Barletta, Favignana, e altre avventure estive di Soncini con Catiaconlaccì

18 Settembre 2026 - 06:30
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Barletta, Favignana, e altre avventure estive di Soncini con Catiaconlaccì

Sicilia

Questo è un articolo di contrizione, di cenere sul capo, di richiesta di perdono in ginocchio. Scusami, Barletta: pensavo fossi il punto più basso della mia estate, pensavo che in nessun luogo avrei trovato una peggiore accoglienza del turista o una minore etica commerciale. Poi sono andata a Favignana.

Questo non è un articolo su Favignana, sulla quale non c’è molto da dire se non che li vedo e li piango, quando l’anno prossimo arrivano gli americani che hanno visto “L’Odissea” e loro non sanno dove metterli, già in confusione per quattro turisti perlopiù locali a fine stagione.

Questo è un articolo su Catiaconlaccì, un personaggio che potrebbe stare in un film di Scorsese, o anche solo in un film di Tornatore. Questo è un articolo sui luoghi turistici italiani che hanno come modello comportamentale quei tassisti romani che quando caricano un forestiero gli fanno fare il giro largo e da Trastevere a Testaccio il tassametro arriva a ottanta euro: signo’, mica si poteva non passare da ponte Milvio.

È luglio quando decido di andare a Favignana a fine estate. Chiedo a un conoscente che ha una casa lì dritte sugli alberghi, e lui mi dice che il migliore dell’isola è uno. Lo cerco su Google, clicco, prenoto. Il giorno dopo mi dirà che si è sbagliato, il migliore è un altro, quello è il secondo, vabbè, ormai l’ho prenotato, son pochi giorni, il secondo migliore andrà benissimo.

Sull’homepage dell’albergo c’è scritto che se hai bisogno di andare a prendere l’aereo a Palermo – che io, guarda un po’, ho proprio bisogno di prendere per tornare a casa – ti ci portano loro per 65 euro. Li chiamo, mi chiedono il numero del volo e tutte cose, mi dicono che mi arriverà conferma da chi organizza lo spostamento. In analfabetese: transfer – tenetela a mente, è una parola che avrà un ruolo importante in questa commedia.

Il giorno dopo mi arriva una mail, l’albergo è in copia: un servizio di spostamenti, dal pomposo nome di Voyagers, mi dice che mi porteranno a Palermo per 110 euro. Rispondo va bene tutto, ma sul sito c’è scritto 65, non mi pare la stessa cifra. Nessuno mi risponde, e io ovviamente me ne dimentico.

Un mese dopo mi chiamano dall’albergo, mi dicono che la mail era finita in spam, e che forse dovevano spiegarsi meglio: sul sito c’è scritto 65, ma s’intende 65 a persona e si presume che siamo in due. Beh, no. A parte che è una truffa, 65 per due fa 130, mica 110. Le cancello il transfer? Beh, no: all’aeroporto ci devo comunque andare, e quindi vince la truffa. Nota a margine: sono passati due mesi, e sul sito dell’albergo c’è ancora scritto 65 – hanno deciso di non spiegarsi meglio, evidentemente.

La sera in cui arrivo, chiedo di venirmi a prendere al porto. Sempre sul sito c’è scritto 5 euro a persona, ma la signorina mi dice che è per un minimo di due persone, quindi dovrò pagarne 10 al signore col cartello Siciltransfer. Ma allora è un vizio. Uno di questi giorni arriverà a Favignana una tiktoker che filmerà delle invettive contro la tassa sulla singletudine.

Il tizio col cartello aspetta, oltre a me, altri sette passeggeri. Stipiamo il furgone con nove posti in tutto, e quando arriviamo al mio albergo mi chiede dieci euro. Non solo ho un compagno di viaggio invisibile, ma non gli hanno neanche tenuto un posto libero. Il furgone di Bisceglie era l’Orient-Express, in confronto.

