Il biologico è come la democrazia. Non sarà il massimo, ma non abbiamo ancora trovato niente di meglio

Non è una provocazione. È un tentativo di uscire da una conversazione che da trent’anni gira su sé stessa, incapace di produrre altro che trincee contrapposte: da una parte i sacerdoti del bio, convinti che chiunque usi un fitofarmaco stia avvelenando il pianeta e i propri figli; dall’altra i detrattori scientisti, pronti a liquidare l’agricoltura biologica come un costoso esercizio di marketing per consumatori benestanti e distratti. Nel mezzo, milioni di persone che vorrebbero solo capire cosa mettono nel piatto.
Alla fine è una questione di identità prima che di agronomia. Il problema, secondo chi studia il rapporto tra cibo e cultura, è che il biologico ha smesso da tempo di essere solo un metodo di coltivazione per diventare un marcatore identitario. «Scegliere il bio non è più una decisione agronomica o nutrizionale», spiega un ricercatore che si occupa di antropologia dell’alimentazione. «È una dichiarazione di appartenenza. Dice chi sei, quali sono i tuoi valori, in quale tribù ti riconosci. E quando un sistema di produzione diventa identità, il dibattito razionale diventa quasi impossibile: attaccare il bio significa attaccare la persona, non il metodo».
Questa trasformazione ha radici precise. Il biologico è nato come movimento di resistenza negli anni Settanta, in risposta alla chimica pesante dell’agricoltura industriale del dopoguerra e i movimenti di resistenza tendono a costruire narrazioni forti, mitologie fondative, nemici chiari. È utile per mobilitare, meno utile per governare la complessità. Il risultato è che oggi ci troviamo a discutere di biologico con gli strumenti del tifo calcistico invece che quelli dell’analisi.

Cosa dicono davvero i dati
Se si prova a uscire dalle narrazioni e a guardare i numeri, il quadro è quello che chiunque lavori seriamente nel settore conosce bene: ambivalente, sfumato, tutt’altro che definitivo. «Il biologico ha dimostrato risultati solidi su alcuni fronti come la salute del suolo, la biodiversità, la riduzione dei residui chimici nelle falde acquifere e risultati insufficienti su altri fronti», dice un agronomo che lavora con aziende in transizione. «Le rese medie sono ancora inferiori del 20-25 per cento rispetto al convenzionale. In un mondo in cui dobbiamo nutrire otto miliardi di persone, non è un dato che si può ignorare con un’alzata di spalle». Uno degli ostacoli è comunque l’eccesso di utilizzo delle sostanze come rame e zolfo, le armi insostituibili e le più efficaci con questa modalità di coltivazione: con il clima sempre più imprevedibile è necessario usarle più volte durante la stagione all’interno di una coltura o di un vigneto e questo provoca compattamento del suolo, maggior rischio per l’operatore e spreco di carburante.
Eppure sarebbe sbagliato usare questo dato per chiudere la discussione. Perché l’agricoltura convenzionale ha i suoi costi ambientali, sanitari, sociali che non compaiono nei bilanci delle aziende ma che la collettività paga. Suoli impoveriti, perdita di biodiversità, resistenza agli agrofarmaci, inquinamento delle acque: sono costi reali, non invenzioni degli ambientalisti. Il biologico, con tutti i suoi limiti, ha avuto il merito storico di mettere questi costi sul tavolo e di obbligare il sistema a farci i conti.

Il paradigma che ancora non c’è
La metafora churchilliana cattura meglio di qualsiasi dato il fatto che il biologico non regge il campo perché è perfetto, ma perché non esiste ancora un sistema alternativo che sia codificato, certificabile, scalabile e capace di sostituirlo. L’agroecologia è la candidata più seria perché integra principi biologici con una visione sistemica dell’ecosistema agricolo, ragiona per filiere e territori invece che per singole aziende, e in alcuni contesti ha prodotto risultati notevoli. Ma non è ancora un modello compiuto, non ha una certificazione riconosciuta a livello europeo, e fatica a trovare la massa critica necessaria per incidere sui mercati.
«Lavoro in biologico da quindici anni», racconta un produttore che coltiva cereali e ortaggi in una piccola azienda del Centro Italia. «E da almeno cinque cerco qualcosa che vada oltre. Non perché il bio mi abbia deluso, ma perché sento che il paradigma si è fermato. L’agroecologia mi sembra la direzione giusta, ma è un cantiere. Nel frattempo, il bio è l’unico cantiere con un tetto sopra la testa». È esattamente questo il punto. Le pratiche di agricoltura rigenerativa, le tecniche di conoscenza ecologica tradizionale, i nuovi approcci alla gestione del suolo come sistema vivente: tutto questo esiste, alimenta una ricerca sempre più vivace, ma non è ancora un sistema. È un arcipelago di buone pratiche in cerca di una grammatica comune.

