Dopo l’intervista a Quarto Grado, l’analisi di Gianluca Spina: «Ci sono incongruenze tra parole e gesti»
di Emanuele Esposito
Il fratello di Chiara Poggi parla a Quarto Grado. Poi l’analisi della comunicazione non verbale riapre il dibattito: convinzione, dolore o incertezza?
Diciannove anni di silenzio. Diciannove anni di processi, sentenze, ricostruzioni televisive, sospetti, teorie, accuse e controaccuse. Diciannove anni dopo il delitto di Garlasco, Marco Poggi, fratello di Chiara Poggi, ha deciso di parlare pubblicamente.
Lo ha fatto a Quarto Grado, nella trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi, con un’intervista attesissima. Un’intervista annunciata come un evento televisivo, quasi come una comparsa destinata a segnare una nuova fase nel racconto mediatico del caso.
Marco Poggi non era mai stato così esposto. Per anni era rimasto sullo sfondo, protetto dal silenzio, dalla riservatezza e forse anche dalla necessità di sopravvivere al dolore. Ma la riapertura del caso, il nuovo interesse investigativo su Andrea Sempio e il ritorno violento del caso Garlasco al centro dell’opinione pubblica hanno cambiato tutto.
«Non ho mai sopportato e forse neanche accettato tutta questa esposizione mediatica di quello che purtroppo è successo a Chiara», ha detto Marco Poggi.
Poi ha spiegato il motivo della sua scelta:
«Quest’ultimo anno, con questa riapertura, è ovvio che la mia figura è stata molto coinvolta ed è stata un po’ la più chiacchierata. Era diverso tempo che pensavo comunque di parlare anche per far finire, si spera, un po’ tutte le illazioni, le allusioni e quest’aura di mistero che aleggia sulla mia figura».
Parole pesanti, pronunciate da un uomo che per quasi vent’anni ha scelto di non entrare direttamente nel grande teatro mediatico del delitto di Garlasco.
«L’accusa più dolorosa? Essere coinvolto nell’omicidio di Chiara»
La parte più forte dell’intervista arriva quando Marco Poggi viene messo davanti alle accuse più gravi circolate sul suo conto.
Gli viene chiesto quale sia stata l’accusa che lo ha ferito di più.
La risposta è immediata:
«Ovviamente essere coinvolto, essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, essere accusato addirittura di esserne l’autore. Sicuramente è una cosa che difficilmente mi andrà più via».
È uno dei passaggi più duri dell’intervista. Marco Poggi non parla soltanto da fratello della vittima. Parla anche da persona che, a distanza di anni, si è trovata improvvisamente trasformata in oggetto di sospetti, ricostruzioni e insinuazioni.
A chi gli chiede come abbia vissuto l’ipotesi, circolata in certi ambienti, secondo cui sarebbe potuto tornare dalla montagna per uccidere la sorella, risponde:
«Non è stato facile, ovviamente».
Poi aggiunge:
«I sentimenti che ho di più in quest’ultimo anno, in quest’ultimo periodo, sono rabbia, stanchezza, anche rassegnazione purtroppo, perché non sembra esserci mai un freno a simili vicende».
Rabbia, stanchezza, rassegnazione. Tre parole che raccontano bene il peso umano di una vicenda che non si è mai chiusa davvero.
«Si è detto di tutto su di me»
Marco Poggi affronta anche le voci più estreme, comprese quelle secondo cui sarebbe stato ricoverato in una clinica psichiatrica.
La sua risposta è netta:
«Si è detto di tutto di me. Probabilmente il fatto di non aver mai rilasciato interviste può aver alimentato anche queste voci».
Poi precisa:
«Forse se avessi fatto interviste prima, magari tutte queste voci e teorie non sarebbero nate».
È un passaggio interessante, perché Marco Poggi sembra riconoscere che il silenzio, pur comprensibile, abbia lasciato spazio a interpretazioni, fantasie e sospetti. Ma il punto centrale resta un altro: può una persona colpita da un lutto familiare essere costretta a parlare per difendersi da ricostruzioni pubbliche?
Le accuse sul presunto giro di droga: «Quelle polveri non le ho neanche mai provate»
Tra le ipotesi circolate negli ultimi mesi vi è anche quella di un presunto giro di sostanze che avrebbe coinvolto più persone vicine al caso.
Marco Poggi respinge tutto con decisione.
«Ho sentito anche questa cosa, ma si è veramente detto di tutto. In quest’anno si è detto di tutto e si è fatta qualsiasi ipotesi».
