Il Pnrr in Sicilia corre, ma nella direzione sbagliata

«Presto che è tardi, presto che è tardi». Sembra quasi di sentirli, come il Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie. «È tardi, è tardi sai, e io sono in mezzo ai guai». Grossi guai in vista davvero per la Sicilia e tutto il suo meraviglioso mondo di politici, burocrati, strateghi della spesa pubblica. Il 30 giugno si avvicina, il conto alla rovescia è iniziato, all’orizzonte non si vedono salvifiche proroghe, come avviene solitamente con i programmi comunitari, e la spesa per il Pnrr è in affanno.
In Sicilia, a marzo di quest’anno, il valore economico degli interventi conclusi equivale ad appena 1,6 miliardi di euro su un finanziamento complessivo di 12,7 miliardi. Tradotto: poco più del 12%. Una delle performance peggiori d’Italia.
Secondo il monitoraggio aggiornato a marzo, in Sicilia il Pnrr ha finanziato complessivamente 43.279 progetti. Un numero enorme, quasi ingestibile, che restituisce l’idea della frammentazione amministrativa del Piano nell’Isola. Di questi interventi, appena il 12,6% delle risorse risulta associato a progetti conclusi, mentre l’87,2% riguarda opere ancora in corso. Rimane perfino un residuale 0,2% classificato sotto la voce «altro»: progetti da attivare oppure ancora non aggiornati nel sistema Regis, la gigantesca piattaforma digitale con cui lo Stato monitora il Pnrr.
Il problema, va detto, non è solo siciliano. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza sta arrancando praticamente ovunque. L’ultimo dossier del Servizio Studi di Camera e Senato, racconta un Paese che rischia di arrivare al traguardo con il fiatone, sempre che il traguardo lo veda davvero.
E qui arriva il primo dettaglio tragicomico. Per anni, in Italia, siamo stati abituati all’idea che ogni scadenza europea fosse elastica. Prima la proroga, poi la rimodulazione, quindi il tavolo tecnico, infine la conferenza Stato-Regioni. Questa volta però Bruxelles sembra avere meno senso dell’umorismo. Che poi, la data vera da cerchiare in rosso è il 31 agosto prossimo: entro allora gli obiettivi dovranno essere raggiunti, indipendentemente dalla rendicontazione finale delle spese. Significa che le opere dovranno essere finite davvero, non soltanto inaugurate con il classico taglio del nastro, tre transenne e una conferenza stampa con buffet.
E così il governo Meloni, già lo scorso febbraio, è stato costretto a varare un decreto urgente per accelerare le procedure. Una sorta di gigantesco “forza ragazzi” normativo, nel tentativo disperato di spingere una macchina pubblica che continua a muoversi con la grazia burocratica di un vecchio fax ministeriale.
Ma se i ritardi sono ovunque, il divario territoriale resta impressionante. E qui il Pnrr rischia di trasformarsi nell’ennesima fotografia dell’Italia a due velocità. Le regioni più avanti sono tutte al Centro-Nord. Il Trentino-Alto Adige ha già completato interventi pari a oltre il 34% delle risorse assegnate. La Lombardia sfiora il 30%. La Sicilia, invece, è ferma al 12,6%.
Ancora più interessante è il dettaglio interno all’Isola. Le province che spendono meglio sono quelle più piccole e meno cariche di grandi opere: Caltanissetta guida con il 31,5%, seguono Agrigento, Ragusa e Trapani. Non a caso, territori dove i finanziamenti sono inferiori al miliardo di euro. Quando invece si entra nelle grandi aree metropolitane, il motore si ingolfa. Palermo ha concluso interventi per appena il 13,9% delle risorse disponibili. Messina è al 13,6%. Catania precipita al 10,7%, fanalino di coda siciliano. Eppure, sono proprio queste le province che hanno ricevuto i finanziamenti più consistenti: 2,1 miliardi Palermo, 1,3 Messina, 2,9 Catania.
