Ex Ilva, i sindacati: «No ai licenziamenti, urgente incontro a Palazzo Chigi». Meloni: «Decisioni non dipendono da noi»

Il bilanciamento tra i contrapposti interessi costituzionali «non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute». È questo il cuore del provvedimento della Corte d’Appello di Milano che ha confermato il provvedimento con cui, a fine luglio, è stato disposto il blocco dell’area a caldo dello stabilimento dell’ex Ilva di Taranto. I giudici hanno respinto l’istanza di sospensiva dello stop alle attività presentata dai legali di Acciaierie d’Italia e dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria. E ora quanto deciso dovrà essere messo in atto entro il 28 ottobre. Per i giudici, «nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo».
La decisione della magistratura si inserisce in un contesto lavorativo ed economico già estremamente teso, e ora la prospettiva dell’imminente fermo produttivo ha scatenato fortissime preoccupazioni sull’intero indotto e sui livelli occupazionali del territorio tarantino, dove si era già prefigurato il rischio concreto di licenziamenti di massa per oltre 2.500 lavoratori delle aziende collegate. Di fronte a questo scenario di emergenza, le organizzazioni sindacali Fim, Fiom e Uilm si sono mobilitate chiedendo a gran voce il blocco immediato di ogni procedura di licenziamento e l’attivazione di tutele straordinarie. «Riteniamo sia fondamentale che il governo risponda alle richieste contenute nel piano nazionale straordinario di messa in sicurezza sociale e di rilancio dell’ex Ilva e convochi immediatamente il tavolo permanente a Palazzo Chigi», hanno scritto in una nota diffusa dopo il pronunciamento della Corte d’Appello di Milano tre i sindacati. «Le lavoratrici e i lavoratori - aggiungono Fim, Fiom e Uilm - pretendono risposte sul futuro dell’ex Ilva e il sistema manifatturiero attende di conoscere il destino della produzione di acciaio nel nostro Paese, non accetteremo passivamente un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati. Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari. Bisogna mettere in salvaguardia i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto e ha responsabilità decisionali. Subito il blocco dei licenziamenti!».
E sulla vertenza è intervenuta direttamente la premier Giorgia Meloni, con parole che però non hanno affatto soddisfatto chi è maggiormente coinvolto in questa drammatica vicenda. La presidente del Consiglio si è infatti limitata a dire: «Lavoriamo con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi. Però sicuramente continuiamo a fare del nostro meglio». Quanto alla richiesta dei sindacati di un incontro urgente a Palazzo Chigi, la premier ha detto: «C’era un tavolo già aperto che verrà riconvocato subito. È uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore».
Denuncia il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce nazionale di Europa Verde, Angelo Bonelli: «La decisione che conferma il blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva, affermando la prevalenza del diritto alla salute, certifica il fallimento di un’intera classe politica che ora, prevedibilmente, proverà a dare la colpa alla magistratura. Ma i giudici hanno fatto solo il loro dovere: applicare le leggi e tutelare il diritto alla salute di una popolazione che da decenni paga un prezzo altissimo».
Bonelli ricorda che il 26 luglio 2012 l’Ilva veniva sequestrata perché produceva malattie e morte. «Sono passati più di 14 anni e l’unica cosa che i governi sono stati capaci di fare è stata sospendere e comprimere diritti costituzionali attraverso oltre 20 decreti Salva-Ilva. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: non hanno tutelato la salute e non hanno tutelato nemmeno l’occupazione».
Aggiunge il deputato Avs che «in 14 anni si poteva e si doveva avviare un grande progetto di conversione industriale, come è accaduto a Bilbao e nel bacino carbonifero della Ruhr. Invece sono stati gettati quasi 3 miliardi di euro di soldi pubblici senza concludere nulla, con un ministro Urso che è diventato il simbolo di questa inconcludenza». Conclude guardando avanti il coportavoce di Europa Verde: «Ora si pensi al futuro di Taranto. Bisogna fare quello che è stato fatto in altre grandi aree industriali del mondo dove la crisi della siderurgia e dell’industria pesante è stata affrontata con progetti di riconversione: da Pittsburgh a Bilbao fino alla Ruhr. Taranto ha diritto alla salute, al lavoro e a un futuro industriale diverso. Dopo 14 anni di decreti e rinvii, non ci sono più alibi».
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