Il Met Gala, e la lotta di classe fatta coi meme

Maggio 06, 2026 - 05:03
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Il Met Gala, e la lotta di classe fatta coi meme

Poiché conosco i limiti dell’attenzione di voi lettori, stremati dalle mie subordinate e dai miei incisi e in genere distraibili dal volo d’un moscerino, dirò qui, subito, in una riga, quel che tirerò in lungo nell’articolo che non c’è bisogno leggiate oltre: sono spiacente di comunicare che la lotta di classe non si fa coi meme.

È un articolo che potrei scrivere ogni primo martedì di maggio, giacché ogni primo lunedì di maggio c’è il Met Gala, il gran ballo con vestiti baracconi per raccogliere fondi per il Costume Institute, la parte dedicata alla storia della moda del Metropolitan Museum di New York, e ogni anno c’è una qualche Ocasio Cortez col suo bravo abito con scritto “Tax the rich”, che è in effetti un messaggio adeguatissimo se hai un pubblico inadeguato.

Solo un pubblico inadeguato può non capire che “the rich” sono l’unica utenza dell’alta moda. Solo un pubblico inadeguato può prendere per ricca Silvia Salis con una camicia da cinquecento euro e non avere idea che cinquecento euro sono ormai il prezzo minimo per un capo non d’acrilico (di quel che è successo ai prezzi del prêt-à-porter dopo la pandemia spero si occupi prima o poi un qualche Nobel per l’Economia).

Solo un pubblico inadeguato è determinato a esprimersi sulla moda, il potere, la ricchezza, la classe dirigente, pur non avendo idea della differenza tra alta moda (cioè: quegli abiti che costano come un appartamento e che vediamo fotografati ogni primo lunedì di maggio) e abiti firmati qualunque, di quelli che entri in un negozio e te li compri senza prenotarli mesi prima e senza chiedere al direttore della banca un fido.

La tax-the-rich dell’altroieri si chiama Sarah Paulson, è un’attrice, e si è presentata con gli occhi coperti, il che non sarebbe inusuale: il Met Gala ha smesso da molto tempo d’essere una serata di gala i cui invitati cercano solo d’essere eleganti, ed è diventata una rappresentazione teatrale le cui comparse s’illudono d’essere creative.

Solo che Sarah Paulson gli occhi li aveva coperti da una banconota, perché non era lì per essere la bella del ballo: era lì per protestare contro l’uno per cento, ovvero la Bastiglia contro cui è d’uopo accanirsi nella speranza che, se chi guadagna parecchiuccio si fa vedere schierato contro chi guadagna tantissimissimo, allora quando il proletariato prenderà il potere gli risparmierà la vita e il patrimonio.

Non funziona, in tempo di rivoluzioni rimandate: il pubblico che scambia per plutocrate Silvia Salis scambia per plutocrate anche una qualsivoglia attrice con cachet hollywoodiani, ed è pronto a rinfacciarle incoerenza. Il pubblico inattrezzato mica lo sa, che Leonardo DiCaprio è l’amico povero cui Jeff Bezos deve prestare l’aereo privato o lo yacht.

E non funzionerebbe, venisse davvero la rivoluzione. Ma la rivoluzione non viene, perché invece di dare l’assalto ai forni la piccola borghesia impoverita fa i meme. Lunedì sera tutti postavano estasiati l’operaia di Amazon che si lamentava dei propri scarsi emolumenti proiettata sul grattacielo da fantastiliardari in cui risiede, allorché a New York, Jeff Bezos, che come tutti sappiamo è il problema del mondo (i giorni in cui il turno di problema del mondo non tocca a Elon Musk).

Sul numero di maggio dell’Atlantic c’è il racconto involontariamente surreale di un ritrovo di quelli che organizzano da molti anni un po’ tutti i fantastiliardari del mondo, il corrispondente dell’industriale che nel Novecento faceva andare l’intellettuale nella sua casa di Cortina: quello sciava a scrocco, e lui aveva in cambio conversazione brillante a cena.

