Il nemico del mio nemico è amico mio: crescono le tensioni tra Israele e Pakistan

18 Giugno 2026 - 13:33
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Il nemico del mio nemico è amico mio: crescono le tensioni tra Israele e Pakistan

L’accordo di tregua sottoscritto ieri dai presidenti dell’Iran e degli Stati Unit porta una ventata d’ottimismo: se si concretizzerà potrà conferire, finalmente, una forma di stabilità geopolitica in tutta l’area mediorientale, attraversata da un conflitto inutilmente sanguinoso oltre che economicamente insensato.

Partiamo, dunque, dalla disamina del primo punto dei quattordici sottoscritti elettronicamente dal Boss del mondo – per sua stessa definizione –, Donald Trump, mentre era ancora in corso il G7 organizzato dalla Francia a Evian-les-Bains.  

“Gli Stati Uniti d'America e la Repubblica Islamica dell'Iran e i loro alleati nella guerra attuale, firmando questo M.O.U., dichiarano la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, e si impegnano d'ora in poi a non avviare alcuna guerra o operazione militare l'uno contro l'altro, a astenersi dalla minaccia o dall'uso della forza reciproca e a garantire l'integrità territoriale e la sovranità di Libano. L'accordo finale confermerà la cessazione definitiva della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, e altre disposizioni di questo paragrafo”.

L’inclusione del Libano viene ripetuta più volte, come a voler rimarcare l’importanza che è stata riconosciuta a quello che è diventato uno dei nodi centrali della guerra scatenata dal duo israelitico-americano nel 28 febbraio scorso. Il Libano diventa, quindi, parte dell’accordo più importante che ripristinerà le condizioni di normalità esistenti nell’area a cominciare dal libero transito nello Stretto Hormuz - che tanta fibrillazione ha provocato nei mercati finanziari mondiali -, mettendo in luce la fragilità di un’economia ancora largamente dipendente dai fossili per produrre energia.

In questo contesto in apparenza risolutorio, deve essere riconosciuta (e apprezzata) la spinta diplomatica assicurata con costanza e determinazione dal Pakistan durante tutte le fasi della complessa trattativa di negoziare tra Stati Uniti e Iran. Spiace dover evidenziare che la posizione assunta dal governo israeliano sia stata, da subito, la presa di distanza dalla problematica centrale e forse di maggior rilievo: lasciare i territori libanesi arbitrariamente occupati. Fonti diplomatiche mediorientali hanno segnalato che si sono intensificate le cosiddette “contro-lobbying” esercitate da Israele, col supporto politico dell’India, su Washington.

Nel mondo ovattato e circondato dai formalismi, le feluche israeliane non hanno mancato di esprimere insoddisfazione per la tenace mediazione pakistana, in quanto ritenuta d’ostacolo a un'azione militare più incisiva rivolta verso le infrastrutture iraniane. Israele avrebbe preferito attacchi statunitensi più determinati (e devastanti), mentre The Donald ha dimostrato di preferire il dialogo piuttosto che l'escalation militare, dando in questo modo attuazione all’azione diplomatica pakistana.

Israele e India, in questa ancora sfuggente cornice geopolitica - secondo accreditate fonti diplomatiche - stanno cercando il contatto diretto coi legislatori statunitensi per mettere in discussione l'affidabilità del Pakistan come mediatore mentre, invece, Trump ha pubblicamente elogiato il ruolo del Pakistan, e del Capo di Stato maggiore dell'Esercito, il maresciallo di campo Syed Asim Munir. Per il momento non resta che seguire – incrociando le dita – gli sviluppi di questa intricata matassa diplomatica, i cui effetti si potrebbero far sentire presto, a nostro avviso, anche nel Mediterraneo.

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