Il caso Rutte e la politica estera a base di like e sondaggi

25 Giugno 2026 - 08:08
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Il caso Rutte e la politica estera a base di like e sondaggi

Come siano andate davvero le cose a Sigonella non credo lo sapremo mai con certezza e forse non è nemmeno così importante. È possibile che gli americani si aspettassero che l’Italia chiudesse un occhio – magari perché abituati così, chissà da quanto – e non abbiano gradito la sorpresa. E può anche darsi che il vero problema non sia stato il caso delle mancate autorizzazioni, quanto la decisione di farlo trapelare alla stampa, per assumere la posa dei duri che non cedono agli americani. Sta di fatto che ieri le dichiarazioni del mellifluo segretario generale della Nato, Mark Rutte, secondo cui dall’Italia sarebbero partiti addirittura cinquecento aerei impegnati nelle operazioni militari in Iran, hanno messo in forte imbarazzo Giorgia Meloni, proprio nei giorni in cui tentava di mettere a frutto la polemica con Donald Trump, come prova della sua indipendenza. La secca smentita del ministro della Difesa, ovviamente concordata con Meloni, e la successiva rettifica di Rutte non cambiano i termini della questione politica.

La tempistica del caso Sigonella e della contemporanea sospensione dell’accordo di cooperazione con Israele (anche questa una mossa più che altro simbolica, ma comunque una mossa che le opposizioni chiedevano da anni, ricevendo sempre un netto rifiuto) mi porta a pensare che al governo sia sfuggita la frizione, che quella che doveva essere una furbata propagandistica senza troppe conseguenze – vedi la prontezza con cui i cantori della nostra presidente del Consiglio si erano affrettati a parlare del suo «momento Sigonella», rievocando Bettino Craxi e il suo celebre scontro con gli Stati Uniti di Ronald Reagan – si sia trasformata, per imperizia, in un atto di autolesionismo dalle conseguenze difficilmente controllabili per la stessa Meloni.

In poche parole, una manovra nata semplicemente dalla crisi di consensi (e di nervi) seguita all’inaspettata sconfitta referendaria – chiamiamolo il suo “momento Garbatella” – e dai sondaggi che ne attribuivano gran parte della responsabilità all’impopolarità dell’abbraccio con Trump , si sarebbe ritorta contro Meloni e contro l’Italia.

Insomma, tutto questo gran casino alla fine non sarebbe altro che la prevedibile conseguenza di una «politica estera degli espedienti», come la definisce oggi su Repubblica Annalisa Cuzzocrea, riferendosi in particolare al tentativo di usare lo scontro con Trump per costruire l’immagine della leader inflessibile, «con tanto di post social che riprendono volto fiero e passo marziale».

Per la nostra presidente del Consiglio, a onta di tanta retorica nazionalista, l’interesse personale viene assai prima dell’interesse nazionale. Il che la dice lunga sulle sue qualità di statista, considerato con quale disinvoltura si sia dimostrata pronta a mettere in gioco la politica estera italiana per affermare la sua immagine di leader che non deve implorare mai. Senza nemmeno riuscirci, oltretutto, perché alimentando questo scontro alla fine non fa che ricordare a tutti gli italiani come sia stata lei a infilarsi (e infilarci) in questo pasticcio, e l’unico motivo per cui non ne sono venute conseguenze peggiori è che grazie al cielo l’Italia è saldamente integrata nell’Unione europea.

Avessimo seguito la strada sovranista dell’Europa delle nazioni, ognuna con la sua politica estera e con la sua politica commerciale indipendenti e sovrane, e dunque delle trattative bilaterali con gli Stati Uniti, come farneticavano i sovranisti più puri nella maggioranza, adesso saremmo in guai seri.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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