Il Pd, le manovre confuse dei cattolici, e la palude per ottenere seggi sicuri

Maggio 15, 2026 - 05:30
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Il Pd, le manovre confuse dei cattolici, e la palude per ottenere seggi sicuri

Nel Pd ribolle di nuovo la palude delle correnti, delle sottocorrenti, dei tavoli appartati e delle geometrie variabili. Mancano ancora mesi e mesi alle urne ma il partito si muove già come se fosse alla vigilia della compilazione delle liste: ciascuno conta i suoi, marca il territorio, si segnala.

È il solito spettacolo del “nazarenismo permanente”, dove il problema più che il Paese è il posizionamento interno. In questo movimentismo un po’ confuso emergono anche alcune cose degne di nota. A partire dalla questione dei cattolici. Tema sempre ricorrente, associato per lo più alla categoria del disagio. Già molto tempo fa su Linkiesta si notava che «la torsione laica che Elly Schlein e il suo gruppo dirigente hanno impresso al Pd pone un serio problema, sia nel merito delle questioni etiche sia, nell’attitudine a prendere con nettezza posizioni, anziché professare una certa cultura dell’ascolto. Inoltre, in questi ambienti, dà fastidio che il problema politico della presenza dei cattolici non venga proprio considerato, ma al massimo tollerato e relegato nel confino dei cosiddetti indipendenti portabandiera di un certo pacifismo imbelle, da Marco Tarquinio a Paolo Ciani».

Ora sorprende un poco che l’iniziativa della componente di Graziano Delrio di domani a Roma (“Costruire comunità”) dove parteciperà Romano Prodi, verrà conclusa proprio da Ciani, vicino a Sant’Egidio, l’unico deputato del Pd che nel 2023 votò contro il decreto che autorizzava l’invio di armi all’Ucraina in nome del cosiddetto pacifismo integrale contrario sempre e comunque all’uso delle armi.

Una scelta che contrastava e contrasta con la posizione, peraltro mai supportata con la necessaria determinazione, del partito di Schlein. D’altronde all’inizio della legislatura Ciani era stato nominato vicecapogruppo proprio per rappresentare quel pacifismo radicale che mal sopporta il sostegno militare all’Ucraina. Una linea che oggi nel Pd si salda, mischiando cose diverse, con il no alla guerra di Donald Trump all’Iran e l’odio verso Bibi Netanyahu. Ma ancora una volta il problema è la linea sull’Ucraina.

Abissale, da questo punto di vista, la distanza con il nuovo europeismo rilanciato ieri da Mario Draghi che pare l’unico a rendersi conto che l’Europa è sola e che dunque occorre rafforzare la sua capacità di difesa. Sarebbe paradossale se uno degli esponenti di punta dell’area riformista come Delrio si trovasse non solo lontano da Draghi ma addirittura a sinistra della segretaria e in contrasto con la posizione di Pina Picierno, Lorenzo Guerini, Piero Fassino.

Alla iniziativa di Delrio non parteciperà (proprio per tutto questo?) Ernesto Maria Ruffini, la personalità che per mesi è stata indicata come il possibile leader cattolico di quella futuribile “gamba riformista” che tra un convegno e l’altro non riesce a vedere la luce. Forse è anche a causa di questa grande incertezza che Silvia Salis ha declinato l’offerta di Matteo Renzi di assumere la leadership della Casa riformista: la sindaca di Genova ha spiegato al leader di Italia viva quello che poi ha detto pubblicamente e cioè che lei è disponibile solo a guidare l’intera coalizione e non una sua parte. Di fatto, la “quarta gamba” continua a non avere un leader e una strutturazione. Mario Draghi è lontano.

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