Fabrizio, “il Maradona delle carceri”: «Mi hanno salvato un pallone e la cura per Giovanni»
«Fu come giungere in porto dopo un mare in tempesta». Questa frase di John Henry Newman dà il titolo quest’anno alla manifestazione BergamoIncontra e al panel a cui interverrà il 27 settembre Fabrizio Maiello, ex detenuto, conosciuto come “il Maradona delle carceri” per il suo essere campione di palleggi. «La mia vita è stata proprio un mare in tempesta. Ma ho trovato il mio porto ritrovando l’amore per il pallone e prendendomi cura». La sua svolta? «L’incontro con un internato malato terminale».
Classe 1963, Maiello nasce a Cesano Maderno (Mb) cresce con il pallone tra i piedi. A 17 anni, dopo un inizio promettente nelle giovanili del Monza, un grave infortunio al ginocchio chiude di colpo quel sogno. Rifiuta l’operazione, scappa di casa e comincia un’altra vita, tra rapine, sparatorie, droga e fughe. Nel 1982 il primo arresto, poi 10 anni tra carcere e latitanza. Dal 1990 finisce negli Ospedali psichiatrici giudiziari-Opg, prima a Montelupo Fiorentino e poi a Reggio Emilia, dove passa anni durissimi, spesso legato al letto di contenzione. Nel 1998 la direttrice dell’Opg gli concede di allenarsi per la maratona Vivicittà. Maiello ricomincia a palleggiare, ne fa una terapia. La sua storia è raccontata nel libro Nel carcere dei matti delinquenti di Franca Garreffa (Kappa Vu), nel docufilm “Senza Volto” e in un podcast.
Mentre parliamo al telefono, Maiello è in macchina, sta andando ad un incontro in una residenza per persone con disabilità di Inzago (Milano). «Sto andando a trovare dei ragazzi. In molte iniziative sono vicino alle persone che soffrono e che sono in un momento difficile della loro vita perché anch’io sono stato per tanto tempo in un momento difficile. L’incontro a BergamoIncontra a cui parteciperò si chiama “Fu come giungere in porto dopo un mare in tempesta”. La mia vita è stata un mare in tempesta. Ho fatto 14 anni dentro al manicomio criminale e 10 anni di carcere, che non sono serviti a niente».
Maiello, iniziamo dal suo soprannome. Perché “il Maradona delle carceri”?
Mi venne dato nel 1984. Per tanti anni il pallone l’ho odiato, ma poi sono tornato a riprenderlo quando sono finito in carcere. Questo soprannome nacque quando Maradona arrivò dal Barcellona a Napoli, all’epoca avevo 21 anni. In quel momento ero diventato un pacco postale, avevo perso la testa, giravo da un carcere all’altro. Io giocavo benino a pallone e da lì è venuto questo soprannome.

