La silenziosa rivoluzione femminile che ha reso il design democratico

Il tavolo da pranzo è «uno degli spazi in cui decidiamo, concretamente, come abitare il mondo». Le parole di Fabia Masciello, curatrice dell’esposizione “Nordic Table Design. Una silenziosa rivoluzione femminile (1900-1970)”, fino al 10 gennaio presso il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, sono precise e illuminanti. La spesa alimentare è un atto politico, dimostra chi siamo e quale posizione assumiamo, o siamo costretti ad assumere, nei confronti delle politiche agrarie, produttive, lavorative di aziende e governi. Gli ingredienti che mettiamo nei piatti sono scelti in base a gusto, certamente, ma tra un numero sempre maggiore di prodotti concorrenti e qualitativamente paritari possiamo preferire quello economico, oppure quello locale, quello biologico, quello di marca. Nelle nostre pagine affrontiamo da tempo e da diversi punti di vista questi aspetti.
L’attenzione in questo caso si sposta però dal contenuto al contenitore. Piatti, bicchieri, pentole, tazze: oggetti che sono talmente soliti nella nostra quotidianità da diventare quasi invisibili, scelti certamente perché esteticamente di nostro gradimento (o perché regalo di cui non sappiamo sbarazzarci? Qui si apre una questione psicologica, tutto un altro discorso), ma anche loro portano in sé un preciso messaggio politico.
La mostra “Nordic Table Design” è incentrata su questo tema e in particolare sul movimento che ha avuto come protagoniste donne designer originarie di Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia, artiste che hanno operato, anzi, lavorato tra il 1900 e il 1970. È una precisazione fondamentale: il contesto nordeuropeo è sempre stato all’avanguardia nel riconoscimento dei diritti femminili e nel trattamento paritario di genere anche nel lavoro e nei salari. Si tratta infatti di Paesi con storie e tradizioni diverse ma nei quali le caratteristiche dello sviluppo economico, sociale, culturale, anche religioso hanno favorito una maggior consapevolezza e fatto sì che i passaggi necessari per questa evoluzione venissero raggiunti prima che in altri, e a volte in maniera più completa.

Discorso simile può essere fatto parlando strettamente di design. Quello nordico nell’immaginario collettivo è uno stile lineare ed essenziale, ma la storia di ognuno di questi Paesi e le attitudini delle diverse popolazioni creano poi una differente declinazione: troviamo una maggiore ergonomicità e funzionalità negli oggetti di origine danese, un accento sul legame con la natura in quelli finlandesi o con la cultura rurale e l’artigianato popolare in quelli norvegesi, mentre in Svezia si afferma più pienamente il concetto di design democratico.
È in Svezia infatti che il movimento progressista e riformatore volto alla promozione e tutela sociale si manifesta con particolare successo, permettendo di conseguenza lo sviluppo del pensiero femminista, grazie ad esempio a pioniere come Sophie Leijonhufvud Adlersparre e Rosalie Roos Olivecrona, fondatrici nel 1859 della prima rivista femminile dei Paesi nordici, “Tidskrift för hemmet” (“Rivista per la casa”), dove i temi centrali erano lavoro, istruzione, leggi, situazione sociale. Altro che merletti. E svedese è una delle maggiori esponenti del movimento femminista nordico, la scrittrice e pedagogista Ellen Key: sostenitrice della bellezza come uno dei più importanti mezzi di educazione e formazione delle persone e dunque di progresso ed evoluzione della società, ne vede la diffusione nella vita quotidiana non come vezzo puramente estetico, bensì come ingrediente salutare per il benessere dell’individuo e dunque della comunità.
Ecco allora dove nasce il collegamento tra le forme che iniziano ad assumere gli oggetti di uso quotidiano e l’avanguardia sociale di questi Paesi. Un passaggio che la mostra faentina pone in risalto proprio al principio del percorso: «La bellezza non va confusa con il lusso, che spesso è un ostacolo alla vera bellezza», dichiara il primo pannello espositivo, e ancora «Le persone devono cominciare a comprendere che la bellezza nella vita non è solo una stravaganza: che lavori meglio, ti senti meglio, diventi più amichevole e più gioioso se nella tua casa sei circondato da bei colori e belle forme», frasi tratte dal pamphlet “Bellezza per tutti” (“Skönhet för alla”, 1899) di Ellen Key.

