Il caso Camaiore e la convivenza possibile col lupo, solo fuori dal circo mediatico

Qui non si parla dei fatti di via Seimiglia di Orbicciano, Comune di Camaiore, fatti del 21 luglio scorso. Qui si parla della variopinta corte di nani e ballerine che attorno alla vicenda di un cane eroe che si è sacrificato per salvare un bimbo di due anni dalle fauci di un lupo, cerca di costruire consenso, legittimazione, identità attraverso la leva potente del risentimento, la chiave di qualsiasi populismo. Anzi no, qui si parla di un cane che è stato predato da un lupo entrato in un giardino mentre il bambino era semplicemente fuori che giocava e di una corte di nani e ballerine che già grida al tradimento della verità. Nemmeno. Qui si parla di un lupo che ha ucciso un cane penetrando in un giardino non recintato e di una corte di nani e ballerine che, con ostinata applicazione si indigna e poi inizia ad arrampicarsi sui vetri. In giardino, infatti, non c’era nessun bambino e la porta di casa era a venti metri. E nessun adulto è entrato in contatto visivo col lupo, se non quando il cane di casa si è lanciato fuori dal giardino verso il lupo medesimo. Punto.
Perché questo è il punto di arrivo di una vicenda, di una narrazione, in cui i media fanno una figura meschina, dall’inizio alla fine. Ma non sono i soli, tra nani e ballerine. Ad accertare i fatti è stata la Task Force Lupo della Regione Toscana. Tra loro anche Duccio Berzi, uno dei migliori tecnici italiani quando si parla di lupo e prevenzione, laico fino al midollo. Rispettato da tutti, “l’unico che capisce le difficoltà del mondo rurale”. Così almeno fino a quando si è permesso di dire che sì, con il lupo si può coesistere. Da allora, pur godendo di ottima salute, per alcuni è morto. Sono gli stessi che oggi chiedono lo smantellamento della Task Force, il licenziamento del dirigente, Luca Mattioli, l’allontanamento di Berzi, ormai arruolato d’ufficio tra i “lupisti”. Cosa che, se non fosse patetica, farebbe persino sorridere. Eppure.
Ma quale sarebbe il peccato mortale della Task Force? Quello di avere fornito una ricostruzione dei fatti, della loro dinamica, che in molti punti non coincide con quella di Tommaso Cerri, il padrone del cane “Destiny”, il meticcio di 7 anni ucciso dal lupo, nonché padre del piccolo di 2 anni che per giorni è stato il motore immobile delle più fantasiose e strumentali ricostruzioni giornalistiche. Diciamo subito che Tommasi Cerri non deve dare spiegazioni a nessuno, ha tutto il diritto del mondo di raccontare i fatti per come li ha vissuti dall’interno in una vicenda che, comunque la si voglia prendere, comporta un carico emotivo eccezionale tra spavento, pressione mediatica, il pensiero di suo figlio, la perdita di una cane che era come un fratello, lo shock per un evento inatteso.
Ma è proprio per questo che, in casi come questo, serve un passo indietro, un intervento esterno nella ricostruzione degli eventi. Ed è questo il lavoro che è stato fatto dalla Task Force della Regione Toscana e dal Gruppo Carabinieri forestali di Lucca. Questo scostamento nella narrazione dei fatti di Orbicciano per qualcuno diventa però un intollerabile peccato di hybris. Per chi esattamente? Per chi vive della retorica vittimaria, per chi da questa retorica trae linfa. Stare dalla parte della vittima, parlare a suo nome, portare le sue istanze fino a distorcerle, genera leadership.
La parola della vittima impone ascolto, promuove riconoscimento, immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di ogni ragionevole dubbio. Il caso del “Comitato Andrea Papi” in Trentino è illuminante, ormai trasformato in trampolino di lancio per carriere politiche prossime venture. Ma il caso di Orbicciano non è così diverso. In prima linea a gridare allo scandalo, a parlare di “lupismo di Stato”, di “regime” sono i ruralpini di Michele Corti, affiancati a geometria variabile da siti internet come “Mai dire ecologia” o da schegge, non troppo impazzite, di AIW, l’Associazione Italiana Wilderness.
La vittima garantisce verità, non può essere contraddetta. La vittima è nel vero per definizione, non deve diffidare di sé. Chi rompe questo schema, chi cerca di integrare lo storytelling vittimario, di per sé compiuto, in un discorso, cioè in una struttura aperta, che metta in relazione elementi diversi raccolti sul campo, voci diverse, compie un’azione contro la verità. Con la loro assiologia priva di chiaroscuri le storie di vittime sono le più vincenti in assoluto. Perfette per i giornali, molto meno per chi lavora in modo scientifico. Da ciò lo iato con la Task Force della Regione Toscana.
Nel caso del lupo poi, la variegata corte dell’antilupismo militante, si salda con un’altra mitologia contemporanea, parente stretta di quella vittimaria, quella complottista, la cospirazione. “Loro”. “Le élite”. “I poteri forti” che vogliono svuotare la montagna e le campagne non si sa bene per fare cosa. Chiunque si faccia un giro su ruralpini e dintorni scoprirà un mondo. Anche affascinante, per certi versi, per quanto incline all’insulto. Ignoralo e abbandonarlo a sé stesso sarebbe però un gigantesco errore, anche se riportarlo dentro il gioco democratico, allo stato attuale dei fatti, risulta tutt’altro che semplice. Resta il fatto che tra i corifei del vittimismo la centralità della vittima è tanto importante che quando non c’è bisogna inventarsela.
Il 21 aprile 2024 l’Associazione Tutela Rurale di Corti pubblicava un lungo e dettagliato articolo dal titolo Emile Soleil “Sbranato dai lupi”. Il caso è quello del piccolo Emile Soleil, scomparso senza lasciare traccia l’8 luglio del 2023 a Haut-Vernet, in Provenza. Segue lunga e suggestiva descrizione su come i lupi si mangiavano i bambini. Oggi, luglio 2026, il caso Emile Soleil non è ancora chiuso. Le analisi sul cranio e i vestiti ritrovati spingono a indagare nella cerchia familiare e indicano che il piccolo è stato ucciso con un violento colpo al viso causato da un corpo contundente. In ogni caso, lupi zero di zero.
Va detto, comunque, che la seduzione dell’ideologia della vittima e la rispettabile rendita da posizione che ne consegue, non risparmia nessuno, neanche sull’altra sponda. Il 24 luglio scorso Stefania Caiafa, fondatrice di “Avanguardia animalista”, aveva indetto a Milano una manifestazione nazionale a difesa di Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi di carcere per l’uccisione di due rapinatori. Non si è presentato nessuno. Per fortuna.
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