Le bonifiche convengono: il valore aggiunto per addetto è il doppio che nelle costruzioni

05 Agosto 2026 - 17:35
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Le bonifiche convengono: il valore aggiunto per addetto è il doppio che nelle costruzioni

Oggi le bonifiche ambientali non rappresentano più soltanto un intervento correttivo contro l’inquinamento prodotto dall’attività antropica, ma costituiscono un vero e proprio motore per la rigenerazione urbana e la riconversione industriale. Il territorio italiano, caratterizzato da un elevato numero di siti contaminati o in attesa di accertamento, esprime un fabbisogno enorme, con il potenziale economico del comparto che supera di gran lunga le attività condotte finora, dimostrando la difficoltà di trasformare le necessità di intervento in investimenti concreti. Per sbloccare questa situazione occorre creare le condizioni affinché amministrazioni, operatori e investitori possano programmare e realizzare gli interventi entro un quadro stabile. Il settore, del resto, può contare su una filiera industriale solida, redditizia e specializzata, evolutasi con tecnologie avanzate di monitoraggio e trattamenti in situ orientati ad una maggiore sostenibilità ambientale. Sebbene gli operatori fatichino ancora a fare rete, il comparto possiede già le competenze imprenditoriali per sostenere il consolidamento del settore dopo la parentesi straordinaria del PNRR.

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I “colli di bottiglia” nello sviluppo del mercato

Il settore delle bonifiche ambientali in Italia vive una contraddizione profonda: a fronte di un bisogno sempre più urgente di risanamento del territorio, la reale capacità di trasformare questa richiesta in cantieri e interventi concreti rimane fortemente frenata. All’origine di questo blocco vi sono molteplici fattori strutturali che attraversano l’intera filiera.

Il primo elemento critico riguarda la burocrazia autorizzativa. Le procedure si svolgono in complesse Conferenze di servizio che, pur nascendo con l’intento di tutelare la salute pubblica e l’ambiente, finiscono per generare frammentazione, sovrapposizioni e pareri discordanti. La rigidità del sistema emerge soprattutto quando si verificano imprevisti in corso d’opera: anche una minima modifica tecnica necessita di nuovi passaggi autorizzativi, bloccando i lavori e scoraggiando gli investitori, per i quali l’incertezza dei tempi rappresenta un costo insostenibile. A ciò si aggiunge il fatto che la gestione dei procedimenti è spesso affidata ai Comuni, enti che talvolta non dispongono delle risorse amministrative e tecniche idonee a gestire pratiche così articolate.

Questo deficit di competenze pubbliche incide direttamente anche sull’adozione di soluzioni tecnologiche all’avanguardia. Sebbene la ricerca offra strumenti sempre più efficaci, la Pubblica Amministrazione tende a privilegiare metodologie consolidate per timore di contenziosi o per mancanza di criteri chiari con cui valutare le novità. L’innovazione viene così penalizzata anche dalle modalità di appalto, generalmente basate su progetti che non lasciano spazio a proposte migliorative. Ne consegue indirettamente che le imprese sono poco incentivate a investire in ricerca, sviluppo e brevetti proprietari, alimentando un circolo vizioso che frena la crescita industriale e aumenta la dipendenza dalle tecnologie estere.

Un’altra grande criticità è rappresentata dalla gestione dei materiali di scarto. Le bonifiche producono inevitabilmente ingenti volumi di rifiuti, ma la carenza di impianti sul territorio e la mancanza di una visione integrata costringono spesso a ricorrere allo smaltimento transfrontaliero. Per capovolgere questa tendenza occorrerebbe incentivare gli interventi direttamente sul posto, semplificare le procedure per il recupero di materia e investire nell’impiantistica nazionale, evitando che le opzioni meno sostenibili prevalgano solo perché burocraticamente più veloci.

A complicare il quadro si inserisce una marcata frammentazione informativa. Le banche dati nazionali si limitano a tracciare i procedimenti già avviati, ignorando l’universo dei siti potenzialmente contaminati ancora non indagati. Inoltre, l’assenza di un database unico sui costi di intervento, sui tempi e sui parametri fisici ed economici impedisce sia la programmazione industriale del comparto sia il monitoraggio delle prestazioni amministrative.

Anche il sostegno finanziario soffre di un’eccessiva discontinuità. L’impulso fornito dalle risorse straordinarie del PNRR ha mostrato i limiti di un modello temporaneo. I progetti di bonifica richiedono infatti ingenti capitali iniziali a fronte di rientri economici a lungo termine.