Non occorrono quindi materiali rari e pregiati, né decori troppo articolati o costosi, anche in termini di tempo necessario alla realizzazione, ma forme pure, pulite, razionali, funzionali all’uso e dunque armoniche, per oggetti più economici nella sostanza ma preziosi nella loro funzione di democratizzazione. Un concetto a noi familiare guarda caso grazie a un celebre, anzi il più celebre, marchio svedese di arredamento a costi contenuti, ma per il quale dobbiamo risalire a donne che con il proprio lavoro come designer, progettiste e decoratrici all’interno di fabbriche di ceramiche e utensili per la casa hanno concretizzato questo pensiero, senza azioni eclatanti ma con la propria arte e il proprio lavoro, portando avanti al tempo stesso le istanze di donne lavoratrici che come tutte le altre chiedono riforme sociali e politiche lavorative paritarie. Una rivoluzione silenziosa, ma efficace.

Si va dunque dalle prime paladine – Louise Adelborg, svedese, progressista nonostante le origini aristocratiche e progettista presso Rörstrand, le ceramiste danesi Effie Hegermann-Lindencrone e Fanny Garde, tra le prime e più abili donne decoratrici con la tecnica del sottosmalto presso la Bing & Grøndahl, la finlandese Aino Marsio Aalto, che con l’ideazione di bicchieri, piatti e quant’altro in vetro della linea “Bölgeblick”, tuttora in produzione, trovò il perfetto equilibrio tra elemento decorativo (un gradevole motivo ad onde, richiamo ai numerosi laghi del proprio Paese, realizzato semplicemente con anelli concentrici) e praticità (un design che migliora la presa dell’oggetto, la pulizia, ne aumenta la robustezza, mascherando anche le imperfezioni del vetro economico utilizzato per la serie) – alla prima dirigente di un dipartimento aziendale di design industriale – la norvegese Nora Gulbrandsen – o dall’ideatrice del celebre decoro “Emilia” sulla serie “Kilta” della ditta finlandese Arabia, presso la quale è anche nominata direttrice del dipartimento di decorazione industriale – Raija Uosikkinen – alle designer che più di tutte hanno saputo trovare l’equilibrio tra funzionalità e valore estetico, come le svedesi Hertha Bengtson, dalla spiccata sensibilità artistica, e Marianne Westman, ideatrice per la Rörstrand di serie iconiche come “Frisco” e “Mon Amie”.


Il passare degli anni, compresi quelli di guerre, e il sempre maggior coinvolgimento delle donne nei contesti lavorativi portano poi allo sviluppo di prodotti dove gli aspetti privilegiati diventano la praticità e funzionalità, ma senza il venir meno del requisito estetico. Nascono così utensili multiuso, impilabili, più facilmente lavabili o adatti a un nuovo elettrodomestico assai apprezzato, la lavastoviglie, oppure ideati per passare direttamente «dal forno alla tavola», saltando il passaggio del piatto di servizio. In questo dimostrano la propria abilità e creatività ad esempio la finlandese Ulla Procopé e la norvegese Turi Gramstad Oliver.
Lo sviluppo di nuovi materiali, l’affermarsi di nuove abitudini di consumo, la conseguente accelerazione verso la cultura pop chiamano poi nuove forme estetiche e un’esaltazione dei colori accesi e brillanti, come dimostrano la svedese Inger Persson e la norvegese Kaija Aarikka, mentre verso la fine degli anni Settanta una nuova consapevolezza ambientale e lo sviluppo di correnti salutiste che propongono nuovi stili di alimentazione riscoprono la bellezza in oggetti realizzati con materiali e colorazioni più naturali, oppure più adatti a metodi di cottura più efficienti dal punto di vista energetico: uno su tutti, la pentola “Ildpot” ideata dall’architetta danese Grethe Meyer.

Dunque, come questa esposizione dimostra, le tazze e i piatti diffusi in gran numero nelle case delle persone, per l’uso quotidiano, non nascono solo dalle mode e dal gusto artistico in voga in un determinato momento, ma riflettono con precisione il percorso storico di interi popoli e Paesi. E se le persone che hanno la possibilità di plasmare queste forme hanno la consapevolezza della situazione politica e sociale in cui stanno operando, e conoscono ciò di cui le persone hanno necessità, come le donne raccontate da “Nordic Table Design”, allora l’oggetto sarà anche portatore di un messaggio, e l’utile sarà impreziosito dal bello, e il bello potrà essere a disposizione di tutti.
Per tornare alle parole di Ellen Key, «Solo quando non ci sarà più niente di brutto da comprare, quando le cose belle costeranno quanto ora quelle brutte, allora la bellezza per tutti diventerà realtà».


Le fotografie sono gentilmente concesse da MIC Faenza
L'articolo La silenziosa rivoluzione femminile che ha reso il design democratico proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)