L’estate bollente presenta il conto, meno frutta e verdura e più cara

Quando la certezza dell’insalata in busta pronto uso inizia a vacillare, anche i meno curiosi si fanno due domande. L’estate bollente 2026 presenta il conto, non solo la popolazione, anche le campagne hanno sofferto, parecchio. Settimane e settimane di sole feroce e scarsità di acqua hanno finito per incidere sulla produzione agroalimentare. Così nei supermercati la disponibilità di alcune produzioni ortofrutticole si è sensibilmente ridotta, e in parallelo i prezzi si sono impennati. Cinque euro al chilo per pomodori che sanno di poco, lattuga esaurita, peperoni e melanzane diventati improvvisamente rarità. Alcune catene di supermercati hanno affisso nei propri punti di vendita cartelli per segnalare ai consumatori la temporanea mancanza o indisponibilità di tutta una serie di prodotti di quarta e quinta gamma, ovvero ortaggi e frutta freschi che vengono mondati, tagliati, lavati, asciugati e confezionati in buste o vaschette, pronti per essere mangiati. I più richiesti, nell’epoca della vita frenetica che non lascia tempo nemmeno per prepararsi una cena come si deve. Le carenze dei prodotti della terra non sono soltanto un problema di casa nostra, l’intero vecchio continente sconta gli effetti di una stagione estiva contrassegnata da caldo estremo, siccità e poi piogge torrenziali e grandinate, con chicchi grossi come palline da golf.
Secondo il gruppo prodotti ortofrutticoli di IV e V gamma di Unione Italiana Food, la disponibilità di alcune materie prime è diminuita fino al 30-40%, mentre nei raccolti maggiormente danneggiati le perdite di resa, legate alla maggiore selezione e agli scarti di produzione, arrivano al 10-20%, con conseguenze sull’efficienza e sulla sostenibilità economica delle imprese. Il problema, infatti, non riguarda soltanto i quantitativi disponibili dal campo: una quota maggiore del prodotto deve essere scartata perché non può essere utilizzata per la produzione di quarta gamma. Da luglio le riduzioni hanno riguardato in particolare cicorie, indivie, lattughe e spinaci. Anche valeriana, lattughini, rucola e cavoli mostrano segnali di forte sofferenza e, per alcune produzioni, il quadro potrebbe ulteriormente peggiorare.
Le rilevazioni “sul campo” raccontano che l’ortofrutta pronta al consumo è utilizzata dall’85% delle famiglie e vale circa 1,2 miliardi di euro. E l’Italia è il primo Paese dell’Unione europea per perdite economiche assolute legate al clima, con una media di 13,4 miliardi di euro nel triennio 2022-2024, secondo i dati Teha.
Per l’agricoltura il danno non si limita alla perdita del raccolto: quando il caldo, la siccità o gli eventi estremi compromettono una produzione, diminuisce anche la quantità di prodotto che può arrivare sul mercato. Aumentano inoltre i costi per irrigare e diventa più difficile garantire continuità alle colture. È in questo contesto che Coldiretti ha rilanciato la richiesta di aumentare la capacità di raccolta dell’acqua piovana attraverso una rete di invasi di accumulo, insieme al potenziamento delle infrastrutture irrigue e alla riduzione delle perdite della rete. L’Italia, secondo Coldiretti, trattiene oggi appena l’11% dell’acqua piovana che cade sul territorio. Secondo la principale associazione degli agricoltori, tra caldo estremo, siccità, grandine e incendi, i danni subiti dall’agricoltura hanno già superato i 3 miliardi di euro. E a settembre l’associazione ha segnalato perdite dei raccolti che, nelle aree più colpite, possono arrivare fino all’80%. Sotto pressione non c’è soltanto l’ortofrutta. Mais, riso, seminativi e foraggi sono tra le produzioni maggiormente danneggiate. Una fotografia delle difficoltà è arrivata dalla mappa della sete, che evidenziava le principali sofferenze agricole provocate dal caldo e dalla carenza d’acqua. Per l’ortofrutta, in Piemonte erano già segnalate difficoltà per le produzioni ortofrutticole e il nocciolo, con perdite complessive stimate tra il 30 e il 40% e il rischio di un ulteriore peggioramento in assenza di piogge. In Lombardia il caldo colpiva anche il pomodoro, mentre in Emilia-Romagna le cipolle perdevano circa il 20% delle rese e nelle aree collinari erano in sofferenza albicocche e susine. Nel Centro-Sud le difficoltà riguardavano, tra le altre, le produzioni orticole della Toscana, dove Coldiretti stimava una perdita del 20% nelle aree meridionali e costiere. In Puglia, nel Foggiano, per il pomodoro si stimava un calo del 10% per ettaro, mentre nel Tarantino e nel Brindisino le angurie arrivavano a perdere fino al 60%. In Basilicata, infine, erano segnalate criticità per pomodori e melanzane nell’area di Policoro e danni stimati intorno al 20% nei frutteti della zona di Tursi.
La situazione cambia naturalmente a seconda della zona, del prodotto e della catena di distribuzione: non significa quindi che frutta e verdura siano destinate a scomparire dai supermercati. Il problema riguarda soprattutto quantità, continuità delle forniture e varietà disponibili. Dai negozi arrivano segnali eloquenti: se ordiniamo cento colli, ne arrivano cinquanta. Stesso film nei mercati rionali: da una parte le temperature elevate degli ultimi mesi hanno ridotto la produzione di pomodori, zucchine, melanzane, peperoni e insalata, dall’altra si registra un’impennata di rincari dovuti alle guerre che impestano il pianeta e provocano invariabilmente ripercussioni sui costi di produzione e di trasporto. Il risultato è ben visibile sugli scaffali. Con rincari che finiscono per scoraggiare anche i tanti e le tante che vorrebbero seguire i sani principi della piramide alimentare, ma che si vedono costretti a rinunciare ai sempre più costosi prodotti della terra.
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