Quando gli viene chiesto direttamente se abbia mai avuto problemi con la cocaina, risponde:
«No, no, no. Io quelle polveri non le ho neanche mai provate, per cui siamo proprio nell’ambito delle fantasie più totali».
Una frase secca, inequivocabile, che smentisce uno dei filoni più torbidi emersi nel dibattito pubblico.
«Qualcuno doveva smorzare certe piste»
Uno degli aspetti più importanti dell’intervista riguarda il rapporto tra indagini, informazione e opinione pubblica.
Marco Poggi sembra accusare, senza indicare direttamente un responsabile unico, il sistema complessivo che ha permesso ad alcune teorie di moltiplicarsi.
«Se nessuno mette un freno, se nessuno toglie alle persone l’illusione che una determinata pista, una determinata fantasia o ricostruzione non esiste, ovviamente ci sarà sempre qualcuno che ne tirerà fuori qualunque».
Poi aggiunge:
«Io ho sempre pensato che chi indagava potesse benissimo smorzare alcune piste. Ma non solo la mia. Poteva smorzare anche tutte le piste con cui si è giocato per un anno sulla morte e sulla vita di Chiara».
È una frase che apre un tema delicato. Fino a che punto la Procura deve comunicare? Fino a che punto può smentire ipotesi investigative o mediatiche senza compromettere il lavoro degli inquirenti? E fino a che punto la televisione e i social possono spingersi nel trasformare un caso giudiziario in un processo permanente?
Alberto Stasi: «All’inizio ero convinto fosse innocente»
Il passaggio su Alberto Stasi è uno dei più rilevanti.
Marco Poggi racconta che, inizialmente, lui e la sua famiglia avevano difeso Stasi.
«Noi abbiamo difeso Stasi veramente tanto, anche quando era stato incarcerato. Io personalmente ero convinto che fosse innocente, convinto che stessero sbagliando a incarcerarlo».
Quando arrivò la notizia della scarcerazione, Marco racconta di aver provato sollievo.
«Quando è uscita la notizia della scarcerazione ero contento, perché ero convinto che non c’entrasse nulla. Anzi, era proprio per me l’ultima persona, onestamente, che volevo potesse essere arrestata».
Poi, però, qualcosa cambia.
Marco spiega che la lettura delle motivazioni della sentenza lo avrebbe portato a rivedere la propria posizione.
«Leggendo le motivazioni della sentenza, ho iniziato a chiedermi perché così tante bugie, perché così tante cose che non tornano».
E qui arriva la frase più netta:
«Siamo convinti che Alberto Stasi sia colpevole e convinti che le sentenze a cui si è arrivati siano la verità».
Subito dopo aggiunge una precisazione importante:
«Ovviamente non pretendiamo che la nostra convinzione diventi verità per tutti. Questo no, non l’abbiamo mai preteso e non lo pretenderemo mai. Però ci dispiace quando non c’è rispetto per la nostra convinzione».
Andrea Sempio: «Eravamo amici e siamo amici tuttora»
L’altro grande nome dell’intervista è Andrea Sempio.
Marco Poggi conferma il rapporto di amicizia nato negli anni dell’adolescenza.
«Ci siamo conosciuti a Garlasco, alle scuole medie».
Poi aggiunge:
«Eravamo amici e siamo amici tuttora. Magari ci si vede di meno, però le amicizie nate tanti anni fa rimangono».
Sul possibile rapporto tra Sempio e Chiara, Marco Poggi appare molto prudente.
«Non ho nessun ricordo particolare di un particolare rapporto tra Chiara e i miei amici».
E ancora:
«Non ricordo conversazioni tra lei e Andrea, nemmeno quando si incontravano a casa, sinceramente».
Riguardo all’ipotesi di un interesse di Sempio per Chiara, Marco dice:
«Ho letto questa ricostruzione, faccio fatica a trovarci una logica».
Le telefonate prima del delitto
Un altro passaggio centrale riguarda le telefonate effettuate da Andrea Sempio verso casa Poggi nei giorni precedenti il delitto.
Marco non ricorda con precisione se, salutandosi prima della partenza per la montagna, avesse parlato con Sempio della sua imminente assenza.
«No, no, questo non lo ricordo».
Quando gli viene chiesto se abbia ricevuto telefonate da Andrea Sempio sul cellulare mentre era in montagna, risponde:
«No, io non ricordo di averle ricevute, però non posso nemmeno escluderlo».
Poi aggiunge un dettaglio:
«Ho anche chiesto se volessero analizzare il mio vecchio cellulare, perché ce l’ho ancora. Non l’hanno ritenuto utile».
