Il campo largo cerca un nome, ma non trova un progetto

Misurare la salute politica del campo largo passa anche dalle scelte comunicative, che significa poi guardare ai temi di cui si discute. Nonostante gli appuntamenti di ieri e del 15 luglio, a Napoli e a Padova, la discussione pubblica che finora filtra da capipartito e palazzi è ferma al nome da dare alla coalizione, più che orientata verso temi propositivi.
Se l’elemento può avere, in prospettiva, certamente una sua rilevanza, quando Giuseppe Conte propone «Alleanza per la Costituzione e la democrazia» e Bonelli risponde con Apa – «Alleanza per la pace e l’ambiente» – è lì che emerge tutta la debolezza, anche culturale, dello stato dell’attuale costruzione di un’offerta politica credibilmente alternativa al governo Meloni.
La linea comunicativa riproduce infatti il modus operandi di forze concentrate sull’utilizzo dei vessilli, che siano Costituzione, pace o ambiente, con «titoli» finalizzati troppo spesso contro qualcuno (che andrebbe anche bene, almeno relativamente), senza spiegare però per fare che cosa. Continuare con l’allarmismo democratico, servendosi dello spauracchio strategico, oltre a non essere politicamente maturo, rischia di essere controproducente, in un perpetuo schema di campagna esclusivamente negativa.
La fotografia è insomma quella di un grattacapo programmatico, composto di formule difensive da contrapporre ad avversari impliciti non meglio specificati, evitando di iniziare dal presentare un’idea di Paese che l’elettore possa immaginare concretamente. Il richiamo alla Costituzione, ovviamente il terreno più unificante e meno divisivo possibile, condiviso almeno formalmente da tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione, finisce risucchiato in questa logica, riducendosi a bandiera dell’approssimazione, da sventolare quando si è a corto di proposte.
Nell’ultimo ormai decennio, l’aver comunicato prevalentemente per sottrazione non ha giovato al centrosinistra italiano, non perché errato in sé ma perché non accompagnato dalla corretta – e iniziale, nel senso di prioritaria – addizione: a favore di cosa, con quali strumenti, attraverso quali mezzi, fuori dalle autodefinizioni geometriche e identitarie interpretate come centrali, che stemperano e svuotano i valori politici sostanziali.
La più prudente formula di «coalizione progressista» evocata da Schlein è comunque figlia di un’evocazione, nella quale il progressismo finisce per assottigliarsi a concavo e convesso, in un uso piuttosto generico. Con il simbolismo, inoltre, non ci si allarga mai, continuando a parlare ai propri gruppi sociali di riferimento (nel caso del Pd e del suo fisso venti per cento: pensionati, insegnanti, parte della borghesia professionale delle grandi città, un elettorato mediamente più anziano della media e anche più ideologizzato della media, quindi molto stabile, ma con ben poche possibilità di ampliarsi e includere sul serio, parlando a molti dimenticati).
Focalizzandosi sulle politiche pubbliche finora emerse nelle discussioni, si arriva alle medesime conclusioni, in maniera piuttosto emblematica. Si pensi quindi alla discussione sulla patrimoniale, che rientra ciclicamente nell’agenda del centrosinistra, spesso avanzata come misura di giustizia sociale rapida e risolutiva. Ma è essa stessa un vessillo, un simbolo, con il quale ci si priva dello sforzo di cercare di comprendere i fenomeni fino in fondo, insieme alle loro reali dimensioni. Si nomina un nemico (il grande patrimonio, l’un per cento), ma si tace sulle endemiche e strutturali problematiche della spesa pubblica, sulla sua composizione, sulla capacità (o incapacità) di generare valore proporzionato a quanto costa.
Così facendo, si sfugge anche alla funzione pedagogica della politica (che non è indottrinare e neanche formare i cittadini, ma informarli in modo serio e accurato, sì, nell’esercizio responsabile del proprio ruolo di rappresentanza), continuando a rimandare il far capire agli italiani, o almeno al proprio corpo elettorale, che il debito pubblico pesa sui conti del Paese molto più dei super ricchi e persino dell’evasione fiscale.
Se di patrimoniale si parla, questa, sì, dovrebbe pagarla lo Stato: una patrimoniale per via di dismissioni pubbliche (concessioni, controllate, patrimonio immobiliare pubblico), citata e discussa nel tempo da pochissimi e che oggi nessuno sembra avere la forza di spiegare.
