Invece di inseguire referendum fallimentari, i sindacati dovrebbero guardare “Il Diavolo veste Prada 2”

In uno dei luoghi più simbolici dell’arte rinascimentale, il Cenacolo Vinciano, si consuma uno dei dialoghi più schietti e tristemente attuali del secondo “Il Diavolo veste Prada 2”, reso ancor più vivo dagli sguardi a metà tra l’addolorato e lo schifato della temibile direttrice di Runway, Miranda Priestly. I protagonisti di questo dialogo sono Miranda Priestly e Benji Barnes, il fidanzato miliardario di Emily Charlton, l’ex assistente numero uno nel primo film, che decide, non senza pressioni famigliari, di acquistare la prestigiosa rivista di moda Runway per la sua Emily. La notizia arriva alla meno temibile Miranda, confusa dal mondo, che non è più lo stesso di qualche anno fa, ma decisa a tenere il suo posto.
Dunque, Miranda Priestly, proprio davanti al capolavoro che Leonardo da Vinci finì dopo quattro anni di lavoro e genialità, cerca di far comprendere al (forse) futuro proprietario di Runway quanto sia importante continuare a valorizzare, e a far lavorare, le persone che hanno fatto crescere la rivista.
«Una persona con le mie competenze ti sarà utile», dice Miranda a Barnes. La risposta del miliardario somigliante a Jeff Bezos, investito da una stralunatezza particolare e da un’avversione a guardare le persone in faccia mentre gli parlano, preferendo lo schermo del telefono, dovrebbe far riflettere ogni sindacalista: «Con l’intelligenza artificiale non sarà necessario nemmeno più fare gli shooting».
Riserverò per un altro articolo la risposta che è stata data a questo personaggio, ma la domanda che ci arriva dal mondo dell’editoria è questa: cosa ce ne facciamo delle persone se, con una macchina, posso tagliare i costi, risparmiare sulle consulenze esterne, sui fotografi, sugli spostamenti?
Cosa ce ne facciamo delle persone se le riviste non vengono più comprate, come Nigel, assistente fidato di Miranda, ricorda all’inizio del film dicendo:«Oggi le persone non acquistano la rivista, oggi scrollano il nostro sito». Ovviamente questo discorso è applicabile ad altri settori lavorativi, ma qui c’è qualcosa di più sottile da indagare in questo tempo che ci resta da vivere.
Per decenni abbiamo pensato all’automazione come a qualcosa che riguardava solamente catene di montaggio, logistica e produzione. Oggi, invece, il salto è più radicale. L’intelligenza artificiale entra nel territorio che consideravamo intoccabile: l’immaginazione, il pensiero, la visione, l’intuizione. Tutti questi elementi, che rendono l’essere umano vitale e libero, vengono schiacciati dal sogno industriale che si compie: costi marginali prossimi allo zero, produzione infinita, adattabilità totale. Non più stagioni, ma flussi continui di immagini e di stili. Non più attese, immediatezza. Ma davvero una rivista può essere assemblata da una macchina artificiale?
Davvero manterrebbe la stessa qualità, che non risiede solo nella persona che prende le decisioni finali, ma nella capacità di ogni lavoratore che mette impegno in quel lavoro? Pensiamo alla creazione del set per lo shooting, al fotografo che, grazie ad anni di studio e passione, riesce a trovare la giusta inquadratura, fino alla modella che, Dio solo sa che fatica possa fare a essere così bella.
Emily Charlton vuole conquistare la direzione editoriale spodestando la potente Miranda; vuole, cioè, il diritto di definire lo sguardo del pubblico. Barnes, invece, vede una macchina: un brand, un database, una piattaforma scalabile. Ma una cultura – e sì, la moda lo è: pensate a come Coco Chanel liberò il corpo delle donne, rendendo i diritti praticabili attraverso i vestiti – può sopravvivere se diventa infrastruttura?
Il lavoro creativo diverrà solo un meccanismo di produzione di standard, come ci ricordava Walter Benjamin ne “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”? Se tutto è riproducibile sistematicamente, il valore non sta più nella produzione. Se tutto è accessibile, il valore non sta più nell’accesso. Si sposta, dunque, la catena dei valori. Il lusso non è più ciò che è raro perché difficile da produrre, ma ciò che è raro perché umano: imperfetto, situato, non replicabile.
Resta, però, il problema: il mercato del lavoro è pronto a questi cambiamenti? I sindacati, invece di perdere tempo in referendum fallimentari, si stanno preparando a tutelare tutte quelle persone che rimarranno senza lavoro, in quanto alcune aziende, per ragioni di profitto, preferiranno una macchina?
Certo, i rapporti sull’intelligenza artificiale di Microsoft parlano di «assistenza», non di «sostituzione», ma diciamoci la verità: visto il costo del lavoro, in particolare in alcuni Paesi, quanto ci metteranno le aziende a inserire una macchina che riduce il lavoro eliminando due dipendenti su quattro?Inoltre, saremo pronti a tutelare, soprattutto, chi con la creatività ci lavora senza andare incontro a una svalutazione?
Non ho risposte, al momento, ma domande. Una su tutte, sempre ai sindacati: vogliamo usare i soldi degli iscritti per dei think tank che ci aiutino a comprendere questo mondo capovolto, o ci si imbarcherà in altri referendum fallimentari?
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