È morto Olivier Dupuis, l’eterno ragazzo dell’Europa

È morto a Bruxelles Olivier Dupuis, segretario del Partito Radicale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature, tra il 1996 e il 2004. Era nato ad Ath, nel Belgio francofono, nel 1958. Come si dice: è morto giovane, quale è sempre sembrato, conservando fino alla soglia della terza età, a cui si era appena affacciato, una faccia da liceale intelligente e riottoso e le inquietudini, impazienze e impertinenze dei ragazzi generosi, a cui è bellissimo e complicatissimo volere bene.
Quando ha saputo di essere malato, non ha detto niente a nessuno. Quando ha capito di essere agli sgoccioli e le sofferenze si sono fatte insopportabili ha messo a posto le cose in sospeso, ha fissato la data della morte – in Belgio l’eutanasia è legale – e anche quella del funerale e ha fatto in modo che prima tutti sapessero e si preparassero e volendo lo salutassero.
Ha ricevuto negli ultimi giorni centinaia di messaggi e di pensieri dai quattro angoli del mondo, che aveva frequentato tutti, con una particolare predilezione per l’Europa orientale, il Caucaso, le Cine e il Sudest asiatico. Tutti luoghi in cui nel secolo breve il miraggio di una libertà più sostanziale e vera di quella liberale aveva fatto disastri e stermini e che Dupuis aveva attraversato più volte, unendo i fili della dissidenza anti-comunista a quelli della dissidenza democratica post-comunista, con un senso militante della fratellanza politica, che lo aveva condotto nelle piazze e galere di mezzo mondo, da cui era stato ripescato ogni volta più determinato a tornarci.
Gli hanno scritto o lo hanno incontrato in questi ultimi giorni ucraini, georgiani, ceceni, russi, tibetani, uiguri, cinesi, laotiani, cambogiani, vietnamiti, tunisini, cubani e europei orfani dell’Europa che non c’è e avrebbe dovuto esserci, tutti con un senso di stupita riconoscenza per questo globetrotter dei diritti umani, che appena maggiorenne si era messo a girare il mondo alla ricerca di chissà cosa – mesi e mesi su e giù per il Sudamerica – e alla fine l’aveva trovata, fuori e dentro di sé, tra i radicali nella lotta senza rete e senza frontiere per la libertà, la democrazia e la dignità umana, con la gioia dell’impegno politico come forma e pienezza di vita.
Che si occupasse dei montagnard indocinesi, dei tatari della Crimea o dei bosgnacchi di Sarajevo, Dupuis era sempre lo stesso – e non era mai all’estero. La sua figura è stata indubbiamente quella che ha meglio incarnato – verrebbe da dire: antropologicamente – il tentativo, concepito da Pannella nella seconda metà degli anni ’80, di costruire un partito transnazionale a partire dal cuore della democrazia europea, in una stagione storica in cui le grandi famiglie politiche – quella socialista, liberale, democristiana – rifiutavano qualunque logica federalista e si riducevano a essere caminetti o passarelle di partiti nazionali e intimamente nazionalisti.
Era l’Europa che dissipò l’occasione della riunificazione e poi dell’allargamento, dopo il crollo del sistema sovietico, per diventare finalmente grande e non solo grossa e per darsi una forma e un’ambizione da superpotenza democratica, e continuò invece a contare a ovest sulla protezione americana e a est sulla benignità russa e poi cinese, conservando all’esterno della costruzione europea il baricentro della sua stessa sicurezza e nelle capitali degli Stati membri il fondamento di una non condivisa e quindi dimidiata legittimità democratica.
Era l’Europa che con un trattato tanto fondamentale, quanto rinunciatario – euro a parte – come quello di Maastricht (1992) si illuse che la logica dei piccoli passi avanti avrebbe almeno scongiurato rovinose marce indietro e un decennio dopo vide invece naufragare il progetto di Costituzione europea.
Nel partito che aveva fatto dell’ideale federalista una vera urgenza profetica, Dupuis entrò da militante nel 1981, dopo la prima elezione a suffragio universale del Parlamento europeo nel 1979 e lo sbarco a Bruxelles della prima delegazione radicale e ne diventò presto un giovane protagonista, quando nel 1985, mentre stava per laurearsi in Scienze politiche all’Università di Lovanio, si fece arrestare rifiutando di svolgere sia il servizio militare che il servizio civile in Belgio, per quella che definì non come un’obiezione, ma un’affermazione di coscienza.
La lunghissima lettera che inviò ai membri della Corte Militare di Bruxelles chiarì che la sua posizione era tutt’altro che pacifista e non affermava il diritto morale individuale di non fare la guerra, ma il dovere politico collettivo di non servire, con o senza armi, stati incapaci di difendere la libertà dei propri cittadini dalle effettive minacce per l’ordine globale, a partire dalla condiscendenza verso la politica dei blocchi ereditata da Yalta e dalla fatalistica accettazione della guerra per fame nel Sud del mondo.
Con quello che egli stesso qualificò come un gesto europeo, Dupuis dichiarò di contestare quel simulacro di sovranità rappresentato dallo stato nazionale e la scelta suicida, proprio in termini di sicurezza, di negoziare un equilibrio militare pacifico con un sistema, come quello sovietico, «fondato sull’oppressione quotidiana di 300 milioni di persone, sulle purghe interne, sulla delazione, sulla deportazione, sulla schiavitù, sullo sterminio».
