L’autocelebrazione meloniana spiazza la sua stessa propaganda

04 Settembre 2026 - 08:15
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L’autocelebrazione meloniana spiazza la sua stessa propaganda

Da tempo Giorgia Meloni dà l’impressione di avere perso il tocco e direi anche il contatto con la realtà – da un momento preciso: la sconfitta nel referendum sulla giustizia – come è evidente anche dallo spettacolo grottesco offerto sulla legge elettorale, con cui la maggioranza si dimostra tanto spregiudicata quanto disperata, per non dire semplicemente nel panico. Sbaglierò, ma la mia impressione è che tutta la fanfara per celebrare il record del governo più longevo di sempre sia un clamoroso esempio di questa deriva.

Intendiamoci, non dico che Meloni non dovesse rivendicare il record (sebbene, a essere onesti, il merito andrebbe quanto meno diviso con Enrico Letta), ma è il tipico argomento da utilizzare in un’intervista con i grandi giornali internazionali, peraltro con lei spesso benevoli, certo non con una kermesse a Bari, non con gli opuscoli sui risultati del governo e con le campagne social. Meloni avrebbe dovuto usare un po’ di quella doppiezza che in questi anni ha affinato così bene, come testimonia da un lato proprio la benevolenza della stampa internazionale, che ne ha apprezzato la politica estera, dall’altro la totale assenza della politica estera, di Vladimir Putin e dell’Ucraina dal succitato opuscoletto sui grandi traguardi dell’esecutivo.

La ragione più ovvia sta nella contraddizione stridente tra la celebrazione del record di stabilità, anche rispetto agli altri paesi europei, nel momento in cui si pretende di riscrivere la legge elettorale agitando lo spauracchio dell’instabilità di governo. Ma io credo ci sia anche una ragione più profonda per cui una simile autocelebrazione finirà per danneggiare Meloni. Ed è l’incompatibilità con la sua propaganda, ma in particolare con tutta quella narrazione, una vera e propria reinvenzione del passato, con cui è riuscita a presentarsi come l’underdog appena uscita da decenni di esilio ed emarginazione politica, lei che a ventinove anni era già vicepresidente della Camera, a trentuno ministro nel quarto governo di Silvio Berlusconi, e sta in parlamento dal 2006.

Dopo avere vantato il governo più stabile dell’intera storia repubblicana, dopo essere entrata con un suo commissario nella Commissione europea, coltivando un rapporto molto stretto con Ursula von der Leyen (per non parlare di quello con Donald Trump, al di là dei più recenti bisticci), dopo avere magnificato i risultati del suo governo come altrettanti record, le sarà difficile dare la colpa ad altri per tutto quello che in Italia non va. Ma soprattutto le sarà difficilissimo giocare ancora la carta Calimero, la favola della destra chiusa nelle fogne, perseguitata dall’establishment italiano ed europeo. Ovviamente era una balla anche prima, perché Meloni, La Russa e tutti i principali dirigenti di Fratelli d’Italia gli ultimi trent’anni non li hanno passati nel ghetto, ma al governo con Berlusconi.

Tuttavia era una balla che in qualche misura, complice anche una certa pigrizia della stampa, aveva finito per apparire a molti verosimile, consentendo a Meloni di potersi presentare come la grande novità da mettere finalmente alla prova, senza alcuna responsabilità per i guasti del passato. Da domani questo gioco non sarà più possibile.

Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo argomento

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