Il nuovo secolo turco nasce sulle rovine dell’Iran

Maggio 21, 2026 - 05:08
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Il nuovo secolo turco nasce sulle rovine dell’Iran

Dopo un secolo di congelamento geopolitico imposto prima dagli imperi europei e poi dall’ordine bipolare americano-sovietico, il Medio Oriente sta tornando alla sua configurazione storica originaria: quella di uno spazio conteso tra potenze regionali autonome, impegnate a costruire sfere di influenza attraverso religione, commercio, infrastrutture e forza militare. L’ordine nato dagli accordi di Sykes-Picot e consolidato dopo il 1979 si sta progressivamente dissolvendo sotto il peso delle guerre per procura, della crisi energetica globale e dell’arretramento strategico occidentale.

In questo nuovo scenario post-americano, le grandi potenze regionali stanno ridefinendo le proprie gerarchie. L’Arabia Saudita tenta di trasformarsi in baricentro diplomatico e finanziario del mondo arabo; gli Emirati Arabi Uniti costruiscono una rete commerciale che va dal Mar Rosso all’Africa orientale; Israele punta a ridefinire la deterrenza regionale attraverso la superiorità tecnologico-militare. Russia e Cina, nel frattempo, agiscono come acceleratori esterni della frammentazione mediorientale. In questo scacchiere affollato, la Turchia viene spesso ridotta a una semplice cerniera della Nato o a piattaforma di contenimento migratorio. È un errore di prospettiva. Ankara è oggi probabilmente la sola potenza regionale capace di combinare profondità storica, autonomia militare, proiezione logistica e legittimazione ideologica.

Il punto di rottura del vecchio equilibrio è rappresentato dalla crisi terminale dell’Iran khomeinista. L’eliminazione fisica della Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, e la difficile transizione affidata a una giunta militare a guida Pasdaran non producono soltanto instabilità interna: segnano il collasso della principale architettura sciita costruita in Medio Oriente dopo il 1979. Il vuoto di proiezione esterna lasciato da Teheran genera immediatamente effetti sistemici nel Caucaso, in Siria, in Iraq e nel Golfo, lasciando una finestra di opportunità per il neo-ottomanesimo di Recep Tayyip Erdoğan. 

La rivalità tra Ankara e Teheran non nasce infatti con Erdoğan né con la Rivoluzione islamica. È l’erede contemporanea dello scontro tra l’Impero Ottomano sunnita e l’Impero Safavide sciita, la frattura geopolitica che per oltre quattro secoli ha organizzato l’intero spazio mediorientale. La battaglia di Chaldiran del 1514 – nella quale il sultano Selim I sconfisse lo scià Ismail – non fu soltanto uno scontro militare: segnò la trasformazione definitiva dello sciismo in ideologia statale persiana e del sunnismo ottomano in architettura imperiale. Da quel momento la linea di frattura tra Anatolia e Persia divenne contemporaneamente religiosa, commerciale, militare e infrastrutturale.

L’impero ottomano controllava le grandi rotte mediterranee e levantine; la Persia safavide cercava invece profondità strategica verso il Caucaso, la Mesopotamia e il Golfo. Ancora oggi quella faglia sopravvive quasi intatta: Siria, Iraq, Azerbaigian e Libano continuano a essere territori di contesa tra una proiezione sunnita a guida turca e una rete sciita plasmata dall’Iran rivoluzionario. Sunnismo e sciismo, in questo senso, non rappresentano soltanto scuole teologiche concorrenti, ma modelli alternativi di organizzazione del potere regionale.

Il khomeinismo aveva trasformato lo sciismo da identità religiosa minoritaria in ideologia rivoluzionaria transnazionale. Per oltre quarant’anni Teheran ha costruito milizie, reti commerciali, corridoi logistici e alleanze confessionali dal Libano allo Yemen. Oggi quella spinta universalista appare esaurita. Il sistema iraniano sopravvive sempre più come struttura militare priva di autentica missione politica, in cui i Pasdaran utilizzano la residuale sacralità della Guida Suprema come semplice schermo metafisico per giustificare un potere che si fa sempre più militare e secolare.

