L’Arabia saudita taglia l’export verso l’Ue, il petrolio balza a 130 dollari a barile

16 Settembre 2026 - 18:15
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L’Arabia saudita taglia l’export verso l’Ue, il petrolio balza a 130 dollari a barile

L’attacco coi droni all’oleodotto che attraversa l’Arabia Saudita da est a ovest apre un nuovo fronte nella crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente. Riad ha cancellato parte dei carichi di greggio destinati ai clienti europei, mentre il prezzo spot del Brent – quello relativo alle consegne tra due o tre settimane – è salito a 130 dollari al barile.

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Secondo le fonti raccolte da Reuters, ieri l’Arabia Saudita ha comunicato ai clienti europei che alcuni carichi previsti per settembre non saranno consegnati. Le operazioni petrolifere nel porto di Yanbu, sul Mar Rosso, sono state sospese e grandi acquirenti come la Polonia si sono messi alla ricerca di forniture alternative. La compagnia statale Saudi Aramco non ha commentato.

L’attacco ha costretto il Regno a chiudere già venerdì, in via precauzionale, l’oleodotto East-West. L’infrastruttura si estende per circa 1.200 chilometri attraverso la Penisola arabica e negli ultimi sei mesi ha rappresentato la principale via d’uscita per il petrolio saudita, mentre lo Stretto di Hormuz è rimasto in gran parte chiuso a causa della guerra.

L’oleodotto trasportava tra 4 e 5 milioni di barili al giorno, una quantità equivalente al 4-5% dell’offerta petrolifera mondiale. La sua disponibilità aveva finora protetto l’Arabia Saudita dalle conseguenze più pesanti della crisi che ha colpito gli altri esportatori di petrolio e gas del Golfo.

Riad ha attribuito l’attacco a milizie irachene, mentre sia l’Arabia Saudita sia Baghdad hanno riferito che i droni sono partiti dall’Iraq, dove operano gruppi sostenuti dall’Iran. In risposta all’accaduto, il Governo iracheno ha rimosso un comandante militare.

La chiusura della rotta verso il Mar Rosso potrebbe spingere l’Arabia Saudita a tentare di esportare più greggio attraverso lo Stretto di Hormuz ricorrendo alle cosiddette “dark shipments”, già utilizzate dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Iraq. Secondo fonti attive nel trading petrolifero e nei trasporti marittimi, queste spedizioni hanno permesso ai produttori del Golfo di esportare complessivamente tra 7 e 9 milioni di barili al giorno: appena il 30-40% dei volumi precedenti alla guerra.

A causa della guerra in corso in Medio Oriente e della strutturale dipendenza dell’Italia dall’import di combustibili fossili – che mediamente vale tra 50 e 100 miliardi di euro l’anno –, il prezzo dei carburanti continua a salire giorno dopo giorno, nonostante i tagli alle accise stanziati dal Governo Meloni (e pagati ovviamente dai contribuenti). Eppure la strategia non cambia: nei giorni scorsi è arrivato il 15esimo decreto in materia, per avviare il nuovo “sconto” di 17 centesimi al litro sul gasolio in vigore fino a domani 17 settembre, al modico costo di 86 milioni di euro. La novità è che adesso il Governo punta anche a nuove trivellazioni su suolo nazionale. 

 «Puntare su un maggiore utilizzo delle risorse interne di combustibili fossili non è certamente il modo più efficace per affrontare il problema – spiega a greenreport Andrea Barbabella, responsabile scientifico di Italy for climate, il centro studi della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – In primis le risorse sono decisamente scarse: qualche decina di miliardi di mc di gas e qualche decina di milioni di tonnellate di petrolio di riserve accertate dal Ministero, immaginando di chiudere le importazioni domani, basterebbero appena per coprire qualche mese di consumi. Inoltre, queste risorse non sono state sfruttate prima perché spesso molto più costose di quelle di importazione».

Che fare, dunque? «Per affrontare seriamente il problema della dipendenza energetica del nostro Paese la strada non è facilitare l'estrazione di gas e petrolio nostrani, ma in primis – argomenta Barbabella – facilitare la realizzazione di impianti alimentati da sole e vento, di cui abbiamo grande disponibilità e che consentono di dare una risposta immediata alle difficoltà economiche che stanno affrontando famiglie ed imprese italiane».

Chi potrebbe fare rapidamente qualcosa per sciogliere questo nodo? Proprio Giorgia Meloni. Sulla scrivania della presidenza del Consiglio dei ministri giacciono infatti, in attesa di via libera, progetti rinnovabili per 13 GW. Quasi il doppio rispetto ai 7,2 GW messi a terra in tutta Italia nel corso dell’intero ultimo anno.

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