È il vecchio paradosso meridionale: più soldi arrivano, più il sistema fatica a spenderli. Perché il vero collo di bottiglia non sono mai stati i fondi, ma la capacità amministrativa. Gare, progettazioni, autorizzazioni, controlli, verifiche, ricorsi. Il Pnrr doveva essere anche la grande occasione per modernizzare la pubblica amministrazione del Sud. Ma a pochi mesi dalla scadenza finale, le migliori performance restano tutte al Nord. Non è soltanto una questione tecnica. È una questione strutturale, quasi antropologica: organizzazione amministrativa, competenze, capacità progettuale, continuità gestionale. Tutte cose che nel Mezzogiorno spesso si infrangono contro il turnover infinito dei dirigenti, i Comuni senza personale, gli uffici tecnici ridotti all’osso e la politica delle inaugurazioni senza manutenzione.
Il paradosso più grande, però, è forse un altro. Il Pnrr era nato anche come strumento per ridurre il divario economico tra Nord e Sud. Il famoso 40% delle risorse destinate al Mezzogiorno doveva servire a riequilibrare decenni di sviluppo diseguale. Ma se poi la spesa reale corre molto più velocemente al Nord, l’effetto perequativo rischia semplicemente di svanire.
Basta guardare la spesa pro capite. In Sicilia, i progetti conclusi equivalgono a circa 340 euro per abitante. In Lombardia si sale a 630 euro. In Veneto addirittura a 750 euro. Più del doppio rispetto all’Isola. E qui il cortocircuito è completo: il Piano nato per aiutare il Sud finisce per produrre un impatto economico molto più forte nelle regioni già più solide.
Ed è proprio qui che il tema diventa inevitabilmente politico. Per il senatore dem Antonio Nicita, uno dei problemi è stato l’accentramento della governance del Piano operato dal governo Meloni. «La governance del Pnrr è stata trasformata in un esercizio di centralizzazione muscolare alla cabina di regia di Palazzo Chigi», accusa Nicita. Ma nel mirino del parlamentare finisce anche la Regione Sicilia: «Quando un governo regionale di centrodestra e un governo nazionale di centrodestra riescono a produrre il peggior risultato del Paese sull’investimento pubblico più importante dal Dopoguerra, la responsabilità non è solo amministrativa, ma politica».
Il rischio, adesso, è duplice. Da una parte perdere una quota significativa di fondi, o comunque trasformare gli interventi in opere incompiute, cantieri eterni, progetti ridimensionati all’ultimo minuto. Dall’altra, forse ancora peggio, sprecare un’occasione storica di modernizzazione strutturale.
E non è un dettaglio marginale. Perché ai Comuni siciliani è affidato circa il 22% delle risorse complessive del Piano, pari a 2,77 miliardi di euro. Una massa enorme di cantieri, procedure e rendicontazioni che rischia di travolgere amministrazioni spesso prive di personale tecnico e strutture adeguate. Da qui il timore sempre più concreto, espresso da molti sindaci, di ritrovarsi con opere incompiute e bilanci devastati.
Ma c’è un rischio ancora più italiano del ritardo: spendere male. Perché il problema non è soltanto finire le opere, ma capire se serviranno davvero a qualcosa. Nelle Madonie, per citare l’ultimo episodio, i sindaci hanno presentato un esposto alla Corte dei conti contestando la realizzazione di Case di comunità in piccoli centri dove già oggi manca il personale sanitario necessario a far funzionare le strutture esistenti. Tradotto: edifici nuovi che rischiano di restare vuoti. Cattedrali nel deserto costruite a debito.
Per anni il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato raccontato come la medicina miracolosa capace di guarire tutti i mali del Sud: infrastrutture moderne, scuole efficienti, digitalizzazione, asili nido, sanità territoriale, transizione ecologica. Una gigantesca iniezione di denaro europeo che avrebbe dovuto cambiare il volto della Sicilia. Adesso però, a pochi mesi dalla scadenza finale, il rischio è che quella che doveva essere una panacea si trasformi nella tomba finanziaria di molti Comuni.