Lo sceneggiatore che racconta la sua vicenda era a un ritrovo organizzato da Jeff Bezos, e il pathos di questa ricostruzione dovrebbe essere dato dal fatto che, quando sua moglie si era fatta male, Bezos non aveva simulato interesse per la salute della signora. Cent’anni che citiamo Scott Fitzgerald che ci spiega che i ricchi sono diversi da voi e me, e ancora non abbiamo capito cosa intendesse.

L’operaia proiettata sul palazzo di Manhattan ha più ragioni dello scrittore capriccioso che frigna perché ha visto da vicino il plutocrate e quello l’ha trattato come uno che non è un suo pari, non credo ci sia bisogno di precisarlo.

Lo scrittore voleva essere speciale e ha scoperto di non esserlo, l’operaia voleva una cosa che gli esseri umani da tempo vorrebbero poter dare per scontata – che al lavoro corrisponda la sussistenza – e ha creduto a un menzognero presente secondo il quale questo grande colpo d’immagine cambierà le cose. Nessuno le ha detto «sai quanto gliene frega a Jeff Bezos se mentre lui è al Met proiettano l’operaia sulle sue finestre».

E sì, certo che Jeff Bezos invece che tre aerei privati – uno per lui, uno per la moglie, uno per i viaggi di coppia – potrebbe tenerne solo uno e quel margine di profitto con cui ora paga triplo carburante usarlo per dare stipendi dignitosi a chi lavora per lui: ma come ce lo costringiamo considerato che nessuno – non io, non voi, non Sarah Paulson – è disposto a rinunciare alle consegne in ventiquattr’ore su Amazon?

È altresì ovvio che la società ha bisogno di capri espiatori e Jeff Bezos è il nuovo «le armi di distruzione di massa». È, tra le altre cose, l’uomo che ha demolito quella mistica ricattatoria che chiamiamo «giornalismo». Che cos’è il giornalismo? È “Il diavolo veste Prada 2” che ci vuole contriti perché le stesse cose sui vestiti e le creme che prima sfogliavamo su Vogue ora le spolliciamo su TikTok? È Sigfrido Ranucci che dice che insomma, mica c’è danno reputazionale se c’è lo share? È la mozione frivola che si incupisce perché forse Jeff compra la Condé Nast per la sua sposa e insomma questa tamarra con le labbra a canotto mica è una di noi, che siamo quel centimetro più in là che fa la differenza tra tamarraggine e stile?

Ogni anno c’è qualcuno che protesta perché in-questo-momento-storico come si fa a fare una serata incentrata sul lusso, come ci fossero mai stati momenti storici in cui tutto andava bene: capisco il presentismo, ma qual è un momento storico più sereno di questo? Quello delle Torri Gemelle? Quello della guerra fredda? Quello della prima Intifada?

Ogni anno c’è qualcuno che risponde che chi protesta non capisce che il Met Gala ha il nobile fine di finanziare il Costume Institute, perché i vestiti sono cultura. E sì, certo, i vestiti sono un linguaggio, i vestiti sono espressione artistica, non sarò certo io a dirvi che i vestiti no e i quadri sì: però sono anche solo vestiti.

Quando Nicole Kidman dice che il vestito che ha addosso a quella serata l’ha scelto perché «la moda è arte e volevo qualcosa di rosso, perché volevo accogliere il modo in cui il rosso è stato usato nell’arte attraverso gli anni», sta dicendo una cosa che non significa niente, e la sta dicendo con la fondata certezza che voialtri del ceto medio complessato annuirete forte e penserete che certo, la moda è proprio molto importante (è un elaborato piano per farvi condonare la camicia di jeans della Salis).

Dall’operaia proiettata sulle finestre di Jeff Bezos sulla Quinta strada, a Sarah Paulson con la banconota da un dollaro sugli occhi, c’è una grande chiesa che sovrintende alla rivoluzione che non si farà. E il trucco è che, invece di dare l’assalto alla Bastiglia, i nuovi poveri si accontentano, per manifestare la loro disapprovazione nei confronti dei nuovi ricchi, a chiedere, se non altro, la soddisfazione di diventare meme.

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