Di chi è la Torre di Chia che fu di PPP? Piccole follie del benecomunismo
Nella Torre di Chia, ultimo eremo volontario scovato tra i colli della Tuscia, Pier Paolo Pasolini scrisse molte sue Lettere Luterane e disegnò la celebre, enigmatica serie di ritratti dedicati allo storico dell’arte Roberto Longhi, suo maestro, una sorta di drammatica interrogazione del Padre. È uno dei motivi, poetici, per i quali quel vecchio dente di pietra appartenuto all’artista attirò attenzione e passione dell’attore Gabriele Gallinari, che lo acquistò dagli eredi di PPP, vendendo la sua casa di Roma. Negli anni vi ha speso molti denari suoi per restauri e per l’idea di renderla un fruibile luogo di memoria ed eventi culturali.
Era il 2021, e correttamente prima dell’acquisto si informò se esistessero vincoli storici o d’uso e di che natura sulla Torre. Le autorità gli risposero di no. La storia divenne presto molto più ingarbugliata, praticamente insolvibile. Innanzitutto era stato posto nel 2001 un vincolo di tutela archeologica e monumentale; ma contrariamente a quanto si pensa, la cosa non obbliga il ministero (oggi della Cultura) a esercitare alcuna prelazione, come pure qualcuno di recente ha provato a dire: e lo stato che fa?, citando il sempreverde De Andrè. Poi nacque il contenzioso tuttora in corso con l’Università Agraria di Chia, che non è un ateneo ma un ente di diritto privato che gestisce “i beni di uso civico e il patrimonio collettivo rurale della comunità di Chia”.
Istituzioni e carte risalenti al Regno d’Italia le confermerebbero il diritto di uso dell’area che circonda la Torre, e nel 2021 ne ha rivendicato di fatto la proprietà. Finché nel 2025 il Commissario Straordinario per gli Usi Civici (sì, nella nostra azzeccagarbugliesca realtà parallela delle leggi esiste pure questo organo giurisdizionale) ha accolto la rivendicazione dell’Università Agraria e ha annullato l’atto di compravendita del 2021 e ordinata la restituzione. Si è arrivati nei giorni scorsi all’ingiunzione di sfratto, per ora rimandata, mentre un giudizio finale sulla titolarità della Torre e dell’area è atteso non prima di un anno (che accadrebbe se il proprietario sfrattato venisse poi riconosciuto come legittimo)?
Storia ancora più complicata, perché nel frattempo il Comune ha vinto una causa contro l’Università Agraria, colpevole di aver piazzato nel terreno attorno alcuni incongrui manufatti utilizzati per eventi e location varie. La vicenda ha scatenato da anni una guerra di fazioni e mediatica accanita come manco a Garlasco, non fosse che è ristretta al mondo cultural-artistico e agli appassionati di vicende della Tuscia. Ma è indicativa del rapporto contorto del nostro paese con i suoi innumerevoli beni artistici. Il Mic, pur tirato per la giacca, non può far altro che attendere che una disputa legale tra privati sia risolta nelle sedi competenti, e auspicare al massimo la buona volontà di tutti perché un luogo così singolare possa essere reso visitabile. Del resto, a rinunciare alla prelazione fu nel 2020 il governo Conte II, ministro era Franceschini: non è nell’interesse, né nella possibilità dello stato italiano, farsi carico di ogni torre castello rudere o opera d’arte. Sarebbe pura follia. Ma auguri al sogno romantico e forse un po’ folle di Gabriele Gallinari di conservare in un borgo della Tuscia lo spirito sempre inquieto di PPP.
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