Il caso Minetti, e la fotografia di un paese in cui Vongola75 detta la linea al Quirinale

La mia elaborazione della vicenda Minetti consta per ora di tre fasi, ma prima di analizzarle vorrei assicurarmi che, se fra qualche anno inciamperò in questo articolo, io sappia di cosa stavo parlando, perché sospetto che tra qualche anno io l’esistenza di Nicole Minetti me la sarò dimenticata, come ce l’eravamo dimenticata tutti fino a qualche settimana fa.
Nicole Minetti è una di quelle figure del demi-monde al confine tra la politica e il giornalismo pettegolo, quelle di cui fingiamo d’interessarci per ragioni istituzionali, perché siamo personcine serie e se Tizia va a letto con Caio e lui le dà un ruolo di potere allora noi vigiliamo, ma sappiamo benissimo di stare mentendo: ci interessa chi va a letto con chi per ragioni di lenzuola, mica di potere, e se si tratta di politica e non di attori possiamo raccontarci di non essere allegre comari.
Di Nicole Minetti un mese fa non ci ricordavamo perché la Nicole Minetti di un mese fa era Claudia Conte (chi??), perché sono figure intercambiabili e dimenticabili e irrilevanti, perché non è che Nicole Minetti sia mai stata Golda Meir o anche solo Giorgia Meloni.
Tre anni e mezzo fa ho scritto su questo giornale un articolo sull’autobiografia di Harry, inteso come secondogenito del re d’Inghilterra, e ho scritto che chiamava la moglie «Love of my life», come la Minetti chiamava Berlusconi. Lo so non perché mi ricordi i miei articoli (figuriamoci), ma perché, inserendo “Minetti” nella ricerca di Whatsapp, ho trovato i messaggi di quei giorni.
«Love of my life» appena l’avevo letto mi aveva evocato qualcosa, ma proprio non ricordavo quale italiana l’avesse usato. Sono piena di messaggi «tu ti ricordi in quale reality usassero “Love of my life”», finché Assia Neumann mi era venuta in soccorso: non era un reality, era la Minetti. Nicole Minetti intercambiabile con Walter Nudo.
Tra l’altro «Love of my life», così come «Amica cips», ce le ricordiamo perché, quindici anni fa, non parlavate tutti così, e quindi le sue frasi con lessico a metà tra Guido Nicheli e gli scolari di “Io speriamo che me la cavo”, nelle intercettazioni di uno dei mille processi berlusconiani, ci restarono impresse.
Quindici anni dopo sono più quelli che parlano così di quelli con una semantica da adulti normali, e mi viene il dubbio che Nicole Minetti sia stata egemone sul lessico d’un’intera nazione. Ma, a parte questo sospetto, restano i fatti: il massimo che ha ottenuto Nicole Minetti è un posto da consigliere regionale. Una roba alla portata persino di Civati.
E sì, lo so che adesso arrivano i commentatori indignati a dire «Ma tu lo sai quanto guadagna un consigliere regionaleeee», ma resta che non mi convincerete che è importante che il paese conosca i dettagli della vita e della fedina penale d’una tizia che quindici anni fa è stata consigliere della regione Lombardia.
La prima fase della mia elaborazione, il menefreghismo, comincia l’11 aprile. È quel pomeriggio in cui Giovanni Grasso, portavoce del presidente della Repubblica, risponde uno per uno a tutti i tweet (o come si chiamano ora) del pubblico indignato perché la testata di riferimento del pubblico indignato, Il Fatto, ha scritto che Mattarella ha graziato la Minetti.
Prima penso: cioè il problema di questo paese, nel 2026, è mandare in galera la Minetti? Poi penso: ma ti pare che il Quirinale si mette a rispondere a Vongola75? Poi me ne disinteresso, perché sono per un’igiene cerebrale per cui ci si occupa o di cose molto divertenti, o di cose rilevanti.
La seconda fase, lo scetticismo, si affaccia il pomeriggio del 27 aprile, quando al mio «ma ti pare che dobbiamo occuparci della Minetti» un’amica risponde dicendo che è una storia pazzesca e devo assolutamente leggere il terzo (credo) pezzo del Fatto, che provvede a procacciarmi.
Poiché sono una specialista in non osservazione di lune, guardo il dito. Il pezzo dice che Minetti e il fidanzato «hanno intentato una vera e propria causa» contro i genitori di questo bambino. È «vero e proprio» il segno ultimo che chi parla male pensa male? È «vero e proprio» il «letteralmente» di quando ancora non parlavamo in doppiaggese?
Faccio lo sforzo di non concentrarmi sulla prosa da verbale dei carabinieri, ma ci sono avvocati morti carbonizzati, suggestivi avverbi per cui «ufficialmente» certo non sarà stata la Minetti a dar fuoco agli avvocati dei genitori del bambino epperò, Epstein buttati dentro a casaccio («Epstein» ormai carta pigliatutto se vuoi convincere il pubblico che qualcuno sia un malfattore per contiguità). Sembra “Ciranda de pedra”, se negli anni Ottanta guardavate le telenovelas.
Non aiutano le parti in spagnolo maccheronico, l’autore dell’inchiesta vuol dire che secondo un innominato testimone il bambino è arrivato alla Minetti grazie a una combinazione di «pesos, poder y miedo» (soldi, potere, paura) ma riesce a sbagliare due parole su quattro: più che “Ciranda de pedra”, i Dolores e Pedro di Marchesini e Solenghi.