È una frase che merita attenzione, perché mostra come Marco Poggi abbia cercato di mettere a disposizione anche elementi materiali potenzialmente utili.
I presunti video privati: «Non li ho mai visti»
Nell’intervista si parla anche dei presunti video intimi tra Chiara Poggi e Alberto Stasi.
Marco Poggi chiarisce:
«Io non li ho mai visti. Come ho detto molte volte, sapevo soltanto della loro presunta esistenza perché anni prima avevo letto una conversazione su MSN».
Poi precisa:
«Non li ho mai visti e non ne ho mai parlato né ai miei amici né ad altre persone. Nemmeno scherzando davanti al computer».
E ancora:
«Erano cose private di mia sorella e non avrei mai messo in giro la voce della loro esistenza».
Anche questo passaggio è significativo, perché tocca uno dei punti più delicati della nuova narrazione del caso: la possibile circolazione di informazioni private riguardanti Chiara.
L’impronta 33: «Sono uscito abbastanza confuso»
Poi c’è l’impronta 33, uno degli elementi che più hanno riacceso il dibattito intorno al caso Garlasco.
Marco Poggi racconta così il momento in cui gli investigatori gli hanno mostrato alcuni elementi:
«La mia reazione è stata di incredulità. Io non riuscivo a trovare un nesso».
Poi aggiunge:
«Sono uscito da quell’incontro abbastanza confuso e con il pensiero: vediamo di ascoltarli questi audio e di capire quale possa essere la spiegazione».
Sulle intercettazioni e sulle parole attribuite ai soggetti coinvolti, Marco Poggi appare cauto:
«Io li ho ascoltati nelle settimane successive e onestamente sono rimasto della stessa idea che mi ero fatto inizialmente».
E ancora:
«Non riesco a vedere quell’interpretazione. Soprattutto io non riesco nemmeno a essere sicuro di sentire determinate parole».
Sull’impronta attribuita dagli inquirenti ad Andrea Sempio, Marco racconta:
«Mi hanno mostrato la fotografia, la stessa immagine che poi è uscita sui media quello stesso giorno».
Poi spiega lo stato emotivo di quel momento:
«Ero in uno stato di shock».
E sulla possibilità che quell’impronta possa cambiare lo scenario, dice:
«A me sembra impossibile sia stato lui. È ovvio che se si ritenesse davvero un’impronta insanguinata sarebbe qualcosa di molto difficile da spiegare».
È forse una delle frasi più importanti dell’intervista. Marco Poggi continua a ritenere impossibile la responsabilità di Sempio, ma riconosce che un elemento scientificamente forte potrebbe essere difficile da ignorare.
Il dolore privato: «Non ho sfruttato abbastanza il tempo con Chiara»
L’intervista si chiude sul piano più umano.
Marco Poggi parla di Chiara non come caso giudiziario, ma come sorella.
Il ricordo è quello di un rapporto familiare normale, segnato dalla differenza d’età e dalla vita quotidiana. Ma anche da un rimpianto profondo.
Il senso è chiaro: non aver avuto abbastanza tempo, non aver sfruttato abbastanza il rapporto con lei prima che tutto finisse.
È il punto in cui il caso Garlasco smette di essere cronaca e torna a essere tragedia familiare.
L’analisi non verbale: Gianluca Spina annuncia l’esame dell’intervista
Ma l’intervista di Marco Poggi ha già prodotto un secondo effetto: l’interesse di chi studia comunicazione verbale e non verbale.
Gianluca Spina, commissario della Polizia di Stato in congedo volontario ed esperto di comunicazione non verbale, ha annunciato una lezione dedicata proprio all’esame dell’intervista di Marco Poggi.
Spina sostiene che l’apparizione pubblica di Marco Poggi rappresenti un’occasione rara per analizzare non solo ciò che viene detto, ma anche come viene detto.
Secondo Spina, l’intervista, pur essendo stata «benevola, comoda, registrata» e quindi potenzialmente montata con tagli, avrebbe comunque offerto «enormi spunti di analisi».
L’esperto chiarisce che il suo intento non sarebbe quello di offendere o colpevolizzare Marco Poggi, ma di valutare eventuali incongruenze tra piano verbale e piano gestuale.
Spina afferma:
«La comunicazione non verbale serve a riscontrare incongruenze tra il parlato e il gestuale».
Poi aggiunge:
«Il linguaggio non verbale è la comunicazione delle emozioni e le emozioni sono il percepito inconsapevole di un essere umano».
Secondo questa impostazione, per capire cosa una persona stia realmente provando, non basterebbe ascoltare le parole. Bisognerebbe osservare sguardo, pause, gesti, postura, movimenti delle mani, micro-espressioni e reazioni involontarie.