Di fronte a questa paralisi teologica e istituzionale emerge invece il vitalismo del neo-ottomanesimo di Erdoğan. La Turchia contemporanea non persegue soltanto obiettivi di sicurezza nazionale: sta tentando di ricostruire una propria centralità imperiale attraverso una combinazione di islam politico, nazionalismo tecnologico e controllo delle infrastrutture strategiche. La dottrina della Patria azzurra, elaborata a partire dai primi anni Duemila dall’ammiragliato turco, non è semplice retorica identitaria ma il tentativo concreto di trasformare la Turchia nel perno energetico e logistico del Mediterraneo orientale e dello spazio turcofono eurasiatico sotto la leadership di Erdoğan.

È in questo contesto che assume un valore decisivo la questione del corridoio di Zangezur, l’arteria terrestre progettata per collegare l’Azerbaigian alla sua exclave di Nakhchivan e alla Turchia. Con un Iran paralizzato da una crisi economica e politica senza precedenti, la storica opposizione di Teheran a qualsiasi modifica degli equilibri territoriali nel Caucaso meridionale si sta progressivamente sgretolando. Per Erdoğan e per Baku potrebbe essere il momento ideale per completare la continuità territoriale panturca, unendo fisicamente l’Anatolia all’Asia centrale.

Il significato strategico di questa trasformazione va ben oltre il semplice ridisegno dei confini caucasici. Il controllo di Zangezur permetterebbe alla Turchia di consolidare una direttrice commerciale autonoma verso il Mar Caspio e le repubbliche turcofone dell’Asia centrale, riducendo contemporaneamente la dipendenza dalle rotte iraniane e russe. Non si tratterebbe soltanto di un successo geopolitico, ma della materializzazione infrastrutturale dell’idea neo-ottomana: una piattaforma anatolica capace di collegare Mediterraneo, Caucaso e Asia interna sotto un’unica architettura logistica.

Ankara deve però bilanciare questo slancio espansivo con un incubo strategico altrettanto rilevante: l’emergere di un asse sino-pakistano dominante nello spazio mediorientale. Il realismo imperiale turco sa che Pechino sta già capitalizzando la crisi iraniana, consolidando il proprio controllo sulle esportazioni energetiche di Teheran e rafforzando il proprio peso lungo le principali rotte commerciali eurasiatiche. Un Medio Oriente progressivamente integrato nella sfera economica cinese rischierebbe infatti di comprimere l’autonomia strategica turca, stringendo Ankara in una tenaglia geopolitica tra Caucaso, Golfo e Mediterraneo orientale.

La risposta turca a questo possibile accerchiamento non si legge nei comunicati diplomatici, ma nella costruzione di una rete di proiezione logistico-militare sempre più estesa. La Turchia non opera secondo il modello classico dell’occupazione territoriale permanente: preferisce sviluppare un sistema di influenza fondato su basi militari, droni, cooperazione industriale e dipendenza tecnologica. Ankara dispone già di infrastrutture strategiche in Qatar e Somalia, mentre la sua crescente assertività nel Mediterraneo e nel Nord Africa si manifesta attraverso il consolidamento della presenza militare in Libia e il sostegno ai propri alleati regionali.

Il simbolo più evidente di questa trasformazione è probabilmente il drone Bayraktar TB2. Più che una semplice piattaforma militare, il TB2 rappresenta il paradigma della nuova potenza turca: relativamente economico, esportabile, politicamente flessibile e capace di modificare gli equilibri regionali senza coinvolgimento diretto su larga scala. Dalla Libia al Nagorno-Karabakh, fino ai teatri africani, Ankara sta costruendo una forma di egemonia a bassa intensità ma ad alta resilienza, fondata sul controllo delle reti più che sull’occupazione tradizionale del territorio.

Mentre l’Occidente continua a immaginare il Medio Oriente attraverso le categorie della guerra al terrorismo o della semplice stabilizzazione democratica, la regione sta tornando alla propria grammatica storica: quella degli imperi, delle sfere di influenza e delle grandi dorsali commerciali. La vera questione strategica dei prossimi anni non sarà dunque se l’Iran riuscirà a sopravvivere alla crisi del proprio regime, ma quale potenza riuscirà a occupare il vuoto geopolitico lasciato dal collasso dell’ordine khomeinista.

E oggi l’unico attore che sembra possedere contemporaneamente memoria imperiale, profondità industriale, capacità militare e ambizione ideologica per riuscirci è la Turchia di Erdoğan. Più che assistere alla fine dell’egemonia iraniana, il Medio Oriente potrebbe trovarsi all’inizio di un nuovo secolo turco.

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