Gli F-35 americani, la Cina e il doppio gioco saudita

L’Arabia Saudita sta per avvicinarsi a uno dei club militari più esclusivi al mondo. Il dipartimento di Stato americano ha dato il via libera alla vendita di 48 F-35 al regno, per un valore stimato di 24,3 miliardi di dollari. Ma la decisione arriva nel momento in cui, a Washington, cresce un interrogativo molto meno commerciale: cosa succederà alla tecnologia del caccia americano se Riad continuerà ad avvicinarsi a Pechino?
Il via libera è arrivato nonostante i timori espressi in rapporti interni dell’intelligence statunitense, secondo quanto riportato dal New York Times. In particolare, un rapporto della Defense Intelligence Agency avrebbe sollevato dubbi sulla capacità di proteggere adeguatamente le strutture destinate agli F-35 e sul possibile accesso cinese alle tecnologie del velivolo. Il problema non riguarda soltanto i caccia: secondo il rapporto, personale militare cinese ha accesso a basi saudite e la Cina è già presente nelle infrastrutture di telecomunicazione e in alcuni sistemi di difesa del regno.
Il timore non è soltanto teorico. Secondo un’inchiesta di Politico pubblicata il 18 settembre, quest’estate una spedizione di componenti degli F-35 destinata agli Stati Uniti per essere riparata è stata deviata durante il transito dal Pacifico e è finita a Hong Kong. Il Pentagono ha confermato la scomparsa di alcuni componenti e il caso ha già provocato briefing al Congresso. Tra i pezzi c’era anche una copertura del cockpit, un componente che incorpora tecnologie legate alle capacità stealth del caccia. Non è chiaro perché la spedizione sia stata dirottata né chi abbia attualmente i componenti, ma il caso ha sollevato la possibilità che tecnologia sensibile possa essere finita nella sfera di influenza cinese. Il Pentagono ha fatto sapere di stare lavorando per recuperare i materiali e accertare quanto accaduto. Politico ricorda inoltre che un rapporto del Government Accountability Office del 2023 aveva rilevato la scomparsa di oltre un milione di pezzi di ricambio degli F-35 nell’arco di cinque anni.
È un problema che Washington conosce bene. La Turchia è stata esclusa dal programma F-35 nel 2019 dopo l’acquisto dei sistemi russi S-400, mentre il precedente progetto di vendita degli F-35 agli Emirati Arabi Uniti, durante l’amministrazione di Joe Biden, si è arenato anche per le preoccupazioni americane sulla presenza cinese nel Paese. Nel caso saudita, però, la Casa Bianca ha deciso di procedere.
La posta in gioco è particolarmente alta perché l’F-35 non è semplicemente un nuovo aereo da combattimento. È una piattaforma che integra capacità stealth, raccolta di informazioni, sensori e collegamenti con altri sistemi militari. Il timore americano, dunque, è che l’accesso cinese all’ecosistema che circonderà i caccia possa offrire a Pechino opportunità per acquisire informazioni su tecnologie considerate centrali per il vantaggio militare statunitense.
Riad, intanto, continua a presentare il rapporto con Washington come il pilastro della propria sicurezza. L’ambasciata saudita negli Stati Uniti ha definito il via libera alla vendita degli F-35 un riflesso della «forza e della natura duratura» della partnership strategica tra i due Paesi, ricordando come la cooperazione militare saudita-americana abbia contribuito per decenni alla sicurezza regionale.
Il problema è che, nello stesso momento, l’Arabia Saudita sta costruendo rapporti sempre più stretti con la Cina. Pechino ha collaborato con Riad sul fronte missilistico e i due Paesi hanno svolto esercitazioni militari congiunte. È proprio questa sovrapposizione di partnership a rendere il dossier F-35 diverso da una normale vendita di armamenti.
La coincidenza con la crisi dello Yemen rende il quadro ancora più significativo. Gli Houthi hanno avanzato lungo la costa del Mar Rosso e nell’area del Bab el-Mandeb, aumentando la pressione sulle rotte commerciali e sulle esportazioni petrolifere saudite. Secondo Reuters, Riad si è rivolta proprio a Pechino per chiedere aiuto. La Cina avrebbe quindi sollecitato Teheran, in via riservata, a usare la propria influenza sugli Houthi per impedire un’ulteriore espansione del conflitto.
È una fotografia insolita dei rapporti di forza regionali. Gli Stati Uniti restano il principale fornitore militare dell’Arabia Saudita e stanno offrendo a Riad una delle piattaforme più avanzate del proprio arsenale. Ma quando il problema immediato sono gli Houthi, il regno si rivolge anche alla Cina, che a sua volta può provare a esercitare pressione sull’Iran.
Per Pechino, infatti, la questione non è soltanto diplomatica. La Cina dipende fortemente dall’energia mediorientale e ha un interesse diretto a evitare che la guerra comprometta contemporaneamente lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso. Reuters riferisce che oltre l’80 per cento delle esportazioni petrolifere iraniane via mare nel 2025 è stato acquistato dalla Cina, per una media di circa 1,4 milioni di barili al giorno.
È qui che il dossier F-35 incontra la crisi regionale. Washington sta cercando di rafforzare la capacità militare di un partner che considera strategico, mentre quel partner mantiene aperti canali di sicurezza, tecnologia e diplomazia con la principale potenza rivale degli Stati Uniti.
La vendita dovrà ora affrontare il periodo di revisione del Congresso e, anche in caso di via libera definitivo, la consegna dei velivoli richiederà anni. Nel frattempo, però, la questione posta dall’intelligence americana resterà sul tavolo: quanto è possibile integrare l’Arabia Saudita nell’architettura militare statunitense mentre Pechino continua a essere presente nello stesso spazio strategico?
La risposta non riguarda soltanto 48 caccia. Riguarda il modo in cui Riad sta cercando di tenere insieme due relazioni che Washington e Pechino considerano sempre più difficili da separare.
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