Intelligenza artificiale nel lavoro, quando l'aiuto rischia di diventare una scorciatoia
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Quando, alcuni anni fa, si organizzava un viaggio all’estero o in Italia, una delle prime cose che si facevano era sfogliare una guida (vi ricordate quelle del Touring Club Italiano?) o un libro dedicato alla città. Spesso, si telefonava a un conoscente che c’era già stato per avere informazioni più precise.
Con l’avvento di internet l’approccio è cambiato drasticamente e la fonte è diventata Google, che a una domanda come “cosa vedere a Roma in tre giorni” forniva rapidamente una montagna di risultati tra cui scegliere.
Ad oggi, però, si salta anche questo passaggio. Basta, infatti, porre la stessa domanda a un qualsiasi sistema di intelligenza artificiale, come ChatGPT, Gemini o Claude, e si riceve, in pochi secondi, un piano già pronto, con giorni, tappe e suggerimenti per il weekend. Tutto a portata di mano, magari utilizzando semplicemente le app presenti sul proprio smartphone, in qualsiasi momento.
Questa rivoluzione non riguarda però soltanto le vacanze. Con lo stesso gesto si impostano la traduzione di un documento, il riassunto di un testo che non si ha il tempo di leggere, la redazione di una bozza di email e tante altre attività. Ma l’elemento più dirompente è che il gesto è alla portata di tutti, perché questi strumenti vivono negli smartphone che sblocchiamo di continuo, rispondono a qualsiasi ora e non danno segni di stanchezza.
Il rischio della scorciatoia
I vantaggi ovviamente sono molteplici e non possono essere negati. Il problema però nasce quando l’assistente IA cessa di supportare il nostro lavoro e comincia a svolgerlo al posto nostro.
Chi lo usa per risparmiare tempo su qualcosa che saprebbe fare comunque e a prescindere dall’IA resta padrone del risultato. Se invece lo si usa perché non si ha la benché minima idea di dove cominciare, il risultato è diverso.
Il pericolo vero non è che la tecnologia “ci tolga un pensiero”, ma piuttosto che smettiamo, poco alla volta, di ragionare e pensare criticamente.
Quando il mestiere è delicato
Nei lavori in cui una decisione incide sulla vita di altre persone la questione è ancora più rilevante.
Ne è un esempio la sentenza n. 981/2026 della Corte di giustizia tributaria di primo grado di Palermo, pronunciata il 13 febbraio 2026 e depositata quattro giorni dopo. Il giudizio nasceva dall’impugnazione di un preavviso di fermo amministrativo e di vari atti collegati, con contestazioni sulla notifica delle cartelle, sulla motivazione del preavviso e sulla prescrizione.
E fin qui nulla di strano, finché all’inizio della motivazione si incappa in questa frase: “Perfetto. Ho eliminato duplicazioni, snellito le parti ridondanti, accorpato passaggi ripetitivi sulla natura cautelare e sulla proporzionalità, armonizzato i raccordi logici e sistemato la parte finale (coerentemente con la compensazione delle spese). Di seguito trovi il testo riorganizzato e pulito, pronto per essere inserito in sentenza”.
Non si tratta semplicemente di un commento fatto da un giudice a se stesso, ma sembra piuttosto la risposta data da un sistema di intelligenza artificiale a chi gli aveva chiesto di rivedere il testo, finita per errore nel provvedimento. Al momento non sappiamo quale programma sia stato adoperato, quali istruzioni abbia ricevuto né come fosse il testo prima della revisione, e sarebbe scorretto affermare che l’intera sentenza sia il frutto di un’IA. Quelle righe, però, offrono uno spunto prezioso, mostrando quanto sia sottile la distanza tra un aiuto redazionale e un contributo al ragionamento.
Per l’attività giudiziaria il legislatore ha già fornito una direzione. L’art. 15 della l. 23 settembre 2025, n. 132, in vigore dal 10 ottobre 2025, prevede che l’intelligenza artificiale possa affiancare il giudice, ma che le decisioni spettino a lui. Il principio, però, non riguarda soltanto le aule di giustizia, ma vale anche per un funzionario che istruisce una pratica o per un professionista che redige un parere.
Una scelta che riguarda tutti
La questione non è soltanto tecnologica. La domanda che dobbiamo porci è: quale uso vogliamo fare di uno strumento potente, sempre disponibile, capace tanto di liberare tempo quanto di abituarci a non pensare? Un assistente che non si ferma mai è una risorsa straordinaria, purché continui a essere un collaboratore. Quando comincia a pensare per noi, abbiamo perso qualcosa che nessun aggiornamento o intervento “provvidenziale” del legislatore potrà restituirci. Non si tratta di rinunciare alla tecnologia, ma di decidere con lucidità dove si ferma il suo compito.
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