Il gesto del volto e lo sguardo distolto
Spina si concentra, in particolare, su un passaggio dell’intervista in cui Marco Poggi dice:
«Non mi hanno convinto, ho letto un po’ anche le varie memorie».
Secondo l’analisi proposta da Spina, in quel momento Marco Poggi distoglierebbe lo sguardo e si toccherebbe il volto.
L’esperto interpreta quel gesto come un segnale di incertezza.
La sua lettura è netta:
«Lui dice non mi hanno convinto, ma distoglie lo sguardo e si gratta il volto. Quello è un gesto di incertezza che sconfessa quello che sta dicendo».
Si tratta, naturalmente, di una valutazione tecnica e interpretativa, non di una prova giudiziaria. Ma è un elemento che riapre il dibattito sul modo in cui Marco Poggi ha comunicato la propria convinzione.
«Siamo convinti che Stasi è colpevole»: ma il corpo direbbe altro?
Il secondo passaggio analizzato riguarda una delle frasi più forti dell’intervista:
«Noi siamo convinti che Alberto Stasi è colpevole, convinti che le sentenze a cui siamo arrivati negli ultimi processi siano la verità».
Secondo Spina, mentre Marco Poggi pronuncia questo concetto, il suo corpo avrebbe espresso segnali non perfettamente coerenti con la sicurezza verbale.
In particolare, l’esperto sostiene che Poggi avrebbe scosso la testa in senso negativo mentre affermava una convinzione positiva.
Spina interpreta così il gesto:
«Qui lui compie un gesto significativo, scuote sempre la testa negando in realtà ciò che sta affermando».
E ancora:
«Ha anche un piano verbale insicuro, incerto, con delle pause».
Da qui la conclusione dell’esperto:
«Tutta questa convinzione, a mio parere, non c’è».
È una valutazione destinata a far discutere. Perché tocca il nodo centrale dell’intervista: Marco Poggi crede davvero, profondamente e senza dubbi, alla colpevolezza di Alberto Stasi? Oppure la sua comunicazione lascia intravedere una tensione, un conflitto, una fatica interiore?
Tra parole, gesti e dolore
Il punto più delicato è proprio questo.
Marco Poggi è il fratello della vittima. Non è un imputato. Non è un indagato. Non è un testimone qualunque davanti a una telecamera. È un uomo che parla della morte della sorella, dopo quasi vent’anni di esposizione mediatica, sospetti e ferite familiari.
Ogni gesto, ogni pausa, ogni movimento può essere letto in molti modi. Può indicare incertezza. Ma può anche indicare dolore, stanchezza, disagio, tensione, imbarazzo, rabbia trattenuta.
L’analisi della comunicazione non verbale può offrire spunti, ma non può sostituire le prove. Può interrogare il modo in cui una persona comunica, ma non può trasformarsi in sentenza.
Resta però un dato: l’intervista di Marco Poggi non ha chiuso il dibattito. Lo ha riaperto.
Da una parte ci sono le sue parole:
«Siamo convinti che Alberto Stasi sia colpevole».
Dall’altra ci sono le nuove indagini, l’attenzione su Andrea Sempio, l’impronta 33, le telefonate, le intercettazioni, le letture alternative e ora anche l’analisi del linguaggio non verbale.
Un caso che non trova pace
Il caso Garlasco continua a essere una ferita aperta nella cronaca italiana.
Marco Poggi ha parlato per mettere fine alle illazioni. Ma la sua apparizione pubblica ha prodotto l’effetto opposto: ha offerto nuovo materiale, nuove interpretazioni, nuove domande.
Le sue frasi resteranno al centro del dibattito:
«Mi hanno accusato addirittura di essere l’autore dell’omicidio di Chiara».
«Quelle polveri non le ho neanche mai provate».
«Io personalmente ero convinto che Stasi fosse innocente».
«Leggendo le motivazioni della sentenza, ho iniziato a chiedermi perché così tante bugie».
«Siamo convinti che Alberto Stasi sia colpevole».
«A me sembra impossibile sia stato Andrea Sempio».
«Se si ritenesse davvero un’impronta insanguinata sarebbe qualcosa di molto difficile da spiegare».
Sono parole che raccontano una posizione, ma anche un travaglio.
Perché dietro il caso Garlasco, dietro le perizie, le impronte, le sentenze e le trasmissioni televisive, resta il dolore di una famiglia. E resta una domanda che l’Italia continua a porsi da diciannove anni: è stata davvero detta tutta la verità sulla morte di Chiara Poggi?
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