Il super El Niño rischia di provocare 780 morti in Italia, 451mila nel mondo

Una “cartolina dal futuro” sta arrivando con vent’anni d’anticipo, e non è quella che vorremmo vedere. Nei prossimi mesi il super El Niño in corso spingerà le temperature medie globali sulla terraferma fino a 1,2 °C sopra la norma, portando già oggi condizioni di caldo che, a causa della crisi climatica, potrebbero diventare abituali tra due decenni. Il costo umano stimato dal Climate Impact Lab dell’Università di Chicago è enorme: 451mila morti in eccesso in nove mesi dell’evento, tra giugno 2026 e febbraio 2027.
Il super El Niño in corso è iniziato a giugno e dovrebbe proseguire almeno fino alla primavera dell’emisfero settentrionale. Le proiezioni indicano che porterà nel mondo il 44% di giornate estremamente calde in più rispetto a un anno normale, esponendo popolazioni e sistemi sanitari a temperature per le quali non hanno ancora avuto il tempo di adattarsi.
Dei 451mila decessi in eccesso attesi tra giugno e febbraio, 239mila – con un margine d’incertezza di 11mila unità – potrebbero verificarsi nei prossimi sei mesi, tra settembre 2026 e febbraio 2027. È in questa seconda finestra temporale che l’Italia rischia di contare 780 morti aggiuntive legate al caldo. Le stime non indicano dunque tutti i decessi attribuibili alle alte temperature, ma solo quelli che si verificherebbero in più rispetto a un anno con condizioni climatiche nella norma. E il bilancio potrebbe aggravarsi ulteriormente. Se, come suggeriscono le previsioni, El Niño resterà attivo fino alla primavera del 2027, temperature superiori alla media e mortalità associata potrebbero protrarsi anche nei mesi successivi, fino a giugno e luglio.
Il fenomeno non distribuirà i suoi effetti in modo uniforme. Nei prossimi sei mesi il prezzo più alto sarà pagato dal Sud globale, a partire dal Sahel, dove sono attesi 66.800 decessi in eccesso: quasi la metà in Nigeria, con 31.400 vittime, seguita da Sudan con 17.500, Niger con 10mila e Ciad con 8mila.
Nel Sud-est asiatico il caldo anomalo rischia di causare altri 19.400 morti nelle Filippine, in Vietnam, Thailandia e Cambogia, cui si aggiungono i 19.300 stimati nella sola Indonesia. Tra i Paesi più colpiti figurano anche l’India, con 15.800 decessi in più, e il Brasile, con 13.300.
Anche il calendario dell’emergenza cambierà da un territorio all’altro, un’informazione decisiva per concentrare gli interventi prima che il caldo presenti il conto. Tra dicembre e febbraio sono attesi 15.400 decessi aggiuntivi in Nigeria, 10.400 in Indonesia, 8mila in Brasile e 7.400 in India. Guardando oltre la finestra previsionale di sei mesi, la mortalità potrebbe continuare a crescere durante l’estate dell’emisfero settentrionale soprattutto in India e Pakistan.
Le proiezioni localizzate e aggiornate nel tempo possono dunque orientare governi, città e organizzazioni umanitarie verso le aree dove un intervento tempestivo salverebbe più vite. Gli strumenti già disponibili comprendono sistemi di allerta per il caldo, assistenza sanitaria mirata alle persone vulnerabili, centri di raffrescamento e punti di distribuzione dell’acqua, protezioni per chi lavora all’aperto e il rafforzamento della capacità dei servizi sanitari.

Il super El Niño sta temporaneamente trascinando il mondo nelle condizioni climatiche attese intorno alla metà degli anni Quaranta. La differenza è che, di fronte al riscaldamento strutturale alimentato dalla crisi climatica, resta ancora tempo per prepararsi: occorre però individuare quali misure funzionano davvero nei diversi territori e investire adesso in pianificazione, sistemi di allerta e protezione sanitaria.
Eppure il Governo italiano sembra abbia deciso di subire passivamente il cambiamento climatico, senza provare a governarlo. Sul fronte della mitigazione, il ministro Pichetto si vanta – intervenendo al Meeting di Rimini – snocciolando che l’Italia dal 2022 a oggi ha installato 29 GW di nuovi impianti rinnovabili (nonostante il ritmo d’installazione sia in calo), mentre la Germania ha installato oltre 40 GW tra 2024 e 2025, per non parlare della Spagna che è giunta quasi a disaccoppiare i costi della generazione elettrica con quelli del gas fossile. Non va meglio sul fronte dell’adattamento climatico. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle.
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