La sinistra odierna non ha il senso della misura della spesa, non perché manchi di sensibilità sociale, ma perché comunica come se il problema fiscale e di debito italiano si risolvesse tassando i ricchi, piuttosto che riformando la macchina pubblica che quei soldi li spende, spesso male (si pensi a buona parte del Pnrr e al Superbonus, per un totale di quattrocentocinquanta miliardi, pari al venti per cento del Pil, molti da ripagare nei prossimi decenni), o che non riesce nemmeno a spendere le risorse disponibili.
È un errore di comunicazione prima ancora che di policy: si preferisce indicare un colpevole esterno invece di assumersi l’incombenza di dire agli elettori una verità meno comoda, ma capace di favorire una maggiore presa di coscienza e un maggiore senso partecipativo, cioè che la vera «patrimoniale» da affrontare è quella implicita nel debito pubblico e nell’inefficienza della spesa corrente, che grava su tutti, oggi e soprattutto domani, in termini generazionali.
Il tema generazionale impone di aprire un breve capitolo sulla spesa pensionistica – superiore al quindici per cento del Pil, più di trecentocinquanta miliardi, che superano la spesa combinata di scuola e sanità e che salirà al diciassette per cento entro il 2041 – e soprattutto sulla poca consapevolezza che ancora regna nella percezione dei più.
Al di là del segmento dei pensionati con pensioni minime o comunque molto basse, da sostenere in maniera doverosa, resta una buona quota della spesa pensionistica che non ha giustificazioni economiche, non derivando cioè dai contributi versati dalle persone. Si tratta degli unici redditi che sono aumentati in termini reali negli ultimi venticinque anni.
Ovviamente, il senso della realtà annegato nella spesa a debito è vero a sinistra quanto a destra, in un Paese in cui si concorre al mantenimento della spesa in modo trasversale. Se esistono molteplici contraddizioni e diversità nelle due coalizioni, cioè al loro interno, questa non lo è.
Analizzato nella sua interezza, il vuoto di comunicazione positiva dettato da stendardi ed emblemi favorisce formazioni che si muovono agli estremi e che intercettano mancate risposte in senso positivo e propositivo.
Mario Lavia, qui su Linkiesta, ha descritto accuratamente il rischio geopolitico della convergenza tra Roberto Vannacci a destra e Alesandro Di Battista a sinistra – la Russia non avrebbe bisogno di vincere le elezioni italiane, le basterebbe impedire che qualcuno le vinca davvero, e in questo senso Futuro Nazionale di Vannacci all’estrema destra e Schierarsi di Di Battista all’estrema sinistra condividerebbero, pur da posizioni apparentemente opposte, un’aspirazione filoputiniana legata alla capitolazione dell’Ucraina (una sorta di «operazione elettorale speciale» del Cremlino volta al condizionamento di entrambi i poli, scommettendo su tutti i tavoli al fine di non perdere, infiltrando de facto entrambi gli schieramenti).
Al di là della (puntualissima) lettura internazionale, il dato politico interno è altrettanto interessante: entrambi i fenomeni nascono dalla capacità di parlare con un linguaggio diretto, riconoscibile, quasi fisico, a un elettorato che si sente escluso. Non offrono chiaramente soluzioni più solide – anzi, ne offrono di peggiori, o non ne offrono affatto – ma comunicano con un’efficacia che il sistema diventato «tradizionale» ha smarrito.
È un cortocircuito che dovrebbe preoccupare, perché lascia campo libero a chi la comunicazione politica la fa bene proprio nella sua versione più povera di contenuto e più ricca di rabbia, senza preoccuparsi di far accettare la realtà vera.
Il problema del campo largo oggi è nel programma e lo precede, perché sembra sempre più difficile capire che cosa possa esprimere in poche semplici frasi e a favore di che cosa.
Finché continuerà a rispondere alla retorica del risentimento e dei nemici con dei vessilli – che siano un nome, un acronimo o altri nuovi nemici designati – invece che con proposte chiare e misurabili, lascerà che altri riempiano quello spazio comunicativo, a livello di agenda e di temi percepiti dagli italiani come prioritari, condannandosi a rincorrere costantemente gli avversari.
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