L’allarme lo lanciano da settimane i sindaci siciliani. E non è il solito lamento preventivo della politica locale. Stavolta la paura è concreta: ritrovarsi con cantieri aperti, opere incompiute, anticipazioni di cassa già spese e bilanci impossibili da sostenere.
Il problema è che la macchina amministrativa siciliana continua a muoversi con ritmi incompatibili con quelli imposti da Bruxelles. E il paradosso è tutto qui: il Pnrr era nato proprio per accelerare l’Italia. Ma in molte aree del Mezzogiorno ha finito per schiantarsi contro le stesse fragilità che avrebbe dovuto risolvere.
Paolo Amenta, sindaco di Canicattini Bagni e presidente di Anci Sicilia, usa parole pesanti: «Il caso riguarda soprattutto piccoli centri e aree interne. Se i sindaci non hanno soldi per la gestione non possono ricevere il saldo. E da luglio ci sarà l’incubo del default».
Dietro questa frase c’è uno dei nodi meno raccontati del Pnrr: il meccanismo finanziario. Molti Comuni anticipano risorse, aprono cantieri, affidano lavori, confidando poi nei rimborsi statali ed europei. Ma se i tempi si allungano, se le certificazioni rallentano, se le opere non vengono concluse entro le scadenze previste, il rischio è che le amministrazioni restino schiacciate sotto il peso delle anticipazioni.
Ed è qui che il grande Piano rischia di trasformarsi in una gigantesca trappola contabile.
Perché i Comuni siciliani non sono Bolzano o Modena. Molti enti locali dell’Isola già oggi sopravvivono in condizioni finanziarie precarie, con organici ridotti all’osso, uffici tecnici sottodimensionati e personale spesso vicino alla pensione. Negli ultimi vent’anni la pubblica amministrazione meridionale si è lentamente svuotata. Il Pnrr ha scaricato improvvisamente su questa struttura fragile una mole enorme di progetti, gare, verifiche, rendicontazioni e controlli.
È come chiedere a una Panda del 2003 di correre in Formula Uno.
Così, mentre nei grandi convegni romani si parla di messa a terra degli investimenti, nei municipi siciliani si combatte con problemi molto più elementari: mancano ingegneri, geometri, progettisti, ragionieri, tecnici in grado di seguire contemporaneamente decine di procedure.
A questo si aggiunge un altro problema, ancora più politico: il Pnrr non è stato pensato per la manutenzione ordinaria dei territori. I sindaci lo ripetono da mesi. I fondi finanziano nuove opere, nuove strutture, nuovi edifici. Ma poi chi li gestirà? Con quali risorse? Con quale personale?
Il rischio delle “cattedrali nel deserto” non riguarda soltanto i grandi progetti simbolici. Vale anche per le opere diffuse: asili, impianti sportivi, case di comunità, centri polifunzionali costruiti in territori che spesso già oggi faticano a mantenere aperti i servizi esistenti.
Siamo nel doppio paradosso siciliano. Da una parte opere che non si riescono a finire. Dall’altra opere che, una volta finite, potrebbero non essere sostenibili economicamente. Stavolta non si tratta soltanto di perdere soldi europei. Si rischia qualcosa di peggio: aumentare il debito pubblico senza lasciare sviluppo stabile, infrastrutture realmente funzionanti o una pubblica amministrazione più forte.
Il Pnrr doveva modernizzare il Sud. Adesso il Sud teme che possa semplicemente travolgerlo sotto il peso della sua stessa fragilità amministrativa.
Nel frattempo, il Bianconiglio continua a correre. «È tardi, è tardi sai». Stavolta però, alla fine del tunnel, potrebbe non esserci il Paese delle Meraviglie. Ma semplicemente il solito Paese delle occasioni perdute.
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