Sorvoliamo sull’albergo, non dormivo in un posto così brutto da quando, diciottenni squattrinate e disorganizzate, con le mie compagne di classe girammo la Giamaica chiedendo «avete mica due doppie» in dei motel nei quali poi stavamo in due in una matrimoniale. L’albergo più brutto di Ochio Rios nel 1991 somigliava al secondo albergo più bello di Favignana nel 2026. Non ci distraiamo e veniamo a Catiaconlaccì.

Una cinquantina di ore prima della mia prevista partenza, ricevo un Whatsapp. «Buongiorno sono Catia di Voyagers. La contatto in merito alla sua partenza. Partirà con aliscafo delle ore 10 e 50». Il mio volo è alle 15 e 10. L’aliscafo da Favignana a Trapani ci mette mezz’ora, e ci vuole un’ora di macchina da Trapani a Palermo.

Lo so che c’è gente con turbe psichiche che va in aeroporto tre ore prima, ma io no, di sicuro non quando devo prendere un low cost e non c’è quindi uno straccio di sala d’attesa in cui potermi accomodare; e di recente neanche se ho un biglietto di prima classe, visto che le sale d’attesa sono ormai più affollate di Riccione a ferragosto. Infatti, in quella telefonata di due mesi prima, mi ero raccomandata con l’albergo: non è che questo servizio poi mi fa andare lì secoli prima? No no, mi avevano rassicurato quelli per cui il doppio di 65 è 110.

Rispondo a Catiaconlaccì: «Quattro ore prima?». Lei tira dritto come non le avessi detto niente, e mi dice che no, anzi, nella mia prenotazione c’è anche il taxi per il porto che quindi verrà alle 10 e 20 e «pagherà a lui il transfer». Rispondo già esausta: «Quindi cinque ore prima». A quel punto c’è questo splendido scambio tra Catiaconlaccì, donna di mondo, e me, povera provinciale che non si è mai mossa da casa.

«L’aliscafo seguente è alle 12 e 10 con arrivo in aeroporto previsto alle 14». «Che sarebbe la tempistica giusta». «Se vuole perdere il volo sì, è la tempistica giusta». «Certo, perché io sono poco abituata a prendere voli, e Catia di Favignana deve spiegarmi quanto prima debba essere in aeroporto». «Due ore prima». «Due ore prima servono se una è molto impedita o deve imbarcare il bagaglio, non so a quali delle condizioni sia abituata ma nessuna delle due caratterizza me». «Se non le sta bene acquisti un transfer privato al costo di 150 euro e partiamo quando vuole lei».

Sono ipnotizzata dalla sua evidente convinzione che tra 110 euro e 150 ci sia una differenza vertiginosa e mi stia quindi facendo scrutare l’abisso. Catiaconlaccì prosegue con altri messaggi nel tono che Elisabetta d’Inghilterra avrebbe potuto avere coi testimoni di Geova che le fossero andati a citofonare. Quando arriva a «poiché non ho molto tempo da perdere le chiedo di farmi sapere cosa ha deciso di fare», le rispondo: «Ma lei è sicura sicurissima di voler lasciare scritte cose del genere a nome di un servizio commerciale?».

Catiaconlaccì è proprio stufa della mia pretesa di non passare due ore in aeroporto dopo averle dato 110 miserabili euro. Risponde: «Cos’è, un’intimidazione? Della serie “Lei non sa chi sono io”?». Sono in spiaggia. Ho tutto il tempo del mondo. Le spiego che no, intimidazione sarebbe se volessi aprire una trattativa sul mio silenzio, ma questo articolo è praticamente già scritto, quindi non è la parola giusta.

A quel punto succede una cosa stupenda. Catiaconlaccì mi spiega che loro lo fanno per me, e lo fanno per me solo perché pago 110 euro, se ne pagassi 150 non sarebbero così premurosi: «Il cliente sceglie l’orario di partenza SOLO se acquista un transfer privato! Se acquista un transfer collettivo noi ci assicuriamo che arrivi in aeroporto 2 ore prima».

