L’insofferenza autolesionista di Elly Schlein verso i riformisti

25 Settembre 2026 - 05:20
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L’insofferenza autolesionista di Elly Schlein verso i riformisti

L’annuncio che il Pd alla Camera voterà no alla legge contro l’antisemitismo voluta da Del Rio, esponente dell’area progressista, è un’apertura alla sinistra antisionista e la conferma del mutamento di pelle di un partito ormai insofferente al confronto interno

«Non sarebbe accettabile se la minoranza venisse vista come i famosi pidocchi nella criniera di togliattiana memoria», ha detto Graziano Delrio al Corriere della Sera. I pidocchi di Togliatti si chiamavano Valdo Magnani e Aldo Cucchi (i “magnacucchi”, dicevano i comunisti), anno 1951: erano due dirigenti del Pci che criticavano “da destra” la linea filosovietica di Botteghe Oscure. Vennero espulsi, i pidocchi. 

Era il frutto dello stalinismo che Togliatti aveva assorbito in anni e anni di vita a Mosca sotto Stalin. Altri tempi. Oggi, per fortuna, non si espelle più nessuno, non è questo il tema. E tuttavia può darsi che qualche goccia di quel veleno intollerante sia rimasta persino nelle vene degli eredi del Pci, e dunque la frase di Delrio parrebbe pienamente giustificata nella sua sostanza. Lasciamo stare lo stalinismo vero di certi militanti di sinistra scatenati sulla Rete e guardiamo i fatti.

Questi dicono di una crescente insofferenza – o meglio: intolleranza – del gruppo dirigente del Pd nei confronti della minoranza cosiddetta riformista, soprattutto dopo il suo abbandono da parte di Stefano Bonaccini che, da sconfitto al congresso, ne era il leader. Infatti tutte le proposte dei riformisti vengono regolarmente ignorate o respinte.

L’ultimo caso è l’annuncio che alla Camera, diversamente da ciò che era avvenuto al Senato (ma cos’è cambiato nel frattempo?), il Pd voterà no alla legge contro l’antisemitismo: che, solo a sentirla, è una frase incredibile. Cioè, trovando da eccepire su una certa formulazione dell’antisemitismo, peraltro accettata dall’Europa, ma dentro un quadro di norme di contrasto a un fenomeno odioso, il Pd non si asterrà, come fece a Palazzo Madama, ma voterà contro. Differentemente dai riformisti che sostengono la legge. Isolandoli. Dando loro una lezione. Perché la legge è nata anche e soprattutto per iniziativa di uno di loro, Delrio appunto.

E allora no. È il segnale che il Nazareno ha dato allo stuolo di antisemiti che ci sono nella sinistra e nel partito, che sul giudizio giustamente senza appello su Netanyahu edificano un’inedita lotta al sionismo, come i Giovani democratici rivendicano nei loro comizi, facendo finta di ignorare che con quel termine si sta parlando del diritto di Israele a esistere. Nella base, o in gran parte di essa, i riformisti sono “sionisti”, favorevoli al capitalismo, magari alla rendita finanziaria, vivono tra divani e ristoranti nelle Ztl, cercano l’accordo con il rinnegato Renzi e magari con Forza Italia. E soprattutto hanno rotto le scatole con questa storia dell’Ucraina che sta facendo aumentare le bollette perché non compriamo più il gas da Mosca: l’identica ninna nanna di Roberto Vannacci e Matteo Salvini.

In questi contesto rispunta qui un altro sintomo della pratica comunista degli anni Cinquanta, e cioè l’idea che chi critica il/la segretario/a lavori per il nemico. Il pluralismo va bene se è un orpello, non se è garanzia per una limpida battaglia politica interna. Di qui, tanto per essere concreti, la pretesa di Elly Schlein di correre alle primarie da sola anche nel caso di doppio turno, così che, se l’idea è di far scendere in campo Giorgio Gori, è meglio che i riformisti se lo tolgano dalla testa. Una pretesa che non è detto che passi anche perché in contraddizione con la norma voluta da Pier Luigi Bersani tredici anni fa all’epoca delle primarie contro un altro dem, Matteo Renzi.

In questa situazione loro, pochi o tanti che siano, avrebbero molti motivi per alzare la voce. Il 2 ottobre si terrà una Direzione che dovrebbe essere più calda di altre. Sabato prossimo c’è questa iniziativa a Prato che si intitola “Cambiare”, verbo probabilmente pensato in generale per il Paese, ma che dovrebbe essere coniugato a proposito della vita interna del Pd e soprattutto della sua linea. Che non è più solo una linea politica semplicemente troppo “di sinistra”, ma la conseguenza inquietante di un mutamento di pelle e persino di mentalità. E dovrebbero attrezzarsi per capire come – e se – continuare a tenere accesa la fiammella europeista e riformista in un partito che pare tornato indietro di decenni.

Un problema loro certo. Ma anche di Elly Schlein, testardamente unitaria all’esterno e testardamente divisiva all’interno, deve tenere conto che quei riformisti, con le loro idee e le loro inquietudini, portano anche voti. E i voti non sono pidocchi.  

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