Come ha trovato la quiete, il suo porto sicuro?
Ad un certo punto della mia vita pensavo di non tornare più al porto. Forse non lo volevo neanche perché mi rendevo conto che era inutile soffrire. Sono stato spronato dalla direttrice del carcere di allora a ricominciare a giocare, era il 1996, è tornato nella mia vita un pallone, me ne hanno dato uno personale per cercare di battere i record di palleggi. Una mia salvezza è stata questa, l’altra, ancora più importante, è stata trovare una persona di cui mi sono preso cura.
Mi parla di questo incontro?
Nel 1997 è arrivato Giovanni, che ha cambiato la mia vita. Giovanni Marione era un internato malato terminale di cui mi sono preso cura fino alla guarigione: è stato il vero atto di coraggio della mia vita. Lui è stato la medicina che mi ha salvato. Giovanni era una persona persa, lo sentivo sempre lamentarsi, da uomo spaventato perché era innocente. Nelle condizioni di vita in un Opg, a volte non volevi più neanche salvarti e continuare a soffrire così tanto. Seguivamo mattina, pomeriggio e sera una terapia obbligatoria, con punture, farmaci che ci rendevano sempre intontiti.
Giovanni Marione era un internato malato terminale di cui mi sono preso cura fino alla guarigione: è stato il vero atto di coraggio della mia vita. Lui è stato la medicina che mi ha salvato
Nei letti di contenzione venivamo legati con delle cinghie alle caviglie e ai polsi. Quando ero “scompensato”, come dicevano i dottori, quando non stavo bene, ero legato nudo in quel letto di contenzione, mi davano da mangiare con una cannuccia da bere e mi pulivano (ci facevamo tutto addosso): era molto umiliante per me. Ero finito io in quella situazione, con le mie scelte sbagliate perché volevo fare solo il calciatore. Lì ho pensato che non potessi più tornare indietro.
Ci spieghi meglio il suo incontro con Giovanni.
Giovanni non sapeva neanche di essere a Reggio Emilia perché la sua vita è sempre stata chiusa dentro l’Opg, non aveva nessuno, come in quel momento non avevo nessuno neanch’io. Quando l’ho visto, dopo due o tre giorni che gridava, che si lamentava non ce l’ho più fatta. Dopo tanti anni di carcere era il momento più difficile della mia vita, non stavo bene, in quel momento non avevo niente da perdere. E ho fatto una scelta istintiva, come una giocata nel calcio. Nel momento più difficile della mia vita ho scelto di aiutare una persona che stava molto più male di me. Quando sono andato dal dottore a chiedergli di mettermelo in cella perché volevo aiutarlo, me l’ha sconsigliato, mi disse: «Tu appena appena galleggi, lui sta morendo, ha tre mesi di vita, sprofondate tutti e due giù, non vi salva nessuno».
Gli risposi che tanto io ero già perso. Da lì è partito tutto. Giovanni all’inizio aveva paura di me, non si faceva aiutare, ma io l’ho voluto a tutti i costi aiutare, aveva delle crisi respiratorie fortissime. Eravamo io, Giovanni e un pallone. Abbiamo passato cinque anni insieme, Giovanni è guarito ed è uscito libero. Io l’ho capito dopo che, curando ogni giorno Giovanni, cambiandogli il pannolone, dandogli l’ossigeno, volendogli bene, stavo curando me stesso. Io non mi volevo più curare, a me la cura mi ha salvato e mi ha portato anche l’amore.
Io l’ho capito dopo che, curando ogni giorno Giovanni, cambiandogli il pannolone, dandogli l’ossigeno, volendogli bene, stavo curando me stesso. Io non mi volevo più curare, a me la cura mi ha salvato
Ce lo racconti.
Sì, l’amore di un’infermiera, che è la mia compagna. In tutti questi anni Daniela mi ha visto stare male quando ero legato, ma ha visto battere il record col pallone (non gliene fregava niente del pallone), mi ha visto aiutare giorno e notte Giovanni. E quando tutti mi chiedevano «perché lo fai? Perché cambi i pannoloni a una persona che non conosci?». Io ho sempre risposto che le mani me l’ero sporcate fuori e non pulendo Giovanni. Con lui io le mani me le stavo pulendo. La mia è una storia di amicizia e di amore. Daniela mi vedeva che curavo giorno e notte Giovanni, quando è uscito e dovevo fare ancora tanti anni dentro un giorno è venuta in cella per vedere come stavo. Le sue parole sono state: «Tu sei un uomo buono, ti aspetto quando uscirai». Sono uscito alla fine del 2007.
E i suoi record?
Ho iniziato nel 1998, ho palleggiato dentro le mura di cinta per un chilometro a destra e sinistra coi piedi. Nel 1999 ho fatto la stessa cosa ma a marcia indietro. Nel 2000, ho percorso la stessa distanza a marcia indietro, palleggiando solo di testa. Nel 2001, ho fatto cinque chilometri con il pallone in equilibrio stabile sulla fronte. Dopo altri record, ho palleggiato in occasione di una partita dell’Italia al Mapei Stadium, nel centro storico di Reggio Emilia per 1500 metri nel 2022 e per due chilometri l’anno dopo. Una tappa importante della mia vita è stato il perdono di Gianfranco Zola, di cui avevo organizzato nel 1994 il sequestro, che poi non andò in porto. L’ho incontrato 30 anni dopo e mi ha perdonato, mi ha voluto incontrare, è stata una dimostrazione di che campione è in campo e fuori.

In che modo lei oggi si prende cura degli altri?
Sono testimonial della legalità nelle scuole con Libera di Reggio Emilia, di “Un calcio al bullismo” e contro la violenza di genere. Delle iniziative contro il bullismo ci tengo perché Giovanni era bullizzato dentro anche il manicomio criminale: i bulli non sono solo i ragazzi ma anche gli adulti.
Lo faccio perché la mia storia potrebbe essere un monito soprattutto per i giovani, ai quali dico di fare attenzione perché si fa presto a sbagliare. Io non avrei mai potuto pensare che la mia vita finisse così male perché avevo un sogno del calcio, poi invece le cose succedono. I ragazzi quando racconto la mia storia fatta di calcio di criminalità, ma anche di amore e di amicizia, sono colpiti. Le ragazze sono sorprese quando parlo dell’amore di Daniela, nato in un posto così, del coraggio di una donna a credere in me. Quando torno a casa dopo questi incontri sono sempre più sereno e finché ce la faccio lo continuerò a fare.

Lei adesso ha un lavoro?
Sì, il lavoro ce l’ho da quando ho fatto un percorso bellissimo nell’Opg di Reggio Emilia. Lavoro in una cooperativa che si chiama Lo stradello e facciamo la manutenzione del verde, curiamo parchi e strade. Un lavoro che è il primo onesto che ho fatto in tutta la mia vita. A parte il calcio, ho fatto tutto quello che non dovevo fare. Questo è un lavoro libero e che mi fa sentire libero, farei veramente fatica a pensarmi in una fabbrica: non ci riuscirei, dopo tutti quegli anni rinchiuso. Mi prendo cura del verde, ma io più che prendermi cura delle cose materiali ho imparato che amo prendermi cura delle persone.
Foto fornite dall’intervistato. In apertura, Fabrizio Maiello con Giovanni Marione nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia
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