La città intelligente serve a poco se non sa ascoltare chi la abita

Anticipiamo in esclusiva un articolo da Zeta magazine della Scuola di Giornalismo Luiss diretta da Gianni Riotta
Le regole dell’abitare stanno cambiando rapidamente. Di recente Bloomberg mi ha chiesto del numero crescente di persone che lavorano a Milano ma vivono a Torino. È ciò che già decenni fa il grande sociologo urbano Guido Martinotti definiva city users: persone che non dormono in una città, ma la usano intensamente. Oggi l’alta velocità e il lavoro ibrido continuano a trasformare Milano in una metropoli iper-centrica, circondata da una costellazione più ampia che include Torino, Bologna, Reggio Emilia, Genova e Bergamo.
Il futuro di Milano, in un certo senso, potrebbe cominciare da Torino. Quando si parla di Smart City, sento spesso promesse di efficienza, sostenibilità e servizi migliori. Ma c’è il rischio che l’innovazione diventi un privilegio per pochi. Per questo ho sempre preferito parlare di Senseable City più che di Smart City. La Smart City suona come qualcosa venduto da un fornitore tecnologico. Una città “senseable”, invece, è una città capace di ascoltare, reagire ed essere compresa dai suoi cittadini. Progetti come Vela Celeste a Napoli mi interessano proprio perché l’intelligenza artificiale non viene usata come gadget, ma come strumento per portare memorie, frustrazioni e idee degli abitanti dentro il processo progettuale.
L’innovazione conta solo se allarga l’accesso alla città, come cerchiamo di dimostrare anche in Brasile con il Senseable Rio Lab. Con quel progetto abbiamo mostrato come i dati aiutino a leggere la città in tempo reale. Il passaggio più difficile è trasformarli in decisioni politiche comprensibili e condivise dai cittadini. Oggi le città non soffrono per mancanza di dati: rischiano piuttosto di affogarci dentro. Il database è diventato uno dei modi preferiti dal mondo contemporaneo per evitare di pensare. Da Real Time Rome in poi, il punto non è mai stato raccogliere dati per il gusto di farlo. Il punto era rendere la vita urbana abbastanza visibile perché cittadini e istituzioni potessero discuterne meglio.
Gli algoritmi possono ottimizzare il traffico o i consumi energetici, ma non sanno che forma di vita urbana sia desiderabile. Questa resta una domanda politica. I migliori sindaci oggi sono traduttori: prendono forze che sembrano astratte e le trasformano in decisioni su autobus, scuole, ombra, case, marciapiedi, spazio pubblico. È lì che il globale diventa governabile. In Italia si parla spesso di rigenerazione dei piccoli centri. I borghi diventano interessanti quando smettiamo di trattarli come cartoline. Penso a Barbaresco e ad Angelo Gaja: un territorio vitivinicolo considerato marginale che è diventato un riferimento globale senza trasformarsi in una piccola capitale. È quello che ho chiamato il lato bello della globalizzazione, o globalizzazione di nicchia.
La stessa logica può valere per i piccoli centri: meno persone, ma affinità più forti, vocazioni più precise, reti migliori. Anche il numero di Dunbar (ndr concetto antropologico che indica il numero di persone con cui un individuo può mantenere relazioni sociali stabili) è utile qui: un piccolo luogo può funzionare se trasforma la quantità in qualità. La nostalgia, invece, è spesso il posto dove i progetti vanno a morire. Tra gli elementi decisivi che rendono un luogo davvero abitabile, partirei dal tempo. Una casa può essere bellissima, ma se la giornata viene consumata dal pendolarismo, da servizi fragili o dalla solitudine, non si abita davvero un luogo: lo si sopporta.
The Greenary, la casa che ho progettato attorno a un ficus di dieci metri vicino a Parma, è un esempio domestico di un’idea più ampia: abitare è un’ecologia. Include luce, mobilità, cura, lavoro, piante, vicini e la possibilità di rallentare. L’architettura non è mai soltanto muri. È la coreografia della vita quotidiana. La qualità urbana si lega sempre più al movimento, alla prossimità, alla possibilità di camminare. Sul Guardian ho scritto di uno studio condotto con colleghi di Yale, Harvard, MIT e altre università, usando l’intelligenza artificiale per confrontare spazi pubblici degli anni Settanta con gli stessi luoghi di oggi. Le persone camminano più velocemente, si fermano meno, si incontrano meno nello spazio pubblico. È un dato che dovrebbe preoccuparci.
William H. Whyte lo aveva capito decenni fa: panchine, ombra, bordi, attraversamenti, piani terra non sono dettagli. Decidono se una città invita alla vita o si limita a processare il movimento. Ogni volta che sento descrivere la città come un sistema da ottimizzare, mi viene da chiedere: ottimizzare per chi? Certo, gli autobus devono arrivare puntuali e gli ospedali devono funzionare. Nessuno prova nostalgia per l’inefficienza. Il problema comincia quando la città viene trattata come un terminal aeroportuale: pulita, prevedibile, senza attrito, e un po’ morta. Jane Jacobs ci ha insegnato che la vita urbana dipende anche da un certo disordine della prossimità.
La tecnologia dovrebbe aiutarci a percepirlo, non a stirarlo via. Se dovessi indicare una priorità per chi governa oggi una città, direi adattamento, ma in senso molto concreto. A Napoli, Vela Celeste chiede come un edificio ferito possa rientrare in un processo civico. A Belém, AquaPraça chiede come l’architettura possa stare con l’acqua invece di fingere di dominarla. A Milano, la questione dei city users chiede come una metropoli possa crescere senza limitarsi a spingere fuori chi la abita. La priorità, in fondo, è semplice: riusare ciò che può essere riusato, raffrescare ciò che si surriscalda, ascoltare prima di decidere, e lasciare spazio alla vita pubblica prima che il foglio Excel chiuda la discussione.
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