Una modesta proposta sullo stragismo scolastico

25 Settembre 2026 - 05:20
0
Una modesta proposta sullo stragismo scolastico

Studente di 13 anni accoltella una professoressa a scuola e riprende tutto in diretta su telegram Prima la colpisce con spray urticante, poi l'aggressione all'arma bianca. tutto filmato in diretta L'attacco all'istituto Verga di largo Cocconi, alla periferia est di Roma. La donna non sarebbe in pericolo di vita a Roma, Italia 18 settembre 2026 (Benvenuti/Lapresse) Rome: A 13-year-old student stabs a teacher at school and records everything live on Telegram. First he hits her with pepper spray, then the knife attack. All filmed live. The attack took place at the Verga Institute in Largo Cocconi, on the eastern outskirts of Rome. The woman is reportedly not in life-threatening condition. Rome, Sept 18, 2026 (Benvenuti/Lapresse)

Il giorno della marmotta. È questa la sensazione che, prima ancora del disgusto, dell’indignazione, o della paura, proviamo di fronte alla notizia dell’ennesimo tentativo italiano di stragismo scolastico. È dal marzo scorso, dal caso di Trescore Balneario, che la cronaca nazionale ha iniziato a riportare sempre più spesso episodi analoghi, tentati omicidi di insegnanti e piani per massacri fortunatamente rimasti relegati alle chat dell’aspirante attentatore e della rete che lo segue, lo fomenta e, in molti casi, da lui apprende.

Stavamo ancora raccogliendo il materiale sul recente caso romano quando, pochi giorni fa, a Lamezia Terme è stato sventato un attacco che – stando a quanto reso noto – avrebbe preso di mira un altro professore; ancora una volta la pianificazione su Telegram, ancora una volta il previsto utilizzo di una telecamera e, non ci sarebbe nemmeno bisogno di specificarlo, un aspirante stragista giovanissimo.

Viene naturale pensare al giorno della marmotta ora che sui giornali è stato, a suo modo, normalizzato il bollettino degli attentati contro il personale scolastico, un fenomeno del quale abbiamo scritto a più riprese negli ultimi due anni, che abbiamo cercato di definire e approfondire nella sua attualità. Ma il rischio di scadere in un cinismo d’accatto è dietro l’angolo, così come quello di adottare uno snobismo nei confronti dei media che oggi provano a raccontare il problema. Il giorno della marmotta non può essere l’espressione con la quale glissare tutto. I numeri sono chiari: un’emergenza c’è, e ammetterlo non vuol dire scadere nell’allarmismo.

In “Idioti dell’orrore. Indagine su stragisti di massa e subculture digitali” (Linkiesta Books, 2025), abbiamo cercato di tracciare le coordinate del sottobosco stragista che ha partorito il filone italiano, oggi protagonista delle cronache. All’epoca non parlavamo ancora di nihilistic violent extremism (Nve) – termine che, ironia della sorte, i ricercatori anglosassoni hanno iniziato a utilizzare nel marzo 2025, quando il saggio era in procinto di uscire – ma di terrorismo memetico; l’anello di congiunzione tra le due sigle è il pantheon delle bolle stragiste che si muovono sotto questi due termini ombrello: gli assassini di Columbine (gli school shooter stereotipici), Elliot Rodger (l’incel «che ha avuto il coraggio di sparare») e Brenton Tarrant (il nazista neozelandese che sdogana l’utilizzo della telecamera in prima persona per documentare l’atto), solo per citare i più rilevanti in questo contesto.

Un elemento chiave nel passaggio da terrorismo memetico a Nve è il mezzo: negli anni di stesura precedente alla pubblicazione del saggio, le bolle di nostro interesse si muovevano quasi esclusivamente sui forum. 4chan, 8kun e simili erano il terreno dove stragisti condividevano propositi e azioni, dove reclutavano – come oggi, indirettamente, con buona pace del mito del “grande vecchio” – potenziali emuli o partigiani, per usare un’espressione cara al criminale Tarrant. Adesso c’è Telegram. Scrivere “adesso” è leggermente fuorviante perché la piattaforma è da anni teatro di casi criminali, dai traffici illeciti ai network terroristici. Ma se i forum, per loro stessa natura, erano limitati a una nicchia – e un’altra barriera naturale era la distanza geografica, non tanto in senso linguistico quanto sul piano della subcultura specifica – Telegram è a portata di mano.

Demonizzare il mezzo è un facile escamotage, lo abbiamo già scritto, come abbiamo già ribadito che, soluzioni al fenomeno, soluzioni a portata di mano, non ne abbiamo. Nessuno di noi pretende di dare indicazioni ai genitori, agli insegnanti o, addirittura, ai ragazzi stessi su come contenere o sabotare il fenomeno. Sarebbe utopico prima ancora che pretenzioso.

Possiamo, però, guardarci in casa: il giornalismo italiano si trova a dover raccontare l’emergenza con una frequenza fino a poco tempo fa inimmaginabile e se da una parte abbiamo gli approfondimenti, i tentativi di codificazione e di mappatura del fenomeno, dall’altra c’è la cronaca. Quest’ultima non è meno importante, anzi, ha forse un maggiore impatto sull’evoluzione del problema. Per questo un contributo, una modesta proposta sul tentativo di arginare i danni potenziali dello stragismo scolastico può partire da qui.

Nel quarto capitolo del saggio, trattavamo il fenomeno del terrorismo narcisista o fame-seeking shooting, quest’ultima è una definizione autoesplicativa: lo stragista cerca attraverso il fatto di sangue, e con il materiale autoprodotto prima, durante, e dopo il fatto stesso, di raggiungere la fama. Nel 2019, quando Tarrant pubblica il video in prima persona del massacro di Christchurch, le piattaforme sulle quali ha caricato il contenuto hanno agito quasi subito per eliminarlo, una celerità non condivisa da alcuni media. Negli Stati Uniti, dove il tema dei mass shooting è parte macabra della cultura pop, i giornali hanno imparato a proprie spese che la diffusione del materiale prodotto dagli stragisti fa il loro gioco (la mitizzazione a posteriori degli assassini di Columbine). Lo stesso vale per la copertura ossessiva dei fatti: più si insiste a riportare dettagli inutili su un caso, più questo diventa parte della coscienza collettiva, del dibattito. E un dibattito incentrato sul biasimo non è positivo: un’alta percentuale di indignati implica una frangia minore di simpatizzanti, e quest’ultima un sottinsieme di potenziali emuli.

La diffusione del video del tredicenne di Roma non ha alcun valore giornalistico. Il dibattito sulle simpatie destrorse della professoressa, il filosofeggiare politico sul ragazzino che – eroicamente, lo scriviamo senza retoriche – l’ha salvata, non aggiungono nulla. Quando è toccato agli Stati Uniti trattare la cronaca dei mass shooter radicalizzatisi online, tra ricercatori e giornalisti si è discusso il tema che oggi diventa attuale in Italia. La modesta proposta che, da due anni, ci sembra possa offrire una prima soluzione in questo senso, è quella di Adam Lankford, professore di criminologia dell’Università dell’Alabama, espressa in un articolo dal titolo particolarmente eloquente: “Don’t name them, don’t show them, but report everything else”. Riportare la notizia è obbligatorio, i dettagli necessari possono aiutare in futuro, ma tutto il resto è superfluo. La pubblicazione del materiale stragista fa solo il gioco degli stragisti stessi. Loro vogliono la fama, non bisogna dargliela.

L'articolo Una modesta proposta sullo stragismo scolastico proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User