Ex Ilva, l’agonia continua: la non-decisione di Milano stringe il cappio intorno a Taranto

10 Settembre 2026 - 13:15
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Ex Ilva, l’agonia continua: la non-decisione di Milano stringe il cappio intorno a Taranto

La parola d’ordine, ancora una volta, è riserva. I giudici della Corte d’Appello di Milano hanno scelto di non decidere immediatamente. Hanno preso tempo per valutare l’istanza di sospensiva presentata dai commissari straordinari. Per il colosso siderurgico e per la comunità pugliese, l’agonia continua. Questa decisione sospesa prolunga un limbo insostenibile. Il territorio si ritrova di nuovo spaccato tra il sacrosanto diritto alla salute e il dramma della sopravvivenza economica.

Il vero problema è che i tempi della giustizia non tengono conto delle leggi della fisica. Il calendario segna una data cerchiata in rosso: il 16 settembre. Un altoforno non è una lampadina. Non si spegne premendo un semplice interruttore. Se entro quel giorno non arriverà un via libera legale, i tecnici dovranno far partire le procedure di sicurezza. Significa avviare il raffreddamento termico naturale dell’impianto.

Questo processo è un viaggio di sola andata. Sotto una determinata temperatura, i mattoni refrattari subiscono uno shock irreversibile. Si spaccano. La struttura interna collassa. Una volta spento in questo modo, l’altoforno è perduto per sempre. Per rimetterlo in funzione servirebbero investimenti miliardari e anni di lavoro. In parole semplici, il 16 settembre coincide con la morte definitiva della produzione di acciaio a caldo in Italia. Il decreto della magistratura fissa la chiusura formale a fine ottobre, ma lo spegnimento guidato richiede oltre trenta giorni di manovre anticipate.

In questo cortocircuito normativo, la non-decisione di Milano rischia di paralizzare tutto. I commissari si trovano intrappolati in un vicolo cieco. Se spengono gli impianti distruggono la fabbrica e cancellano ogni ipotesi di vendita. Se li tengono accesi per proteggerli, violano i provvedimenti giudiziari.

Sullo sfondo resta il dramma sociale della città. I 2.500 licenziamenti annunciati dalle ditte dell’indotto sono temporaneamente congelati, ma la tregua scadrà insieme alla riserva dei giudici. Ora gli occhi sono puntati anche su Roma. Il 14 settembre la Camera inizierà a discutere il decreto legge salva-indotto per stanziare 100,5 milioni di euro. Saranno aiuti fondamentali, ma rischiano di trasformarsi in un palliativo inutile se da Milano arriverà il semaforo rosso definitivo. Taranto aspetta, sospesa sul filo del rasoio.

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