Approvata una legge delega irrealizzabile: ambientalisti e scienziati contro il ritorno del nucleare in Italia

24 Settembre 2026 - 16:55
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Approvata una legge delega irrealizzabile: ambientalisti e scienziati contro il ritorno del nucleare in Italia

Per l’approvazione in via definitiva – avvenuta ieri al Senato – del ddl che conferisce al Governo la delega a disciplinare il ritorno del nucleare (ribattezzato nuovo e sostenibile) in Italia non si è levato un applauso neanche dai banchi della maggioranza. Al momento non c’è niente, dentro la cornice: c’è un anno di tempo per varare i relativi decreti attuativi, quando ormai il Paese sarà tornato a elezioni; l’esecutivo Meloni ha rinunciato a localizzare persino il necessario Deposito nazionale per i rifiuti radioattivi (secondo Arera non sarà pronto prima del 2041, ancora non si sa dove), figurarsi qualche nuova centrale atomica. Eppure con quest’ennesima mossa di stampo elettorale si ritarda ancora la diffusione degli impianti rinnovabili – le nuove installazioni stanno rallentando da due anni, perse tra disinformazione e burocrazia –, che pure stanno già contenendo i rialzi delle bollette guidati dall’impiego di gas fossile.

Le principali associazioni ambientaliste italiane – Greenpeace, Kyoto club, Legambiente, Wwf – hanno preso posizione a una sola voce per spiegare come si tratti di «una legge delega che già dal titolo fa promesse irrealizzabili: il nucleare sostenibile, infatti, attualmente non esiste, anzi il titolo colpevolmente svuota di significato l’aggettivo sostenibile. Il nucleare disponibile oggi è pressocché lo stesso disponibile 15 anni fa, quando venne bocciato (per la seconda volta) in un plebiscitario referendum popolare».

Il Governo parla dei piccoli reattori modulari (Smr) che oggi non sono disponibili commercialmente; per quando lo saranno, già oggi «tutte le analisi tecniche dicono esattamente il contrario: i piccoli reattori moltiplicano problemi (compresa produzione delle scorie) e costi, nonché i problemi di sicurezza», ricordano gli ambientalisti. Nel ddl si cita di sfuggita il nucleare da fusione, splendida favola sulla quale è lecito e utile investire ancora in ricerca, pur sapendo che se arriverà – se ne parla dal 1950 e i primi impianti dimostrativi potrebbero arrivare nel 2050 – ne gioveranno nipoti e pronipoti: non è una soluzione né per le nostre bollette né per la crisi climatica in corso.

«Il nucleare è una tecnologia che oggi possiamo valutare sui grandi reattori, perché lì abbiamo dei consuntivi e delle valutazioni anche indipendenti, che ci permettono di dire che è un qualcosa di lento e costoso. Quindi è un qualcosa che a noi come Italia francamente non ci converrebbe fare – argomenta nel merito al Climate media center Luigi Moccia, dirigente di ricerca al Cnr nonché firma di prestigio su greenreport – Sui piccoli reattori, chi vivrà vedrà, perché ancora non abbiamo nulla. L’unico progetto in corso su gli Smr è quello in Canada, a Darlington, ma è appena iniziato il cantiere, mentre la progettazione è iniziata molti anni fa. Quello che dico quindi è occupiamoci di quello che realisticamente possiamo fare. La decarbonizzazione non è un passaggio di fase, qualcosa di etereo, da bacchetta magica. È un’opera industriale complessa, che richiede anche impianti industriali, tra cui l’eolico e il solare a terra. Altrimenti noi non abbasseremo mai le bollette. Il nucleare è qualcosa di costoso, lento, che arriverà in chissà quanto tempo e che non ci ridurrà la bolletta». 

Cosa possiamo fare dunque? «Quello che dobbiamo fare è accelerare le rinnovabili nei prossimi 10-15 anni – rinnovabili che non sono solo solare ed eolico, ma anche biomasse, idroelettrico e geotermia, cioè anche fonti stabili», risponde al Climate media center Nicola Armaroli, dirigente di ricerca al Cnr: «Mentre eventualmente programmiamo il nucleare, dobbiamo avere ben presente che quando arriverà saremo in un altro mondo, un pianeta molto più rinnovabile dell’attuale; cioè andrà a installarsi con non poche difficoltà di tipo tecnico ed economico in un sistema elettrico completamente diverso dall’attuale, dove le rinnovabili copriranno almeno l’80%. Per quell’ultimo miglio, quel restante 10-20%, il nucleare è la strada giusta? Secondo me no – insiste Armaraoli –, per un motivo molto semplice. Il nucleare per essere economicamente conveniente deve funzionare tutto l’anno, il più possibile. Ma quando avremo l’80-90% di rinnovabili, noi per 6-9 mesi all’anno avremo tutto quello che ci serve, e a quel punto o spegniamo il nucleare, ma non sta in piedi economicamente, o spegniamo le rinnovabili, e così ci autoinfliggiamo un costo maggiore dell’elettricità. L’opzione più veloce e meno costosa per quell’ultimo miglio piuttosto sarà rappresentata da biometano e metano sintetico che, progressivamente, sposteranno il fossile. L’infrastruttura del gas è già fatta. A oggi più del 90% della nuova capacità elettrica mondiale è rinnovabile – non è nucleare, carbone eccetera – quindi di fronte a questa nuova realtà dobbiamo adeguare i nostri modelli e le nostre idee rispetto a quello che sarà dal 2040 in poi».

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