Dico all’amica che me la perorava che a me sembra la storia meno verosimile del mondo, e vengo come al solito trattata come una che non vede una notizia neanche se la investe a bordo d’un tir. Poco dopo, esce un comunicato del Quirinale che riferisce di una lettera del presidente della Repubblica al ministro della Giustizia. Mattarella vuole sapere se gli hanno dato delle informazioni sbagliate sulla Minetti, come «rappresentato da un organo di stampa».
Continuo a disinteressarmene ma, nei giorni successivi, ribadisco la mia convinzione che questa “Ciranda de pedra” si sbriciolerà. Convinzione, la mia, basata sul nulla. Sulle notizie che poi non reggono, io mi regolo come quel giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti che non sapeva dare una definizione di «pornografia», ma «quando la vedo la riconosco».
Non so mai spiegare cosa mi faccia dire «questa vien giù come pastafrolla» d’una storia cui molti altri credono, forse c’entra l’inverosimiglianza drammaturgica: quando le storie sono troppo belle per essere vere, in genere non lo sono.
Un amico però, mentre applico il lodo-pastafrolla alla vicenda del bambino adottato raccontata tra aerei privati carichi di mignotte e avvocati carbonizzati, mi fa un’obiezione sensata. Se non è vero, e tuttavia Mattarella non è abbastanza sicuro che non sia vero da non scrivere a Nordio sollecitando chiarimenti, se chiunque può alzarsi e dire qualunque cosa e le istituzioni non sanno se crederci o no come non avessero modo di verificare, allora chiudiamo il paese e consegniamo le chiavi a qualcuno: ai francesi, agli inglesi, a gente più matura rispetto alla gestione d’una democrazia.
Passa un’altra settimana, nella quale nessuna persona normale pensa alla Minetti, e io neanche. Neanche penso ai precedenti di pastafrolla. A quella volta che una tizia accusò un cantante italiano d’averla fatta abortire picchiandola, e i racconti erano corredati dalle opere d’arte contemporanea da lei create col sangue abortivo. Anche quella volta ci furono giornalisti che ci credettero, e io neppure allora sapevo spiegare la mia certezza che fosse un’invenzione (lo era).
La terza fase – quella della riva del fiume su cui, come da vignetta di Altan, «passano solo amici», portando dolcetti di pastafrolla in omaggio – inizia la notte tra il 2 e il 3 maggio. Un’amica mi manda un articolo di Domani, che mette in fila tutte le cose che non tornano nella ricostruzione del Fatto, cioè praticamente tutte.
Giorni prima è andato in onda Sigfrido Ranucci che, non ho capito perché non nella propria trasmissione “Report” ma ospite di Bianca Berlinguer, ha detto che Nordio (ministro della Giustizia e quindi responsabile di aver fornito a Mattarella il dossier per far ottenere la grazia alla Minetti) sarebbe andato ospite della Minetti nel ranch del fidanzato (che è il figlio di quello dell’Harry’s Bar, Cipriani), e Nordio ha telefonato in diretta per smentire. Ma io non lo so, perché continuo a pensare che non abbia senso occuparsi della Minetti, e perché Linkiesta non mi paga abbastanza da guardare tre ore di Bianca Berlinguer (non è tirchieria: non credo esista una cifra sufficiente).
Lo scoprirò leggendo, martedì scorso, Adriano Sofri, che sul Foglio riferisce di come Sigfrido Ranucci abbia detto che “Report” la sera prima ha fatto il dieci per cento, punte del dodici, e quindi evidentemente anche se lui va in giro a dare notizie che si rivelano poi pastafrolla ad alto tasso di sbriciolamento non c’è «danno reputazionale».
Intanto ogni giornale scopre che era pastafrolla, e io mi metto da parte una frase di Giuseppe Cipriani al Corriere: «Nei nostri ristoranti serviamo sette milioni di persone, delinquenti e presidenti, e ci veniva anche Epstein». Sembra me quando mi dicono che un ministro è stato fotografato con un ultrà nazista o una deputata con un terrorista di Hezbollah: tutti si fanno foto con tutti, veramente pensate sia possibile controllare la contiguità con otto miliardi di persone?
Intanto la procura generale e l’interpol confermano che il parere su cui si è basata la grazia presidenziale è immutato (sarà perché anche loro credono nel danno reputazionale solo se cala lo share?).
Sembra ieri che la Minetti aveva dato fuoco con le sue manine sante agli avvocati di due poveri genitori per appropriarsi del bambino da adottare onde scansare la gattabuia, e a ogni articolo di sbriciolamento della pastafrolla io penso a quel personaggio di “Billions” che diceva che, se scrivi su un giornale che Charlie s’incula le capre, la capra potrà pure smentire, ma quando Charlie muore sulla sua tomba ci sarà comunque scritto “inculatore di capre”.
Però penso anche a quel mio amico che diceva che, se veramente poi non era vero niente, era il caso di chiudere il paese e consegnare le chiavi a un curatore fallimentare. Però penso anche a Maya Angelou.
Non ci potevo credere, alla cosa del dieci per cento e del mancato danno reputazionale (poi ci meravigliamo se i giornali ormai hanno la gravitas di TikTok), quindi sono andata sul Facebook di Ranucci a controllare che l’avesse detta davvero. L’ha detta. In cima alla sua pagina c’è la promozione del suo nuovo spettacolo. S’intitola “Il trapezista”. Diceva la Angelou: quando qualcuno ti dice com’è fatto, credigli.
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