Dentro la partita per il controllo della politica estera Ue

A Bruxelles la domanda non è più se la diplomazia europea debba cambiare. È chi debba controllarla dopo la riforma. La riforma sembra tecnica, ma riguarda una questione politica molto più delicata: chi parla a nome dell’Europa quando fuori dai suoi confini si aprono crisi, guerre o negoziati commerciali. Francia e Germania vogliono mettere mano al Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas), la struttura che dal 2010 fa da braccio diplomatico dell’Unione. Kaja Kallas, che oggi lo guida, prepara una controffensiva. Dietro lo scontro c’è un braccio di ferro rimasto aperto fin dalla nascita del servizio: quello tra l’Alto rappresentante, la Commissione di Ursula von der Leyen e i governi dei 27.
Il piano franco-tedesco è stato ricostruito dal Financial Times e da Politico. L’idea è trasferire alla Commissione gran parte delle funzioni e del personale dell’Eeas, integrando queste competenze con le strutture che già gestiscono commercio, aiuti allo sviluppo, migrazione e altri strumenti della politica estera europea. Il servizio non verrebbe abolito, ma ridimensionato: resterebbe una struttura più piccola, concentrata soprattutto su sicurezza, difesa e gestione delle crisi. Nel progetto, Kallas otterrebbe formalmente più poteri. Diventerebbe vicepresidente esecutiva della Commissione e avrebbe una supervisione sulle politiche esterne oggi distribuite tra diversi dipartimenti.
Ed è qui che Kallas vede il rischio. Secondo Politico, l’Alta rappresentante si sta muovendo dietro le quinte contro il progetto, sondando le capitali e affidando alla nuova segretaria generale dell’Eeas, Kajsa Ollongren, il compito di costruire un’alternativa. Ollongren ha già iniziato un giro delle capitali europee. Sul tavolo c’è anche la creazione di un «consiglio degli anziani», incaricato di riflettere sul futuro del servizio. Il timore di Kallas è che il rafforzamento formale del suo incarico finisca per indebolirla invece di rafforzarla: una maggiore presa della presidente von der Leyen sulla politica estera. «Se ho qualcuno sopra di me che decide, non funziona così», ha detto mercoledì a Wicklow, in Irlanda, dopo la riunione informale dei ministri degli Esteri dell’Unione europea. Secondo Politico, Kallas sostiene che il problema non sia l’architettura istituzionale, ma come vengono usati i poteri che le regole europee già prevedono. «Il problema non sono i Trattati, l’assetto istituzionale. Il problema è l’attuazione».
Per ora Kallas sembra aver trovato ascolto tra diversi ministri. Ha detto che la «maggioranza» sostiene l’attuale assetto istituzionale. Ma la partita resta aperta.
La riforma dell’Eeas, del resto, è soltanto un pezzo di una partita più ampia. Francia e Germania, insieme ad altri nove Paesi (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Romania, Spagna e Svezia), hanno chiesto di rendere più rapido il processo decisionale sulla politica estera e di sicurezza comune. Il nodo più sensibile resta il veto. Oggi le decisioni di politica estera richiedono, di norma, l’unanimità. Il risultato è che un singolo governo può bloccare gli altri 26, come è accaduto più volte negli ultimi anni con l’Ungheria di Viktor Orbán sulla risposta europea alla guerra in Ucraina. Gli undici Paesi non chiedono formalmente di cancellare l’unanimità, ma vogliono esplorare un ricorso più ampio alla maggioranza qualificata, anche attraverso gli strumenti già previsti dai Trattati. Tra le proposte ci sono inoltre un uso più frequente dell’astensione costruttiva e misure contro la pratica di legare un dossier di politica estera a questioni completamente diverse per ottenere concessioni nazionali. Le due partite viaggiano insieme: da una parte si discute di come l’Europa decide, dall’altra di chi mette in pratica quelle decisioni.
L’Italia non ha aderito alla lettera sul veto. Ma non è contraria a una revisione dell’Eeas. Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, ha detto che Roma è favorevole perché «serve più Europa», chiedendo un servizio diplomatico più attivo, efficace, meno burocratico e più trasparente. Il ministro ha però anche chiarito di essere personalmente favorevole al superamento del veto, spiegando che nel governo italiano non c’è una posizione comune sul tema.
Per questo la posizione italiana può pesare nel negoziato. Roma non sembra voler difendere lo status quo, ma non ha nemmeno sposato senza riserve il modello franco-tedesco.
I tempi, intanto, si stringono. Il Financial Times riferisce che l’obiettivo sarebbe arrivare a un primo accordo sul quadro della riforma entro dicembre, anche nel contesto della trattativa sul bilancio europeo 2028-2034. Kallas cerca margini per costruire una proposta alternativa partendo dall’Eeas. Francia e Germania spingono nella direzione opposta. La Commissione segue da vicino uno scontro che potrebbe ridefinire i confini tra Berlaymont e Consiglio.
La diplomazia europea, nata per dare all’Unione una voce unica nel mondo, si trova così davanti a un problema molto europeo: tutti vogliono che conti di più. Resta da vedere chi, alla fine, terrà il microfono.
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