota sui consumi nazionali del 4% entro il 2035, il secondo del 7,5% e il terzo del 15%. Lo scenario più realistico è considerato quello del 4%. Questo perché, tra i vari motivi: le richieste di connessione a Terna sommano 82,6 GW (marzo 2026), un ordine di grandezza superiore al fabbisogno realistico; nel 2023-2025 solo il 68% degli investimenti annunciati è stato effettivamente realizzato (Osservatorio Politecnico di Milano); l’evoluzione recente delle prestazioni dei chip e delle tecniche di raffreddamento lasciano intendere che i consumi dei Data Center futuri saranno inferiori a quelli realizzati finora. Per dare una misura del fenomeno, l’efficienza elaborativa per unità di energia di Google è cresciuta oltre 6 volte in cinque anni; inoltre, sono presenti colli di bottiglia di filiera che impediscono di raggiungere i tassi di crescita immaginati negli scenari più spinti.

Prendendo in considerazione quindi lo scenario base, il report sottolinea come la domanda dei data center del futuro possa essere alimentata con energia interamente rinnovabile, eventualmente integrata dalla flotta di centrali a gas a ciclo combinato (CCGT) esistente e poco utilizzata, senza necessità di nuovo termoelettrico dedicato. Inoltre, il nucleare (inclusi i famosi piccoli reattori modulari), ammesso e non concesso veda mai la luce, non darebbe contributi significativi, almeno entro il 2035, e non va considerato come opzione per la copertura della domanda dei data center, che crescerà nel decennio e verosimilmente saturerà in seguito.

Dal report emerge che per raggiungere questi risultati serviranno innanzitutto i Power Purchase Agreement (PPA). Si tratta di accordi a lungo termine che le aziende fornitrici di energia rinnovabile stipulano con i loro clienti. Alcuni oggi sono già in atto, per esempio, quelli tra Apple ed Engie (138 MW, marzo 2026, parte di un portafoglio Engie da 1,6 GW al 2030), Edison-Data4 (decennale, dal 2025), Iren-Statkraft (30 GWh/anno solare, decennale dal 2025) ed Enfinity-Microsoft (400 MW in Italia nel 2026). Il ruolo delle istituzioni sarà però fondamentale per consolidare e aumentare l’offerta energetica rinnovabile.

Nel rapporto si danno anche indicazioni sulle politiche necessarie. A partire dal suggerimento di produrre Piano Nazionale di sviluppo dei Data Center, la creazione di un processo autorizzativo ben definito e senza cortocircuiti, che tra l'altro introduca criteri di idoneità territoriale (disponibilità di capacità di reti elettrica e di fibra, alimentazione con fonti rinnovabili, prossimità con reti TLR) e soglie minime vincolanti di sostenibilità. Si propone anche di introdurre dei pre-screening tecnici per le richieste: per la connessione, la sostenibilità ambientale, i requisiti finanziari minimi. Si propone di vincolare i nuovi insediamenti e ampliamenti al principio “brownfield only” (solo aree impermeabilizzate, degradate o dismesse) e di introdurre degli obblighi relativi all’approvvigionamento da fonti rinnovabili, accelerando il processo autorizzativo. Tra le altre proposte, infine, quella di introdurre una priorità per i nuovi data center con recupero del calore di scarto in aree servite o servibili da reti di teleriscaldamento.

«I Data Center sono centrali per la competitività economica dell’Italia, ma non possono divenire il grimaldello con cui proporre infrastrutture non necessarie. I consumi di energia cresceranno, ma non in quantità tale da stravolgere il settore elettrico. Anzi, le caratteristiche della domanda di energia del data center e il loro equipaggiamento con tecnologie di controllo avanzatissime li candidano a divenire parte attiva della gestione delle reti elettriche, capaci di fornire servizi di flessibilità», afferma Arturo Lorenzoni, curatore dello studio.

«Questo studio dimostra che la transizione ha bisogno di essere governata: in primis imponendo degli standard elevati che favoriscano progetti reali e basati sui migliori standard ambientali, energetici e sociali. I data center vanno alimentati con energia rinnovabile, collocati in aree già industrializzate per evitare il consumo di suolo e per approfittare di infrastrutture già esistenti, raffreddati con circuiti chiusi di ricircolo che minimizzino il consumo di acqua in un Paese a forte rischio siccità - dichiara Mariagrazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia del WWF Italia- Vanno anche assicurati i migliori standard di lavoro e un rapporto corretto con il territorio attraverso reali percorsi partecipativi e misure di ripristino naturale realmente efficaci. Serve poi un quadro ben più ampio delle reali possibilità di sviluppo e delle vocazioni che il Paese intende avere, in modo da evitare che tutto questo gran parlare di data center si riveli solo una bolla speculativa. Per questo chiediamo alle istituzioni di attivarsi e non limitarsi a fare solo misure limitate e su sollecitazione dei proponenti».

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