Difenderlo senza santificarlo
E allora, cosa fare? La risposta non è né difendere il biologico come se fosse intoccabile, né demolirlo in nome di un futuro che non è ancora arrivato. È qualcosa di più difficile e meno soddisfacente per chi ama le posizioni nette: tenerlo in piedi, migliorarlo e lavorare perché venga integrato ad altro nel modo giusto, per fare in modo che il bisogno di nutrimento di tutti gli esseri umani non pesi sul Pianeta e sul suo futuro ma che diventi addirittura uno strumento di rigenerazione.
Tenerlo in piedi significa difenderne il sistema di regole e controlli che funziona, con tutti i suoi limiti, e che rappresenta l’unico argine certificato all’agricoltura puramente estrattiva. Migliorarlo significa liberarlo dalla retorica che lo ha trasformato in religione e restituirlo alla pragmatica: un metodo tra i metodi, il migliore disponibile oggi, non la verità rivelata. Lavorare perché venga superato nel modo giusto significa investire nella ricerca, sostenere la transizione agroecologica, smettere di trattare chi sperimenta oltre il bio come un traditore della causa. Significa anche provare a pensare di non limitarsi a lasciare il mondo come l’abbiamo trovato, ma migliorarlo. Churchill aveva capito qualcosa di importante: i sistemi imperfetti non si difendono dicendo che sono perfetti. Si difendono dicendo che sono i migliori che abbiamo, e lavorando perché il prossimo sia ancora migliore. Vale per la democrazia e vale, a sorpresa, anche per il biologico.


I progetti di SoulFood Forestfarms
Nata nel 2021, SoulFood Forestfarms è un’impresa sociale che lavora sulla diffusione dell’agroforestazione e dell’agricoltura rigenerativa in Italia. Il primo progetto sviluppato è l’Agroforesta Urbana di Milano, realizzata nel Parco Agricolo Sud Milano, nell’area della Vettabbia tra i quartieri Corvetto e Vigentino, dove città e campagna si incontrano.
Qui l’organizzazione gestisce un sistema agrosilvopastorale sperimentale e promuove attività rivolte alla cittadinanza, tra cui il programma «Adotta una gallina» e la scuola di agroecologia Hanami, con l’obiettivo di costruire una comunità attorno ai temi della produzione alimentare e della rigenerazione ambientale.
Negli anni il progetto si è esteso ad altre regioni attraverso la Rete Microfarmers, che riunisce aziende agricole interessate a convertire modelli produttivi convenzionali verso pratiche rigenerative basate su agroforestazione e agricoltura sintropica. L’obiettivo è migliorare fertilità dei suoli, biodiversità, gestione dell’acqua e resilienza climatica.
Sul piano scientifico SoulFood Forestfarms collabora con EARA, la European Alliance for Regenerative Agriculture, per applicare e validare il Full Productivity Index, uno strumento che misura la capacità rigenerativa dei sistemi agricoli. Tra i partner scientifici figurano inoltre l’Università degli Studi di Milano e il Politecnico di Milano. L’ultimo progetto è stato finanziato nell’ambito dell’Italian Soil Health Living Lab di iCOSHELLs e prevede la realizzazione di un ettaro sperimentale dedicato allo studio di sistemi agroforestali successionali progettati per operare senza irrigazione artificiale. L’area sarà monitorata attraverso una mappatura georeferenziata delle piante per misurare sviluppo radicale, accumulo di carbonio e biodiversità del suolo, con l’obiettivo di sviluppare modelli replicabili per il recupero degli agroecosistemi periurbani degradati.
Questo è un articolo del secondo numero di Gastronomika Mag, presente all’interno di Linkiesta Magazine “Inciviltà delle macchine”, ordinabile qui.

Le fotografie sono di Paola Tarroni e Poce
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