La nuova corsa allo spazio decide i rapporti di forza tra Stati Uniti e Cina

Il dominio spaziale è sempre più riconosciuto come un ambito essenziale della competizione globale e un abilitatore delle attività economiche e industriali. Perché l’accelerazione sullo spazio, a livello tecnologico e politico, sta avvenendo adesso? E quali sono le sue principali conseguenze? Anzitutto, la nuova corsa allo spazio si colloca in uno scenario internazionale dominato sempre più dalle tensioni commerciali e tecnologiche tra Stati Uniti e Cina. Ed è stato proprio lo spazio, per la sua prospettiva di lungo termine, ad anticipare questo conflitto di qualche decennio. Ricordiamo in che termini.
Sinergie ed esclusioni. Quando è iniziato tutto
Il progetto della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) ha rappresentato, alla fine della Guerra Fredda, una prospettiva concreta di collaborazione tra Washington e Mosca, perseguita insieme al Giappone, al Canada, e all’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Tuttavia, proprio in quegli stessi anni la Cina viene esclusa dalla collaborazione con Washington in ambito spaziale. È un effetto delle politiche del Congresso degli Stati Uniti, a seguito delle tensioni sui trasferimenti militari degli anni ’90 e di casi di spionaggio industriale. All’inizio del nostro secolo, la collaborazione tra Washington e Pechino nello spazio è già ridotta ai minimi termini. In questo settore la Cina, ben prima di altri, deve perseguire la propria strada autonomamente.
L’inizio del secolo segna anche un’altra discontinuità essenziale nella storia recente dello spazio: la fondazione di SpaceX nel 2002. Poche aziende hanno cambiato in modo così radicale e profondo un settore come ha fatto SpaceX in meno di un quarto di secolo. Basti pensare che, senza l’azienda fondata da Elon Musk, gli Stati Uniti oggi sarebbero senz’altro in svantaggio nella competizione spaziale rispetto alla Cina. Visto che si tratta del fattore determinante, la storia di SpaceX deve essere considerata con attenzione. Dopo aver segnato una svolta nella storia spaziale del nostro secolo con il razzo riutilizzabile capace di abbattere i costi di lancio, SpaceX ha allargato il suo ambito d’azione nella connettività, rafforzando un modello di integrazione verticale e di conglomerato tecnologico. Fino alle ultime evoluzioni, che riguardano la manifattura elettronica (per esempio, nelle fabbriche di Bastrop, in Texas) e, naturalmente, l’intelligenza artificiale.
La presidente e direttrice operativa Gwynne Shotwell, figura decisiva della storia di SpaceX al fianco di Musk, ha esposto più volte il principio secondo cui l’azienda deve avere il coraggio di rendere obsoleti i propri prodotti di punta, prima che lo faccia qualcun altro. È questa logica che ha spinto SpaceX a sviluppare Starship, un sistema progettato per eclissare la famiglia Falcon, nonostante essa domini attualmente, con un vantaggio soverchiante, il mercato dei lanci: la visione di Starship è quella di un veicolo rapidamente riutilizzabile, capace di volare centinaia se non migliaia di volte l’anno, trasformando il trasporto spaziale in un mercato non troppo dissimile dall’aviazione civile.
La competizione spaziale, nella visione di Shotwell, è anche una questione di capitale umano e cultura aziendale: in un’organizzazione come SpaceX, cresciuta fino a superare i 15.000 dipendenti, una sfida esistenziale è evitare la burocratizzazione interna. Anche per questo, Shotwell affida a giovani ingegneri progetti apparentemente impossibili, con cicli di sviluppo brevi, per stimolare la loro impazienza e spingere la frontiera dell’innovazione. In parallelo, SpaceX deve affrontare una sfida burocratica più generale: il sistema delle autorizzazioni governative.
La stessa Shotwell, del resto, ha affermato che, a livello federale, l’azienda può costruire un razzo e prepararlo per il lancio più velocemente di quanto possa ottenere dalla burocrazia l’approvazione per il lancio. Per un’azienda come SpaceX, lo Stato è di certo un importante cliente – e gli apparati di difesa e sicurezza statunitensi dipendono ormai in modo netto dalle sue capacità – ma è anche un fattore limitante. E il progetto governativo di Musk, DOGE (Department of Government Efficiency), non è riuscito chiaramente a risolvere la questione.
In quanto impresa di riferimento dell’economia spaziale, SpaceX ha visto un’evoluzione dal lato sia hardware che software. L’intelligenza artificiale è entrata sempre più nella sua equazione competitiva: se fino a due anni fa era un tema marginale, dopo la sua integrazione nelle revisioni delle performance e nella scrittura del codice, si è giunti alla recente acquisizione di xAI. Il fatto che, allo stesso tempo, Musk abbia scelto di dirottare le priorità strategiche da Marte alla Luna segna un altro passaggio rilevante.