Ciò che manca, in definitiva, è una regia unitaria. Il sistema italiano continua a trattare le bonifiche come una mera sequenza di adempimenti formali, anziché come un’opportunità strategica di rigenerazione urbana e sviluppo industriale. La frammentazione degli operatori e la mancanza di una voce collettiva forte rendono difficile il dialogo con le istituzioni. Per uscire da questo stallo è necessario passare da una logica incentrata sul singolo procedimento per andare verso una visione d’insieme, orientata al territorio e ai risultati finali.

Le proposte di policy

Per rilanciare il mercato delle bonifiche occorre un’agenda organica che affronti autorizzazioni, innovazione, dati, impiantistica, finanza e politiche territoriali all’interno di un’unica strategia integrata. La prima priorità riguarda la costruzione di un sistema autorizzativo orientato ai risultati, improntato alla prevedibilità dei tempi e alla flessibilità delle decisioni in base alle condizioni iniziali. A tal fine risulta centrale individuare un’amministrazione responsabile del coordinamento di ogni procedimento che garantisca il rispetto del cronoprogramma stabilito, prevedendo al contempo iter semplificati per l’approvazione delle varianti non sostanziali emerse in corso d’opera, sostenuti dalla digitalizzazione. Parallelamente, è fondamentale rafforzare il coordinamento tecnico e istituzionale tra Ministero, ISPRA, SNPA, regioni ed enti locali competenti, promuovendo linee guida operative costantemente aggiornate, modelli documentali condivisi e un confronto permanente con le imprese del settore, le associazioni di categoria e la comunità scientifica. Per ridurre le difformità valutative sul territorio, questo assetto andrebbe affiancato da un repertorio nazionale delle decisioni tecniche e delle applicazioni tecnologiche già validate.

Sul fronte tecnologico, si avverte la necessità di un sistema nazionale per la sperimentazione e l’innovazione, basato su protocolli ufficiali condivisi per le prove pilota, il monitoraggio delle prestazioni e il successivo passaggio delle soluzioni alla scala industriale. In quest’ottica diventano decisivi i partenariati stabili tra aziende, università, centri di ricerca e Pubblica Amministrazione attraverso siti dimostrativi dedicati. Per quanto riguarda la gestione dei materiali e la capacità impiantistica, fermo restando il principio della prevenzione della produzione di rifiuti, serve una conoscenza strutturata dei flussi per indirizzare gli investimenti verso i reali deficit del territorio, garantendo la certezza normativa necessaria a trasformare il recupero di materia all’interno dei procedimenti in una scelta praticabile e priva di rischi per gli operatori.

Questa visione strategica deve basarsi su un’infrastruttura nazionale della conoscenza: una piattaforma digitale interoperabile con i registri regionali e alimentata in modo continuo dalle amministrazioni, utile sia per finalità conoscitive sia per la programmazione industriale e la valutazione delle politiche. Parallelamente, il progressivo superamento dei fondi straordinari rende indispensabile la definizione di una politica finanziaria permanente e differenziata, capace di calibrare l’intervento pubblico in base alle reali possibilità di recuperare i costi attraverso la successiva valorizzazione delle aree sanate.

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Un simile sforzo non può prescindere da un investimento strutturale sulla capacità della Pubblica Amministrazione, da attuare mediante la formazione continua del personale, l’attrazione di figure specializzate come ingegneri, geologi o chimici, e l’istituzione di nuclei tecnici – regionali o sovracomunali – a supporto delle Amministrazioni con minori competenze interne.

Le bonifiche vanno infine integrate pienamente nelle politiche industriali e di sviluppo del territorio, superando la tradizionale separazione tra procedimento ambientale, pianificazione urbanistica e progetto di riutilizzo, destinando le aree recuperate preferibilmente a funzioni legate alla transizione energetica e all’economia circolare. Per sostenere questa trasformazione occorre rafforzare la filiera e la sua rappresentanza, incentivando reti di collaborazione tra imprese e promuovendo una voce unitaria del comparto verso le istituzioni. Da ultimo, il sistema deve sapersi valutare attraverso la misurazione sistematica dei risultati e del valore generato, affiancando agli indicatori di tempo e dei costi la rilevazione degli impatti ambientali, economici e territoriali, da diffondere mediante rapporti pubblici per garantire la massima trasparenza.

In conclusione, il mercato italiano delle bonifiche non soffre per mancanza di competenze o domanda, ma per la continua incertezza. Per sbloccarlo occorre rendere i processi prevedibili e omogenei, chiarire le norme sui materiali di recupero e creare una banca dati unica per programmare le risorse. Servono poi una finanza stabile e una visione che unisca il risanamento ambientale alla pianificazione urbanistica, trasformando singoli adempimenti in una vera politica di rigenerazione.

a cura di Silvia Angelini, Francesca Bellaera, Donato Berardi, Mario Sunseri e Cosimo Zecchi

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