Trump incrimina Raúl Castro, e Cuba teme il copione venezuelano

L’incriminazione di Raúl Castro da parte del Dipartimento di Giustizia americano segna un nuovo salto di tensione nei rapporti tra Washington e L’Avana. Gli Stati Uniti accusano l’ex presidente cubano, oggi novantantaquattrenne, di omicidio e cospirazione per l’abbattimento, nel 1996, di due aerei dell’organizzazione anticastrista Brothers to the Rescue, costato la vita a quattro persone, tra cui tre cittadini americani.
Secondo il New York Times, l’iniziativa rappresenta «un’escalation straordinaria» della campagna di pressione dell’amministrazione Trump contro il governo comunista cubano. L’incriminazione, depositata a Miami, coinvolge anche cinque ex piloti militari cubani e riapre una ferita storica mai davvero chiusa nei rapporti tra i due Paesi.
Durante una conferenza stampa in Florida, il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha dichiarato che «gli Stati Uniti e il presidente Trump non dimenticheranno i loro cittadini», lasciando intendere che Washington considera ancora aperta la questione dell’abbattimento dei velivoli. Interrogato sulla possibilità di un’azione militare per catturare Castro, Trump si è rifiutato di escluderla: «Non voglio dirlo», ha risposto ai giornalisti.
Il riferimento inevitabile è al precedente venezuelano. A gennaio, infatti, gli Stati Uniti avevano usato un’indagine federale contro Nicolás Maduro come cornice giuridica per un’operazione speciale culminata con la sua cattura a Caracas. Secondo il New York Times, alcuni osservatori vedono nell’incriminazione di Castro un possibile preludio a una strategia simile contro Cuba.
L’Avana ha reagito duramente. Il governo cubano ha definito le accuse «ciniche» e prive di fondamento legale, sostenendo che gli aerei violavano ripetutamente lo spazio aereo nazionale. Ernesto Soberón Guzmán, ambasciatore cubano all’Onu, ha parlato di «un circo costruito per giustificare un’aggressione militare contro Cuba».
La mossa americana arriva in un momento di forte crisi economica sull’isola. Le nuove sanzioni introdotte dall’amministrazione Trump hanno aggravato la carenza di carburante e i blackout, alimentando malcontento e proteste. In questo contesto, racconta ancora il New York Times, molti cubani oscillano tra paura e speranza di un cambiamento radicale. «Tutto questo deve finire», ha detto al quotidiano Yoandy Benítez Ramirez, un giovane operaio de L’Avana. Altri, pur non auspicando apertamente un intervento armato, ammettono che l’esasperazione sociale sta raggiungendo livelli senza precedenti. «Viviamo così da oltre sessant’anni», racconta un rider intervistato dal giornale. «La leadership deve andarsene».
Secondo un sondaggio citato dal quotidiano americano e realizzato dal sito indipendente cubano El Toque, oltre la metà dei cubani residenti sull’isola guarderebbe con favore a un intervento americano, dato che riflette soprattutto la profondissima crisi economica e sociale del Paese.
Intanto, il rafforzamento della presenza militare americana nei Caraibi alimenta nuove speculazioni. La portaerei USS Nimitz è entrata nelle acque meridionali della regione proprio mentre Washington annunciava l’incriminazione di Castro, in una coincidenza che molti analisti leggono come un messaggio politico diretto al regime cubano.
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