La mossa di integrare verticalmente una compagnia di intelligenza artificiale con il più grande operatore di lanci al mondo risponde a un’esigenza del super-ciclo di investimenti attuale, portato alle estreme conseguenze. Come afferma lo stesso Musk, “il fattore limitante è la Terra”, e ciò si applica allo sviluppo dell’intelligenza artificiale come problema energetico. Il limite non è il cielo, come nel celebre detto: il cielo rappresenta l’opportunità per andare oltre la Terra. E per ritornare sulla Terra con nuovi rapporti di forza.
Mentre SpaceX ha costruito il suo successo attraverso la contrapposizione con le aziende legacy dello spazio, il vecchio complesso militare-industriale che ha contribuito alla stagnazione spaziale statunitense, un ecosistema più vasto tenta di affermarsi. Blue Origin, grazie ai finanziamenti di Jeff Bezos, è la realtà più solida, ma non è l’unica. La disponibilità di capitali sancisce un vantaggio per le aziende statunitensi.
La strategia di autosufficienza della Cina
La Cina, come ricordato in precedenza, persegue da tempo una strategia di “autosufficienza tecnologica” (o, più correttamente, interdipendenza limitata ai minimi termini per ridurre la vulnerabilità). Come in altri settori, Pechino cerca di mettere a sistema il suo vantaggio nella capacità manifatturiera e nell’organizzazione della supply chain, per abbattere i costi e generare innovazioni incrementali nella componentistica.
Inoltre, la Cina porta avanti un investimento massiccio in infrastrutture satellitari di rete a uso duale. Come ricordato da MERICS (Mercator Institute for China Studies), anche per via del timore di un “contenimento orbitale” da parte degli Stati Uniti, Pechino ha pianificato mega-costellazioni di satelliti, con l’obiettivo combinato dei progetti annunciati dal governo di raggiungere decine di migliaia di satelliti a banda larga in orbita bassa entro il 2030. Tale rete integrata dovrebbe collegare terra, mare, aria e spazio per supportare comunicazioni commerciali e operazioni militari avanzate.
Nonostante queste ambizioni, il progresso attuale è rallentato da significativi colli di bottiglia tecnologici, in particolare la mancanza di razzi riutilizzabili efficienti, che rende i lanci costosi e poco frequenti rispetto a SpaceX. Attualmente, la Cina è lontana dagli obiettivi. Una delle incognite da monitorare è se, in un settore così influenzato dagli apparati militari, vedremo l’ascesa di imprenditori privati che ha caratterizzato, di recente, l’automotive e la robotica. Il Partito Comunista Cinese, in ogni caso, continua a puntare sull’integrazione tra pubblico e privato e ad articolare una “Via della Seta spaziale” per diffondere le capacità tecnologiche cinesi in vari Paesi in via di sviluppo.
L’arena dove Pechino e Washington porteranno la loro competizione nel breve-medio periodo è la Luna, sfidandosi sulle scadenze e sulla credibilità dei vari programmi. Il nostro satellite interessa come pivot militare e logistico, oltre che per lo sfruttamento delle risorse e per la preparazione di obiettivi più ambiziosi. Questa corsa spaziale non è e né sarà una strada a senso unico, ma porta con sé rischi sistemici notevoli, tra cui l’affollamento dell’orbita bassa e la vulnerabilità delle infrastrutture, che possono essere indebolite da guasti e, soprattutto, da attacchi mirati.
Gli altri attori della competizione
In questo duopolio tecnologico, occorre considerare anche il ruolo di altri attori. La Federazione Russa è una potenza spaziale tradizionale, per via dell’eredità dell’Unione Sovietica, ma non ha né avrà risorse economiche sufficienti per una competizione allo stesso livello di Washington e Pechino, nemmeno in questo ambito. La crescita dell’India si è già mostrata in termini simbolici e pratici, anche se il budget rimane inferiore alle ambizioni da grande potenza non allineata a nessuna sfera. Altri stanno investendo in modo crescente, dalle monarchie del Golfo alla Turchia.
In un panorama più affollato, il rischio per gli europei resta quello di perdere ulteriore terreno. I problemi sono di varia natura: ritardi nei programmi, duplicazioni burocratiche tra l’Agenzia Spaziale Europea e la Commissione, contraddizioni interne tra gli Stati membri, in particolare tra le tradizionali capacità francesi e la volontà della Germania di utilizzare l’aumento dei suoi investimenti in difesa per perseguire strade innovative, ma spesso non concordate. Gli ultimi anni sono stati segnati dalla mancanza di una politica industriale unitaria e dalla dipendenza da lanciatori di SpaceX per le missioni istituzionali, a fronte di dichiarazioni roboanti contro Elon Musk.
Allo stesso tempo, le capacità di ricerca di base e applicata in Europa nel campo dell’astrofisica, dell’ingegneria aerospaziale e dei nuovi materiali restano senz’altro rilevanti e, attraverso i processi di aggregazione in corso sul piano industriale, resta possibile un’inversione di tendenza con un maggiore afflusso di risorse finanziarie. Come mostra anche l’ecosistema italiano, un ambito di particolare interesse è quello della conversione e dell’adattamento della componentistica per l’automotive, oltre all’integrazione spaziale della robotica, nell’era dell’intelligenza artificiale fisica
Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.
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