Il mondo scomposto e ricomposto di Zoé Aubry

25 Settembre 2026 - 05:20
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Il mondo scomposto e ricomposto di Zoé Aubry

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I tasselli fotografici appaiono sfasati e sovrapposti, ricuciti o uniti lungo i bordi da piccoli punti metallici, come se il volto fosse stato prima fatto a pezzi e poi riassemblato. Courtesy of the artist

La giovane fotografa e artista svizzera Zoé Aubry ha partecipato al festival di Reggio Emilia con il suo progetto Faire écran, che si inserisce perfettamente all’interno del tema dell’undicesima edizione di Fotografia Europea, terminata il 14 giugno, che quest’anno aveva come titolo Fantasmi del quotidiano. Il progetto di Zoé Aubry consiste in una serie di ritratti, ma non intesi nel senso letterale del termine. Zoé sceglie infatti di non mostrare mai i volti delle persone. «Incaricata di realizzare un’indagine fotografica sul tema della mobilità durante la pandemia di Covid-19 ho scelto di concentrarmi sulla malleabilità e sulla trasformazione del corpo stesso», racconta. Il suo primo obiettivo è sempre quello di cercare di preservare l’intimità. A Ginevra, per esempio, ha realizzato un’indagine fotografica mappando alcune procedure chirurgiche, in accordo con i partecipanti e tutelandone l’anonimato.

«Il mio lavoro riguarda la questione della visibilità, di ciò che si vede o che non si vede, di ciò che viene mostrato e a chi viene mostrato», spiega. Cerco di raccontare e di comunicare la resistenza ai sistemi di potere e all’oppressione». Attraverso immagini frammentate, alterate o segnate, l’artista svizzera mette il corpo in tensione con la sua rappresentazione visiva. Il volto diventa un’interfaccia, uno spazio di negoziazione tra la percezione di sé e ciò che viene reso visibile, misurabile o modificabile dai dispositivi tecnici: «Più che lo sguardo diretto degli altri o il riflesso in uno specchio, è il confronto con la propria immagine sullo schermo a plasmare la percezione di sé», afferma.

Aubry è co-fondatrice del collettivo Fair, nato per portare le lotte femministe intersezionali nel panorama artistico. Courtesy of the artist

Davanti alle opere di Zoé Aubry, spettatrici e spettatori vivono un senso di disorientamento. Solitamente il fotografo racconta i dettagli del volto in maniera quasi maniacale, per cercare di avvicinarsi il più possibile alla realtà. L’artista, invece, rompe lo schema per riuscire a rappresentare una sensazione, un sentimento, oppure una percezione al di là del limite. L’origine della sua ispirazione artistica ci sorprende: «Il mio riferimento principale non è di natura fotografica, bensì filosofica. L’autore che mi ha ispirato è Helmuth Plessner», spiega. L’essere umano, secondo il filosofo e sociologo tedesco, è definito da un movimento costante di proiezione al di là di se stesso, pur rimanendo saldamente ancorato al proprio corpo.

Il corpo è un limite, ma non una barriera che ostacola e che blocca, ed è proprio questa condizione che permette alla vita di mostrarsi, di esistere e di definirsi. Un sasso non “ha” un confine, semplicemente “finisce” dove inizia l’aria, e allo stesso modo un essere vivente interagisce con il proprio limite, e permette al soggetto di essere “qualcuno” rispetto al “mondo”. In questo modo, il limite diventa l’orizzonte di una sfida creativa. Infine Zoé racconta la genesi dell’intero progetto: «Mi trovavo nello studio del mio dentista, in seguito a un’azione ciclistica anticapitalista contro la Bmw durante la quale i miei quattro denti anteriori purtroppo sono stati sradicati e sono finiti dritti sul cofano di un’auto. I denti provvisori non trasmettono la luce e ora il mio sorriso purtroppo è diventato grigio».

Un particolare di una delle fotografie che sono state esposte per il progetto Faire écran. Courtesy of the artist

Ritratto in fotografia, questo dettaglio crea un’ombra, che fa apparire il sorriso come una smorfia: un sorriso spento. L’autrice ha esibito l’autoritratto posizionato proprio all’ingresso della mostra per un motivo ben preciso: quel sorriso “ricostruito” è il risultato del suo lungo e costante impegno politico. Zoé, infatti, non è semplicemente un’artista e un’osservatrice neutra: mette il proprio corpo in gioco per le battaglie che ha a cuore. E così fa anche la sua arte, risultato del suo dolore e delle sue lotte.

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