Greenpeace, Legambiente e Wwf rispondono a chi contesta le rinnovabili per “difendere” paesaggio e beni culturali

Nei giorni scorsi ha avuto grande risonanza – a partire dalle pagine del Corriere della Sera – un appello a Greenpeace, Legambiente e Wwf da parte di molte altisonanti firme che contrappongono il necessario sviluppo delle fonti rinnovabili sui territori (e non solo sui tetti) italiani alla “difesa” dei beni culturali (molti già mangiati dall’inquinamento) e di un paesaggio plasmato nei secoli dalla mano dell’uomo e già piagato da cemento, infrastrutture fossili e non ultimo dai crescenti eventi meteo estremi foraggiati dalla crisi climatica in corso. Crisi climatica che proprio le rinnovabili possono mitigare, in quanto causata dall’impiego di combustibili fossili.
Spiccano tra le altre firme quelle di Vittorio ed Elisabetta Sgarbi, Corrado Augias, Giuliano Ferrara, Francesco Pratesi, Antonio Montani, Salvatore Settis, Monica Tommasi, Tomaso Montanari. Nell’appello si domandava «con il cuore pesante» ai «cari amici e cari compagni di tante battaglie» se fossero «disposti a bruciare la Gioconda per ottenere energia». Oggi la direttora di Greenpeace e i presidenti di Legambiente e Wwf hanno scelto di rispondere: il testo è disponibile di seguito in versione integrale.
Nessuno, e men che mai le nostre tre associazioni ambientaliste, pensa di “bruciare la Gioconda” per produrre energia. Ma mentre discutiamo di questa immagine provocatoria, l’Italia e l’Europa stanno vivendo, ancora una volta, anche quest’anno, giorni segnati da temperature estreme, città roventi, rischi crescenti per la salute, il lavoro, l’agricoltura e la vita quotidiana delle persone. La vera domanda, oggi, non è se vogliamo sacrificare il paesaggio alla transizione energetica, ma se siamo disposti a lasciare che la crisi climatica comprometta, in modo permanente, proprio quei paesaggi, quei patrimoni e quelle comunità che diciamo di voler difendere.
Aprire un conflitto tra le fonti rinnovabili e la tutela del paesaggio, oggi che la crisi climatica si manifesta in tutta la sua gravità sulla sicurezza delle persone, sui bilanci delle famiglie, sul futuro dei più giovani e sulla stessa idea di programmazione energetica ed economica del nostro Paese, è l’errore più grande che si possa compiere.
La tutela del paesaggio, della biodiversità e dei territori è parte della nostra storia. Per questo chiediamo rinnovabili ben pianificate e progettate, nei luoghi giusti, evitando progetti sbagliati e consumo inutile di suolo. Ma pianificare non può voler dire bloccare: rinviare l’uscita dalle fonti fossili significa aggravare la crisi che minaccia clima, salute e territori.
Da sempre il movimento ecologista ha fatto delle rinnovabili il fulcro del proprio modello energetico. Le ha scelte perché sono pulite, democratiche, più sicure e meno costose delle fonti fossili che, tra l’altro, alimentano anche pesanti tensioni geopolitiche e terribili guerre in tutto il mondo. Le ha scelte perché sono l’unico antidoto sostenibile, nei tempi e nei costi, per abbassare la febbre che riscalda il Pianeta e che nel Mediterraneo cresce più velocemente che altrove.
Questo modello può garantire bollette più competitive, come dimostra quanto accaduto in Spagna, ai 5 milioni di italiane e italiani in povertà energetica, che faticano ad arrivare alla fine del mese, e alle imprese messe in ginocchio dall’aumento dei prezzi dell’energia. Per questo sarebbe assurdo metterlo in discussione sulla base di una contrapposizione astratta tra transizione energetica e tutela del paesaggio.
Non corrisponde alla realtà affermare che Greenpeace, Legambiente e WWF siano pronte ad accettare qualsiasi progetto. Abbiamo detto, e continueremo a dire, no quando occorre farlo. Da sempre ci battiamo, con iniziative, dichiarazioni e documenti formali, perché Stato e Regioni facciano il proprio dovere individuando aree idonee alle rinnovabili: prima di tutto in localizzazioni che non entrino in conflitto con la storia, la natura e la bellezza di questo Paese; e, in ogni caso, valutando con rigore dove l’impatto sia tollerabile rispetto a un’esigenza ormai inderogabile: rottamare subito le fonti fossili e climalteranti, dannose anche per la salute delle persone.
Nella lettera aperta c’è chi si dice stupito di non vederci impegnati contro eolico e fotovoltaico. Potremmo dirci altrettanto stupiti di vedere tanta chiusura verso queste fonti energetiche, peraltro senza l’indicazione di un’alternativa credibile. Così come potremmo dirci stupiti di non vedere la responsabilità collettiva di costruire, per le generazioni che verranno dopo di noi, un modello energetico sicuro, democratico, accessibile, sostenibile e compatibile con la tutela dei territori.
La priorità degli ambientalisti non è contrapporre la bellezza alla transizione, ma impedire che l’inazione climatica renda più fragile tutto ciò che vogliamo proteggere: i paesaggi, gli ecosistemi, le economie locali, la salute delle persone e, soprattutto, il diritto di chi verrà dopo di noi a vivere in un Paese ancora abitabile.
Un’ultima precisazione. Abbiamo un tratto distintivo che accomuna il DNA delle nostre tre associazioni. Nella nostra storia, quando la scienza ha indicato la luna, non abbiamo mai fatto l’errore di guardare il dito. E, anche sulla lotta alla crisi climatica, prendendo con la dovuta serietà i ripetuti allarmi del mondo scientifico, ci siamo messi all’opera, con rigore, coraggio e soprattutto coerenza, senza fare sconti a nessuno, per liberare il paese e il pianeta dalla dittatura delle fossili, nell’interesse delle future generazioni.
Chiara Campione, direttora esecutiva Greenpeace Italia
Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente
Luciano Di Tizio, presidente WWF Italia
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