Gli alleati di Meloni hanno smesso di obbedire, si vota ad aprile o prima?

Il doppio cedimento di Giorgia Meloni, prima sul ballottaggio e poi ieri sulle preferenze, è il segnale che la presidente del Consiglio non riesce più a imporre la propria linea alla maggioranza con la stessa facilità di qualche mese fa. Non è ancora una crisi di governo. È, semmai, una crisi di comando. Perché ogni volta che la Lega fa «buh», Meloni arretra. Ogni volta che Forza Italia solleva una riserva, Palazzo Chigi deve trattare. La maggioranza non si è rotta, ma non è più quel blocco disciplinato e granitico che per quasi quattro anni ha consentito alla presidente del Consiglio di dettare tempi e agenda. La partita sul Melonellum ha semplicemente reso visibile qualcosa che covava da tempo. Sulle preferenze la questione ha un che di paradossale.
Il sub-emendamento delle opposizioni prevedeva una cosa abbastanza semplice: un voto di lista e fino a due preferenze per candidati di sesso diverso, senza tutela per i capilista. Fratelli d’Italia aveva già votato alla Camera un impianto analogo, su un testo presentato da Roberto Vannacci, che infatti da due giorni la sfotteva: «Vota le preferenze». Ma anche stavolta non c’erano i numeri, non c’era la disponibilità degli alleati, e così FdI ha fatto marcia indietro. Il sub-emendamento è stato respinto tra le urla dell’opposizione e la questione, per ora, è chiusa. Incendio domato, certo. Ma la fotografia della maggioranza è più sfocata; ciascuno ha ormai cominciato a guardare oltre il governo.
È una situazione quasi di pre-crisi nella quale la politica di governo rischia di essere sostituita dalla ricerca di ciò che può tornare utile elettoralmente. A Bari, nella grande autocelebrazione della longevità del governo, si era visto qualcosa di inedito: «una passerella di una star al tramonto», scrisse Linkiesta, nel senso della difficoltà di Meloni di raccontare al Paese qualcosa di nuovo.
Le ha già dette tutte: l’Italia che torna protagonista, la sicurezza, le tasse, le riforme. Ma il bilancio è molto più magro di quello che lei si aspettava. E adesso? Certo, la presidente del Consiglio non è politicamente finita. Ma si è chiusa una certa fase della sua leadership: quella nella quale ogni problema della coalizione poteva essere risolto dalla sua forza personale.
E qui si innesta la crisi di Matteo Salvini, con la Lega diventata una variabile strutturale della difficoltà del governo. Forza Italia, intanto, non ha più la funzione di stabilizzazione che aveva il partito di Silvio Berlusconi. Antonio Tajani non dispone della forza politica del fondatore e il futuro del partito resta legato a una transizione che Marina Berlusconi non ha chiarito.
In questo caos è piombato come un rapace l’ex generale Roberto Vannacci, guastatore perfetto di una coalizione che non può permettersi di perdere voti alla propria destra; un Ghino di Tacco può essere fastidioso anche per una maggioranza forte. Che diventa molto più insidioso quando la maggioranza comincia a sfarinarsi.
A questo punto la vera domanda è quando votare. Nella destra, una prima scuola di pensiero porta alla primavera, magari ad aprile: approvare la legge di bilancio e poi chiedere al Quirinale lo scioglimento delle Camere, evitando un’estate di conflitti e logoramenti.
L’altra suggerisce di resistere fino all’autunno, magari ottobre, nella speranza che Vannacci perda slancio e lasciare che il centrosinistra si consumi nella guerra sul candidato presidente del Consiglio e nelle sue contraddizioni. In entrambi i casi siamo davanti a una maggioranza che ha cominciato a pensare alla propria fine. E quando succede questo, è chiaro che la legislatura ormai non ha più nulla da dire.
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