Ravenna dedica a Paolo Roversi una galleria permanente al MAR

Dal 21 maggio 2026 il Museo d’Arte della Città di Ravenna apre al pubblico la Galleria Paolo Roversi, un nuovo spazio permanente dedicato al fotografo nato a Ravenna nel 1947 e attivo a Parigi dal 1973. L’iniziativa è promossa dal Comune e dall’Assessorato alla Cultura e porta stabilmente nelle collezioni del museo un autore che ha segnato la fotografia di moda internazionale restando fedele a un immaginario personale, costruito intorno alla luce, all’ombra e alla memoria.
La galleria è curata da Chiara Bardelli Nonino e nasce nel solco della mostra Studio Luce, ospitata dal museo tra il 2020 e il 2021. Quel progetto aveva messo in relazione l’opera di Paolo Roversi con le atmosfere della città d’origine. Oggi quel dialogo diventa un luogo fisico, collocato all’ultimo piano del museo, dove la poetica del fotografo prende la forma di un ambiente attraversabile.
L’allestimento porta la firma della scenografa Ania Martchenko, con la progettazione illuminotecnica di Silvestrin & Associati. Il percorso ricalca idealmente lo studio di Rue Paul Fort a Parigi, dove Roversi lavora da decenni. Corridoi, pareti di cartone, drappi, sgabelli recuperati diventano elementi di un dispositivo visivo che non espone soltanto fotografie, ma prova a restituire l’origine delle immagini.

L’ingresso è segnato da un corridoio costellato di ritratti noti. I volti di Kate Moss, Stella Tennant e Natalia Vodianova introducono a un vestibolo dai toni smorzati. Da qui si accede allo “Studio”, nucleo centrale della galleria, concepito come teatro spoglio e insieme spazio rituale. È il luogo dove la luce costruisce la scena e l’immagine emerge per sottrazione.
Sulle pareti una quadreria essenziale raccoglie ritratti, moda, nature morte, doppie esposizioni. Le fotografie sembrano accendersi dal buio, illuminate dalla torcia che Roversi usa da sempre come strumento primario. Le ombre non sono sfondo, ma materia attiva. La stanza si apre su due ambienti laterali. Da un lato l’Archivio, con un lungo tavolo che attraversa pareti di cartone grezzo. Dall’altro la stanza delle Muse, dove tra i tessuti compaiono Naomi Campbell, Golshifteh Farahani, Rihanna e la figlia Stella.
Il percorso alterna spazi chiari e zone d’ombra, in una sequenza che riprende la grammatica visiva dell’autore. I nudi lattiginosi, i ritratti di moda attraversati da una fiamma opalescente, le nature morte che sembrano animate, le stanze vuote sospese nel tempo ricompongono una sintassi riconoscibile. È la stessa che Roversi collega da sempre ai mosaici ravennati e alla nebbia che avvolge la città.

Il riferimento ricorre spesso nelle sue parole: la luce che filtra nei monumenti bizantini, lo scintillio che si rifrange sulle tessere. Nella galleria questo legame è evocato senza citazioni dirette, ma resta leggibile nel modo in cui le immagini dialogano con lo spazio. I richiami ai mosaici di Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, Basilica di San Vitale e Mausoleo di Galla Placidia sono parte di una memoria visiva che attraversa tutta la sua produzione.
Roversi ha spesso indicato anche un riferimento letterario: Casa mia di Giuseppe Ungaretti. I versi sulla sorpresa di ritrovare un amore creduto disperso nel mondo tornano come chiave di lettura dello spazio ravennate. La galleria diventa così un ritorno concreto all’origine, non nostalgico ma operativo, dove l’infanzia visiva si traduce in dispositivo espositivo.
Il progetto è stato realizzato con il sostegno del programma europeo Value Plus, Interreg Italia–Croazia, e con il contributo di partner industriali come ENEL Green Power e Marcegaglia, oltre a RM Srl Industrial Machinery e Service Srl. Una collaborazione che consolida il rapporto tra istituzioni culturali e tessuto produttivo, e rafforza il profilo internazionale del museo.

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