La città diventa antidemocratica se pochi decidono l’ambiente di tutti

La storia la scrivono gli esseri umani, ma in un ambiente costruito che non si sono scelti. In teoria avremmo il potere di cambiare ciò che ereditiamo, ma di solito non prestiamo grande attenzione a ciò che ci circonda, a volte non ci facciamo nemmeno caso. Questo era il punto di Walter Benjamin quando osservava che l’umanità non smette mai di costruire ma sperimenta l’architettura sempre in uno stato di distrazione. La vediamo e non la vediamo – e probabilmente oggi vediamo ancora meno, intenti come siamo a fissare i nostri schermi invece di alzare lo sguardo sugli edifici. È un po’ il discorso che si fa con la musica di sottofondo. Ma la musica non ci accompagna sempre; le strutture costruite, invece, sono quasi sempre intorno a noi.
La promessa della democrazia è realizzare libertà ed eguaglianza; tuttavia, spesso sperimentiamo l’ambiente costruito in uno stato di non libertà e di diseguaglianza: la maggior parte di noi non avrà mai i mezzi per trasformarlo (se si eccettuano, quando ci va bene, la nostra casa o il nostro appartamento). Ci mancano le risorse e spesso anche l’autorità. Alcuni invece possono farlo, e nelle democrazie costoro devono operare entro i limiti di leggi animate da una finalità collettiva (come l’edilizia abitativa accessibile a tutti i cittadini).
Il fatto è che oggi, forse più che in qualsiasi altro periodo della storia della democrazia moderna, l’ambiente costruito è sfuggito a qualunque aspirazione di controllo collettivo. (Non occorre nemmeno scomodare la democrazia antica: è provato che la costruzione del Partenone e di altre parti dell’Acropoli era oggetto di continui dibattiti e decreti dei cittadini riuniti sulla Pnice.) Nel frattempo gli spazi per esprimere il desiderio di riprendere il controllo si stanno comprimendo, mentre il diritto di riunione viene svuotato in maniera più o meno sfacciata.
In una democrazia gli esiti politici sono incerti; l’unica certezza riguarda il modo in cui arriviamo ad autorizzare alcuni a prendere decisioni collettivamente vincolanti per tutti. Questo «modo» include diritti politici fondamentali – libertà di parola, di riunione, di associazione – che ci consentono di farci vedere e di far sentire la nostra voce2. Nelle autocrazie avviene il contrario: gli esiti sono noti in anticipo, e tutti sanno quale persona o quale partito vincerà; le procedure politiche, però, possono essere modificate – ovvero manipolate – in qualsiasi momento, e i diritti possono essere limitati
Le autocrazie cercano di rendere visibile l’ordine politico nel suo insieme attraverso spettacoli accuratamente coreografati intorno ai leader, mentre le procedure restano nell’ombra. Le democrazie non possono mai mostrare un tutto definitivo – nessun simbolo può catturare «il popolo» una volta per tutte – ma non cercano di nascondere la realtà disordinata delle proprie procedure e dei propri processi decisionali. La democrazia ci consente di diventare politicamente visibili gli uni agli altri, non ci costringe a farlo. Le autocrazie, al contrario, tendono a costringerci. Il fascismo certamente lo fa: il suo spettacolo della partecipazione è un atto performativo che segue un copione all’interno di una scenografia ben precisa.
Il giovane Hitler, contrariamente a quanto si crede, era affascinato dalla scenografia teatrale molto più di quanto non lo fosse dall’architettura. Sotto il fascismo il modo in cui le persone si guardano l’una l’altra è prevedibile, anche se lo spettacolo può prendere pieghe sorprendenti per suscitare stupore nel pubblico. Al contrario, il modo in cui le persone si guardano in una democrazia può produrre esiti inattesi.
La democrazia non è una sola pratica, non è una sola cosa e di conseguenza non si affida a un solo spazio. Né a un solo edificio. Progettando il Parlamento scozzese Enric Miralles disse di non volere né un palazzo né una cupola. Voleva un campus: un insieme di edifici con funzioni diverse. In modo simile, l’interno del palazzo del Parlamento di Louis Kahn a Dhaka dà l’impressione di un’immensa città di cemento, piena di grattacieli grigi di diversi volumi e altezze e con ambienti vari che si aprono inaspettatamente mentre si percorre l’ambulacro di Kahn.

Tratto da “La strada, il palazzo, la piazza” di Jan-Werner Muller, Egea, 204 pagine, 18,99 euro
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