I progetti idroelettrici cinesi in Tibet alimentano la catastrofe in Nepal

Sabato 10 ottobre una frana ha sbarrato il Budhi Gandaki, nel distretto di Gorkha, un centinaio di chilometri a ovest di Kathmandu. Quando la diga di detriti ha ceduto, l’onda di piena ha spazzato via case, due ponti sospesi, il ponte stradale verso il distretto di Dhading e parte del cantiere di un impianto idroelettrico. Le autorità nepalesi hanno ordinato l’evacuazione delle rive a valle, allertando i distretti fino a Chitwan e Nawalparasi; almeno cinque persone risultano disperse.
È la seconda piena improvvisa in sei settimane, e segue lo stesso copione di quella, ben più devastante, di fine agosto: un pezzo di montagna che crolla, un fiume che si blocca, un lago che si gonfia e poi si rovescia verso valle. Il Nepal sta imparando a sue spese che sull’Himalaya le catastrofi non arrivano mai da sole.
Nel distretto di Rasuwa si continuano a estrarre corpi dal fango e dalle macerie. Il bilancio di agosto è spaventoso: 1.457 morti, migliaia di dispersi, interi villaggi cancellati dalle mappe. Pechino racconta le piene improvvise che il 26 agosto hanno travolto il nord del Nepal e la contea tibetana di Gyirong come una fatalità della natura. Non lo sono. Sono il prezzo, prevedibile ed evitabile, di decenni di cantieri, dighe e tunnel con cui la Repubblica Popolare Cinese non ha soltanto occupato militarmente il Tibet, ma ha contemporaneamente aggredito l’Himalaya, trasformando le montagne più alte del mondo in un potenziale campo di morte.
Per capire come sia potuto accadere bisogna partire dalla geografia. L’Himalaya non è una montagna qualunque: è il più giovane e tettonicamente attivo dei grandi sistemi montuosi del pianeta, nato dalla collisione tra la placca indiana e quella euroasiatica. Le vette ospitano ghiacciai e nevai sterminati, i versanti sono così ripidi da cedere al minimo scossone, i fiumi precipitano in gole strette con una forza erosiva impressionante.
In altre parole: ghiacciai sono sospesi sopra pendii instabili, a loro volta sospesi sopra i fiumi, il tutto adagiato su zone sismiche. Un equilibrio precario, in cui chiunque dovrebbe muoversi con estrema cautela. Pechino ha scelto di fare l’esatto contrario.
Le indagini dei fatti dello scorso agosto alla frontiera fra Tibet e Nepal descrivono una dinamica precisa: ad alta quota una grande massa di ghiaccio e roccia è crollata, riversando nel fiume una valanga di detriti. Lo sbarramento ha formato una diga naturale; l’acqua si è accumulata alle sue spalle finché la barriera ha ceduto, liberando un’onda di piena devastante. L’onda alluvionale che si è cosi generata ha percorso circa 168 chilometri a valle, spazzando via strade, ponti, villaggi e centrali idroelettriche. Diverse centrali elettriche sono state distrutte e molte vittime sono morte intrappolate nelle gallerie.
Gli esperti chiamano questo fenomeno “GLOF, Glacial Lake Outburst Flood“: lo svuotamento improvviso di un lago glaciale. Con il ritiro dei ghiacciai, l’acqua si raccoglie dietro dighe naturali di ghiaccio, che possono restare stabili per decenni e poi cedere di colpo. Basta un terremoto, una frana o una valanga che precipita nel lago, piogge torrenziali, uno scioglimento rapido delle nevi o la lenta erosione della barriera. Se a valle c’è una gola stretta, anche un piccolo lago può scatenare un’onda che trascina con sé enormi quantità di roccia e sedimenti.
Il corridoio Gyirong–Rasuwagadhi, dove è avvenuta la tragedia di agosto, è peraltro il cuore dei progetti di connettività transhimalayana promossi da Pechino, ed è lo stesso tratto colpito più e più volte da calamità naturali. Nonostante il fatto che fosse ampiamente noto che quella valle è tra le più vulnerabili dell’intera catena non ha fermato le ruspe cinesi. Lo sviluppo infrastrutturale senza freni ha fatto da moltiplicatore di rischio.
Mentre i media di Stato cinesi liquidano la tragedia come un «crollo glaciale simile a un terremoto», i fatti raccontano altro. Dopo la piena, alla confluenza tra il Chhocken Khola e il Purepu Tsangpo si è formato un lago di sbarramento di 2 milioni di metri cubi, già tracimante. Lo stesso Ministero delle Risorse Idriche di Pechino ha dovuto ammettere un “alto rischio” di cedimento catastrofico entro tre giorni.
Ancora più pesanti sono le testimonianze di ingegneri nepalesi e residenti: nei mesi precedenti, attorno al valico di Rasuwagadhi–Gyirong, i cantieri cinesi hanno tracciato strade, scavato gallerie e tagliato versanti. Lavori che hanno destabilizzato permafrost e morene glaciali, preparando il terreno al collasso. A completare il quadro, uno studio pubblicato a maggio 2026 sull’International Journal of Disaster Risk Science documenta un’espansione del centonovantaquattro per cento del lago glaciale Qiangzongke Co, nel Tibet sudoccidentale, tra il 2018 e il 2024, con versanti che scivolano a oltre 100 millimetri l’anno: un fenomeno legato tanto al riscaldamento globale quanto alla pressione delle infrastrutture.
Di fronte a tutto questo, Pechino ha recitato il solito copione: negare, deviare, minimizzare. «Le accuse non aiutano; la cooperazione salva vite», ha replicato con sufficienza l’ambasciata cinese a Kathmandu. Parole da parte di un governo che ha sistematicamente ostacolato la condivisione dei dati idrologici transfrontalieri, si è rifiutato di aderire alle reti regionali di allerta precoce e ha tirato dritto con progetti di dighe che gli stessi scienziati definiscono «bombe geologiche a orologeria». La cooperazione, per la Repubblica Popolare, sembra valere solo quando non costa nulla.
Dall’altopiano tibetano nascono i grandi fiumi dell’Asia: chi ne controlla le sorgenti tiene in mano la sicurezza di milioni di persone.
Per gli Stati rivieraschi a valle è arrivato il momento di chiamare la Cina a rispondere delle proprie scelte. Servono un monitoraggio scientifico indipendente e rigoroso, una condivisione trasparente dei dati transfrontalieri e modelli di rischio elaborati congiuntamente. E serve, soprattutto, che Pechino si assuma le responsabilità che derivano dalla sua posizione di Stato a monte, fermando nuovi tunnel e perforazioni in una delle aree più fragili del pianeta. Prima che la prossima bomba a orologeria esploda.
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