La storia di Eugenio Colorni svela la solitudine pubblica degli ebrei antifascisti italiani

Maggio 20, 2026 - 05:43
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La storia di Eugenio Colorni svela la solitudine pubblica degli ebrei antifascisti italiani

L’8 settembre 1938 Eugenio viene chiamato dalla Questura di Trieste per ritirare il passaporto di cui aveva richiesto il rinnovo tre giorni prima. Gli sarebbe servito per tornare a Parigi dove ad aspettarlo ci sarebbe stato Enrique Freymann, direttore della casa editrice Hermann, che lo attendeva nella capitale francese per discutere la pubblicazione di un volume su Leibniz.

Trieste, che per gli ebrei (circa 5.000) e per Colorni era stata un luogo accogliente, già nei mesi precedenti aveva visto, come il resto del Paese, una serie di segnali allarmanti che partirono dalla sostituzione del podestà della città, Enrico Paolo Salem, costretto a rassegnare le dimissioni. Salem non era ebreo, ma era considerato troppo vicino agli ambienti economici ebraici triestini. In quei giorni cominciò a ricevere lettere anonime cariche di insulti e accuse, mentre all’interno del partito fascista cresceva la pressione per la sua rimozione. Al suo posto venne nominato il commissario prefettizio Francesco Martucci, incaricato anche di organizzare la visita di Mussolini, prevista per il 18 settembre.

Un altro segnale inquietante a fine agosto furono le scritte rinvenute sulla facciata della sede della Riunione Adriatica di Sicurtà (RAS), uno degli istituti finanziari più importanti della città, dove apparvero scritte contro gli ebrei e contro Edgardo Morpurgo, presidente della società ed esponente di una delle famiglie ebraiche più note in città.

Il 5 settembre il regime promulga il primo provvedimento legislativo della politica antiebraica: il regio decreto che dispone l’espulsione degli ebrei dalla scuola italiana. Dieci giorni dopo, il 18 settembre, Benito Mussolini in piazza Unità d’Italia annuncia l’adozione imminente di una legislazione volta a escludere gli ebrei dalla società. Una scelta che rivendicherà con orgoglio, sottolineando come la pressione tedesca per l’adozione di un sistema legislativo di stampo razzista e antisemita non è stata determinante per questa decisione, prendendosi così, come per l’uccisione di Giacomo

Matteotti, le intere responsabilità storiche. Mussolini dirà dal balcone che «il problema razziale non è scoppiato all’improvviso come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero, poiché la storia ci insegna che gli Imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara, severa, coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno. La nostra posizione è stata determinata da questi incontestabili dati di fatto. L’ebraismo mondiale è stato, durante sedici anni, malgrado la nostra politica, un nemico irriconciliabile del Fascismo».

L’arresto di Colorni matura all’interno di un clima potentemente antisemita e diventa il pretesto per una character assassination contro il professore, una campagna diffamatoria di cui il quotidiano La Stampa diventa capofila. Infatti il 17 settembre 1938, in prima pagina, riporta la notizia dell’arresto con il titolo: “L’attività antifascista del professor Colorni” e un testo che ricalca le tesi razziste del fascismo. «Gli insegnanti che gli furono vicini affermano che il Colorni si riteneva ad essi superiore e che il posto all’Istituto Magistrale lo teneva perché gli faceva comodo, non certo perché egli amasse la scuola, l’insegnamento, i suoi allievi e colleghi. Quest’aria di superiorità del resto traspare in ogni elemento della sua vita. Laureatosi con distinzione in filosofia all’Università di Milano, vincitore di un concorso per una borsa di perfezionamento, nominato lettore di italiano all’Università di Friburgo, ancora giovanissimo, autore di alcune pubblicazioni su vari temi filosofici, sposatosi con una giovane ebrea berlinese di agiata famiglia, professore di ruolo al Regio Istituto Magistrale Giosuè Carducci. Uomo in piena ascesa, il Colorni doveva realmente considerarsi un esemplare raro della sua razza e nel clan sociale della borghesia ebraica egli doveva essere ben quotato e forse era anche una delle loro speranze»

(…). Invece il quotidiano di Trieste, Il Piccolo, in prima pagina riporta il titolo “La doppia vita del professor Colorni” e con violenza inaudita scrive: «Il suddetto Colorni, autentica canaglia sotto l’abito professorale, si industriava di creare focolai di infezione e a tal fine si era anche messo in stretti rapporti col giudaismo straniero. Egli svolgeva assieme ai suoi degni accoliti vera e propria azione di tradimento. E si noti che l’organizzazione a delinquere risale a un periodo in cui il problema della razza e i relativi sanitari provvedimenti non erano ancora all’ordine del giorno: in quel periodo gli ebrei d’ogni risma godevano in Italia gli stessi diritti degli italiani autentici e ne abusavano largamente. Essi hanno agito freddamente, con deliberato e pacato animo da nemici della peggiore specie. Come tali non meritano e non otterranno pietà. Gli ebrei sono avvertiti.

Tra coloro che si uniscono al coro contro Eugenio c’è anche il suo vecchio amico Guido Piovene. Prima della frattura, tra i due, ci fu un rapporto stretto, nato negli anni della formazione alla Regia Università di Milano, alla fine degli anni Venti. Condividevano ambienti, maestri e un clima intellettuale attraversato da tensioni politiche sempre più evidenti.

Piovene si formò con Giuseppe Antonio Borgese, Colorni con Piero Martinetti, ma il terreno comune era quello di una filosofia vissuta come interrogazione morale sul presente e sul futuro. In quegli anni milanesi, segnati anche dalla violenza dello squadrismo e dalla progressiva fascistizzazione della vita pubblica, la loro amicizia si nutrì di discussioni, letture e di un confronto continuo sul rapporto tra pensiero e responsabilità. È dentro questo spazio condiviso che si misura la di stanza che verrà dopo: Colorni, sempre più orientato verso un antifascismo coerente e militante; Piovene, progressivamente attratto da una posizione più adattiva, fino all’adesione al regime.

Come ricostruisce Sandro Gerbi mirabilmente in Tempi di malafede, si trattò di una divergenza che maturò nel tempo ma che trovò nel 1938 il suo punto di rottura definitiva. Nel momento in cui le leggi razziali colpiscono Colorni, Piovene non si limita ad allontanarsi: partecipa alla campagna antiebraica del regime scrivendo su L’Ambrosiano, contribuendo alla costruzione del bersaglio pubblico contro l’ex amico. Questo episodio centrale conferma come nel 1938 si assista a un vero spartiacque ideologico contro gli ebrei che cambierà per sempre la cultura e la società italiana. Colorni si ritrova a essere il simbolo di quella cancellazione sistematica degli “israeliti” dalla vita pubblica ed economica del Paese.

Tratto da “Eugenio Colorni”, di Massimiliano Coccia, Giuntina, 196 pagine, 17,1 €

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