Scrisse esplicitamente: «Sì, io sono antisovietico», perché «la minaccia sovietica non è anzitutto costituita dalla linea di missili sovietici, ma dal sistema sovietico stesso» e denunciò la non-ingerenza nelle vicende politiche al di là della Cortina di ferro e nel Sud del mondo come una vergognosa riedizione dei patti di pace degli anni ’30: «Gli oppositori tedeschi al nazismo, gli ebrei, i polacchi, hanno lasciato il posto a centinaia di milioni di sovietici senza diritti, a milioni di africani e di asiatici annualmente sterminati».
La diserzione europeista di Dupuis, che gli costò un anno di galera, segnò la definitiva maturazione nel mondo radicale della teoria della nonviolenza, concepita non solo come metodo, ma come obiettivo politico, che porterà negli anni successivi (a partire dalla prima guerra del Golfo e poi dalle guerre nell’ex Jugoslavia) i radicali a polemizzare duramente sia coi pacifisti, che continuavano a concepire la pace come il non essere della guerra e non come l’essere della libertà e del diritto, sia con gli anti-europeisti, che usavano la spesa e gli apparati militari e il feticcio della sovranità nazionale come strumento di potere e consenso interno e non di protezione dalle minacce esterne alla comune libertà dei cittadini europei.
È una polemica che, come vediamo, è arrivata fino ai nostri giorni, con l’alleanza di fatto tra pacifisti e nazionalisti contro i progetti di integrazione politica, industriale e operativa dei sistemi di difesa continentali. Dell’originalità dell’iniziativa di Dupuis si accorse al tempo Altiero Spinelli che, poco prima di morire, gli scrisse una lettera in carcere riconoscendogli di avere individuato problemi fondamentali della civilizzazione politica europea e invitandolo a proseguire nella sua azione, avendo sempre scrupolo di fare della testimonianza uno strumento utile a raggiungere obiettivi concreti.
Del monito alla concretezza Dupuis fece certamente tesoro, perché nel successivo ventennio di impegno politico fu sempre un europeista empirico e euristico, persuaso come Schuman che l’Europa si sarebbe fatta pezzo pezzo – se ci si fosse riusciti – risolvendo problemi e non inseguendo i modelli del perfettismo federalista. Per la stessa ragione, rimase distante dal catastrofismo apocalittico sull’Europa incompleta e dalle ubbie di chi vede sempre mezzo vuoto e mai mezzo pieno il bicchiere di Bruxelles, anche quando è ricolmo di risorse e opportunità.
Dentro il Partito radicale è stato per un quindicennio – dall’inizio degli anni ’90 alla metà degli anni zero – il riferimento e il beniamino di tutti i giovani (non molto più giovani di lui), che si erano affacciati alla sede di via di Torre Argentina inseguendo il sogno di una democrazia transnazionale e che furono delusi dalla scelta di Pannella di continuare a disegnare e ridisegnare i contorni di quel sogno, senza provare seriamente a darvi corpo. Difficile dire, anche col senno di poi, se il leader radicale pensasse che fosse troppo presto o troppo tardi per lanciarsi, rompendo i ponti italiani alle spalle, in una lunghissima traversata senza bussola.
Questa fu anche la ragione della rottura con Pannella di Dupuis, che terminato il secondo mandato al Parlamento europeo se ne andò a fare il contadino (nel vero senso della parola) e mise su famiglia con Aude, politologa francese dell’Università di Bruxelles, e con le piccole Alexandra e Mitou, oggi di 14 e 11 anni. Intanto dalla sua soffitta nella casa bruxellese, stretta e lunga come lui, continuava a guardare il mondo e a studiarlo e a scriverne con passione e competenza (molto anche su Linkiesta), a intrattenere rapporti politici e intellettuali a tutte le latitudini e a lanciare appelli – negli ultimi anni sull’Ucraina – che sembravano messaggi in bottiglia, ma che erano firmati da centinaia di personalità di fama internazionale, che evidentemente continuavano a fidarsi di lui.
Quando nel 2018 in Italia venne fondata Più Europa, una delle gemmazioni politico-elettorali della storia radicale post-pannelliana, si mise generosamente a disposizione e non si fece pregare per candidarsi (a perdere) per la presidenza del partito contro Bruno Tabacci, dopo il congresso truffa delle truppe cammellate e delle iscrizioni last-minute regolate cumulativamente dal conto di Centro Democratico, né si fece alcun problema a litigare pubblicamente su questo con Emma Bonino.
È stupefacente come in questi anni Dupuis abbia saputo tenere in piedi una rete fittissima di relazioni rimanendo per lo più introvabile e invisibile. Dopo la fine del suo mandato parlamentare aveva buttato il cellulare e non l’aveva mai più ricomprato. A casa non c’era mai. Comunicava via email con dispacci ora telegrafici, ora chilometrici e tutti decisamente impegnativi. Negli ultimi anni, dopo un lungo negoziato, aveva accettato di comunicare anche via Zoom, di cui però era raro riuscisse ad accendere contemporaneamente microfono e telecamera – e solo dal pc fisso di casa e previo appuntamento via email.
A chi gli chiedeva ammirato come riuscisse a convincere a firmare i suoi appelli ex capi di stato, leader politici in esercizio, generali, diplomatici, accademici e giornalisti di tutto il mondo, con un sistema di comunicazione non più evoluto del piccione viaggiatore, rispondeva beffardo soffiando il fumo della sigaretta, col suo sorriso da eterno ragazzo dell’Europa.
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