«La collettività e l’orario hanno un nesso che non è che se è collettivo allora devo esser lì due ore prima (che minchia c’entra), ma che evidentemente lei non ha altri clienti da portare più tardi e quindi vuole ammortizzare mandandomi in aeroporto in inutile anticipo». Chissà cos’ha capito Catiaconlaccì di questo messaggio: non lo saprò mai giacché, mentr’era ancora impegnata a chiedere a ChatGPT cosa volesse dire «ammortizzare», ci siamo spostate su un altro tema. Sul messaggio in cui le davo della furba perché voleva farmi pagare il taxi per il porto che doveva essere già compreso nell’esoso pacchetto. Mi arrivano, giuro, delle facce che ridono. «Dove lo vede scritto che glielo faccio pagare a parte?».

Le mando lo screenshot del messaggio in cui mi dice che avrei pagato il transfer al tassista. Altre facce che ridono. «Non ci posso credere, ma sa leggere? Il transfer, non il taxi. Capisce che c’è differenza tra taxi e transfer?». Catiaconlaccì, dopo avermi insegnato a viaggiare, mi insegna il lessico. È la mattina dei miracoli, fai attenzione.

«Il transfer, gentile signora, è uno spostamento, quindi può essere un taxi un aereo un traghetto ciò che di volta in volta i parlanti decidono con slittamento semantico del caso. Il transfert è invece quella dinamica psicanalitica per cui lei proietta su di me la sua difficoltà con le parole». «Infatti se legge bene le ho scritto che il TAXI sarebbe venuta a prenderla alle… e avrebbe pagato il TRANSFER a lui, cioè autista». «Che in italiano significa che pagherò il tragitto al tassista». «Il transfer a chi lo paga? I 110 euro? Risposta: al nostro autista!». «Sembra i milanesi che credono che screening sia solo quello passato dalla regione e non qualsivoglia prevenzione: avete già difficoltà con l’italiano, perché vi ostinate a usare l’inglese?».

A quel punto Catiaconlaccì mi annulla il transfer, qualunque cosa fosse. Poiché un vantaggio dell’eccesso di turismo è che tutti hanno contatti con autisti, trovo in un paio di minuti chi mi procacci un autista da Trapani a Palermo, faccio un biglietto per l’aliscafo di mezzogiorno e dieci, vado a fare il bagno.

Il giorno dopo chiamo l’albergo e dico che la mattina successiva prenderò l’aliscafo a mezzogiorno e dieci e perciò mi serve un taxi verso quell’ora. Il ragazzo che mi risponde mi dice che non sa se riusciranno a trovarmelo, perché hanno ricevuto una mail in cui Catiaconlaccì dice che non vuole più avere a che fare con me. Me lo dice con l’imbarazzo con cui ci si rivolge a qualcuna che si è messa contro le autorità locali. Il podestà. Il capo della polizia. Il preside. Catiaconlaccì.

Dico ah, è anche monopolista? Il ragazzo dell’albergo capisce «monopolista» quanto Catiaconlaccì capisce «tragitto», e mi dice che no, è che gestisce sia Voyagers sia Siciltransfer. Avrei dovuto capirlo dalla comune tendenza a raddoppiare le tariffe. Dico beh, se non volete che prenda la residenza da voi sarà bene mi troviate un modo di andare al porto domani. Me lo trovano.

Prendo l’aliscafo di mezzogiorno e dieci, e quando arrivo c’è l’autista che mi porta a Palermo. Arriviamo in aeroporto alle due in punto. Ho speso in tutto 146 euro, cioè quattro in meno che col transfer non collettivo di Catiaconlaccì.

Al nord piove a dirotto, quindi tutti gli aerei sono in ritardo. Quello delle 15 e 10 partirà alle 17. Se fossi stata in aeroporto un’ora in più sarei molto risentita con Catiaconlaccì, invece ora sono così ben disposta che domani le scrivo e le propongo di andare insieme a Barletta: è l’inizio di una bella amicizia.

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