“La microcriminalità la paghiamo tutti, ma manteniamoci civili”

Un furgone rubato come ariete, una vetrina in frantumi, qualche bicicletta caricata in fretta e la fuga nella notte. La spaccata al negozio «A Ruota Libera» di via Lombardia a Castronno, avvenuta all’alba di lunedì 18 maggio, si aggiunge a una serie di colpi analoghi che periodicamente colpiscono i rivenditori di bici del Varesotto come già era accaduto nel settembre del 2023 a Gazzada Schianno, sempre con la stessa tecnica del furgone-ariete. Notizie di cronaca che si leggono, si commentano e si dimenticano. Ma c’è chi non riesce a smettere di pensarci, e non per le ragioni che ci si aspetterebbe.
Valerio, il titolare del negozio colpito, a caldo ragiona ad alta voce, e lo fa con una lucidità che vale la pena ascoltare. La sua non è la rabbia di chi ha subito un torto e vuole vendetta. È qualcosa di più disturbante e più utile: un calcolo e una riflessione.
«Quanto costa, a noi, all’assicurazione, alle forze dell’ordine e ovviamente, in ultima istanza all’utente finale un fatto come questo?», chiede. «Quante persone devono lavorare per mettere almeno minimamente in sicurezza il negozio oggi, coprire i danni e rifare la porta, pulire eccetera. A fronte di un danno derivato dal puro furto che è importante ma a me pare relativo rispetto a quello che in effetti genera come costi e inefficienze.»
La domanda è semplice eppure raramente formulata in questi termini: quante ore di lavoro altrui valgono le bici rubate? I carabinieri della stazione di Carnago intervenuti sul posto, il perito dell’assicurazione, il vetraio, il fabbro, il tecnico del sistema d’allarme da ricalibrare, il commercialista che gestirà la pratica di sinistro, il legale se ci sarà un procedimento ciascuno di loro dedicherà tempo a riparare le conseguenze di un gesto che per i responsabili è durato pochi minuti.
«In sostanza», dice Valerio, «quante persone e quanto tempo dobbiamo lavorare perché un paio di pirla, o qualunque cosa siano questi ladri possano ricavare un po’ di valore dal furto di qualche bici?»
È una domanda che investe tanti aspetti. Il danno diretto, le bici sottratte, è quantificabile e, almeno in parte, recuperabile attraverso l’assicurazione. Il danno indotto è molto più vasto, distribuito su molti soggetti, difficilmente tracciabile nei bilanci e quasi mai citato quando si discute di sicurezza. Eppure è reale: si misura in giornate di lavoro sottratte ad attività produttive, in pratiche burocratiche, in stress, in energie mentali consumate a gestire l’emergenza invece di fare il proprio mestiere.
«Il danno provocato dal furto, a me e a chi si deve occupare dei danni indotti da qui ai prossimi mesi», riflette Valerio, «è assolutamente maggiore rispetto al danno in sé. Alla fine tutti pagheremo una tranche di un sistema che a me pare non funzioni più.»
«Tutti» è la parola chiave. I premi assicurativi aumentano per tutti i commercianti della categoria. Le forze dell’ordine distolgono risorse da altri compiti. Il senso di insicurezza si allarga oltre l’episodio singolo, erodendo la fiducia nel tessuto locale. È quello che gli economisti chiamano esternalità negative: costi che non ricadono su chi li genera, ma vengono distribuiti sull’intera collettività.
Da questa consapevolezza nasce la parte più interessante del ragionamento di Valerio, quella che riguarda il dibattito pubblico sulla sicurezza. «Non sarebbe utile uscire da un dibattito che verte solo su due estremi: in galera quasi tutti e che si buttino via le chiavi, o una serie di diritti talmente generici da rimanere solo simbolici?»
Il punto è preciso. La discussione sulla microcriminalità tende a polarizzarsi tra chi chiede tolleranza zero e chi oppone garanzie di sistema, senza che nessuno dei due campi si interroghi seriamente su quanto costa, in termini concreti di lavoro e tempo, non risolvere il problema. «Il dibattito sulla sicurezza», sostiene Valerio, «dovrebbe essere minimamente riportato ad un valore del tempo e del lavoro sprecato, prima ancora che ad un valore economico. Anche se, ovviamente, tempo e lavoro hanno e devono avere un valore economico.»
La proposta implicita è una terza via, pragmatica: «Non sarebbe il caso di concentrarsi in maniera il più possibile pragmatica su quanto sarebbe utile fermare e rendere inoffensivi questi delinquenti e su come farlo mantenendoci civili?»
Niente di rivoluzionario, in apparenza. Eppure è una prospettiva quasi assente dal discorso pubblico: smettere di misurare la gravità di un reato solo dalla refurtiva, e iniziare a misurare anche il peso che scarica sull’intero sistema sulle persone che dovranno lavorare, nei prossimi giorni e nei prossimi mesi, per rimettere insieme quello che qualcuno ha distrutto in pochi minuti all’alba di un lunedì di maggio.
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