Domani la Commissione Ue presenta la revisione dell’Ets, documento dell’Italia e di nove altri Paesi contro «nuove tasse sul clima»

Domani la Commissione europea presenterà la proposta di revisione dell’Ets (Emissions trading system), il sistema comunitario per lo scambio delle quote di emissioni. Si tratta di uno dei pilastri della politica climatica dell’Unione, che il governo italiano da tempo chiede di sospendere per favorire la competitività delle aziende nostrane. Diversi mesi sono passati, la crisi energetica innescata dalla guerra in Iran non è rientrata, ma la linea Meloni pro-industrie non ha incassato il parere favorevole della maggioranza degli Stati membri. Non sono pochi infatti i Paesi Ue che hanno fortemente investito sulla decarbonizzazione e che difendono la strategia per il taglio delle emissioni: dalla Spagna alla Danimarca, dalla Finlandia al Lussemburgo, dai Paesi Bassi al Portogallo e alla Svezia, nelle scorse settimane quelli che hanno puntato su rinnovabili ed elettrificazione hanno sottoscritto un documento congiunto per chiedere a Bruxelles, tutt’al contrario di una sospensione, un deciso rafforzamento del sistema comunitario.
Tenendo conto delle richieste che spingono in direzioni opposte, la Commissione europea ha messo a punto una serie di possibili modifiche al mercato europeo delle emissioni di CO2, che dopo un confronto con Consiglio e Parlamento europeo domani verranno definitivamente e formalmente presentate domattina. Salvo sorprese dell’ultima ora.
Già, perché mentre tra i palazzi di Bruxelles giravano le bozze definitive delle misure che domani, da programma, devono essere presentate dalla Commissione Ue, 10 Paesi hanno presentato un documento congiunto in cui si legge che «i cittadini europei non dovrebbero essere costretti ad affrontare nuove tasse sul clima nelle attuali circostanze economiche e geopolitiche». Un documento in cui si chiede a Bruxelles di «affrontare direttamente» e «considerare con attenzione» l’attuale sistema di scambio delle quote di emissione, in cui si invoca una revisione «pragmatica ed equa», che «garantisca prevedibilità e tenga conto delle nuove priorità europee», alla luce dell’attuale situazione geopolitica, e contribuisca ad «aumentare la competitività» dell’industria europea.
Un documento, è appena il caso di dirlo, che vede l’Italia tra i firmatari. Insieme a Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia.
Il governo Meloni sta guidando questo fronte teso a indebolire l’Ets - quando invece il vero problema per quel che riguarda l’Italia è che da noi solo il 9% dei proventi di questo sistema è destinato alla transizione energetica, mentre la media Ue è 75% - e non a caso il ministro Salvini, alla vigilia della presentazione di domani delle modifiche, ha detto ieri intervenendo all’assemblea pubblica di Aiscat: «In queste ore ci sarà una decisione sulla mobilità e sull’infrastrutturazione del continente che spero sia meno ideologica di quanto non sia stata in passato, ovvero sul tema degli Ets, centinaia di milioni di euro di tasse per arrivare a un green che a furia di imposizioni e divieti non arriva da nessuna parte».
Ora, per cercare di portare a casa in extremis il risultato, l’Italia ha fatto squadra con gli altri nove paesi favorevoli a depotenziare l’Ets. «Chiediamo una riforma pragmatica ed equa del sistema Ets dell’Ue, volta a ricostruire l’Europa come potenza industriale», si legge nel documento. Questo sistema, scrivono i 10 Stati, «contribuisce alla riduzione delle emissioni da oltre 20 anni. La sua imminente riforma rappresenta un’importante opportunità per adeguarsi alle attuali sfide che l’industria europea e il settore della produzione di energia elettrica si trovano ad affrontare. Il sistema deve garantire predittività e tenere conto delle nuove priorità europee: aumentare la competitività (anche attraverso prezzi energetici accessibili), la sicurezza e la resilienza, nonché mantenere una solida base manifatturiera. Il sistema, che ha dimostrato la propria efficacia nella riduzione delle emissioni di CO2, deve ora diventare un elemento fondamentale della nascente politica industriale dell’Ue».
Tra le varie richieste inviate in extremis a Bruxelles con questo documento congiunto, l’Italia e gli altri 9 Stati sollecitano la Commissione Ue a estendere fino al 2050 il limite massimo dell’Ets e a sospendere la graduale eliminazione dell’assegnazione gratuita delle quote nei settori coperti dal meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Carbon border adjustment mechanism, Cbam) «fino a quando questo nuovo strumento non dimostrerà la sua efficacia». Roma e gli altri firmatari chiedono inoltre una maggiore considerazione delle specificità nazionali, come il mix energetico e il Pil pro capite.
Domani si saprà quanto le richieste dell’Italia e degli altri 9 paesi abbiano inciso nella decisione finale dei vertici Ue.
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