Il quiet quitting trasforma la disillusione sul lavoro in una rinuncia contro sé stessi

C’è un’illusione ottica che si sta diffondendo come un virus all’interno delle nostre organizzazioni, qualcosa che viene raccontato come una forma di ribellione romantica o di saggia resistenza contro lo sfruttamento aziendale: il quiet quitting. Ci viene descritto come l’atto legittimo con cui la professionista e il professionista decidono di sottrarsi al ricatto della performance, limitandosi a eseguire il minimo sindacale per proteggere la propria salute e il proprio tempo.
Smettiamola di avallare narrazioni stolte. Il quiet quitting non è uno sciopero bianco contro l’azienda disfunzionale, è un lento e consapevole sabotaggio contro di sé. Rimanere aggrappati a una sedia, spegnendo progressivamente il cervello e rinunciando a esprimersi all’interno di un modello di lavoro rotto, significa svalutare noi stesse, noi stessi.
La misurazione di questa rinuncia psicologica collettiva emerge con chiarezza dai dati sul tasso di coinvolgimento delle persone al lavoro, che a livello globale si è contratto sistematicamente fino ad assestarsi ad appena il 23 per cento nel 2025. Gallup certifica che si sono persi tre punti in un triennio, e che ogni punto percentuale equivale alla vita di circa 21 milioni di individui: ci sono 63 milioni di persone che negli ultimi tre anni hanno azzerato l’investimento emotivo e professionale verso il datore di lavoro.
La quantificazione finanziaria di questo disastro si traduce in un costo che nel 2025 ha raggiunto la stima di 8,9 trilioni di dollari, una tassa occulta sulla crescita globale che divora il 9 per cento del PIL mondiale.
Se analizziamo le indicazioni geografiche di questo declino scopriamo che le illusioni si infrangono contro muri ben precisi. Mentre gli Stati Uniti e il Canada mantengono una parziale tenuta con il 33 per cento di dipendenti attivamente coinvolti, la maglia nera del mercato appartiene all’Europa: da noi il coinvolgimento della forza lavoro rimane inchiodato al 13 per cento, il valore più basso su scala globale.
E l’Italia, in questo teatro della disconnessione, fa meglio della media del continente ma si ferma comunque a un misero 18 per cento di persone che si sentono coinvolte. Ben il 47 per cento delle lavoratrici e dei lavoratori italiani riferisce livelli insostenibili di stress quotidiano e il 23 per cento dichiara di provare una frequente tristezza durante lo svolgimento delle proprie mansioni.
Davanti a questa emorragia di valore, la lavoratrice e il lavoratore vecchio stampo hanno già pronta la propria scusa d’ordinanza, l’alibi da esibire per giustificare il proprio spegnimento: la colpa è del capo, di un management tossico e inefficiente.
E l’evidenza scientifica sembrerebbe dar loro ragione, dal momento che la qualità della leadership determina da sola ben il 70 per cento della varianza del coinvolgimento di un team. Ma è proprio qui che si consuma il salto logico tra il dipendente subordinato e l’intraprendente azionista di sé: riconoscere che il management è inadeguato è un’analisi corretta, utilizzare questa disfunzione come giustificazione per oscurare la propria luce professionale è un alibi inaccettabile. Perché spegnere la vita professionale equivale a soffocare la propria vita.

Tratto da “Piena occupazione” di Alessandro Rimassa, Egea, 168 pagine, 13,99 euro
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