Le colate di fango che uccisero 160 persone in Campania, 28 anni fa

Il 5 maggio 1998 una vasta area della Campania, compresa tra le province di Salerno, Avellino e Caserta, venne travolta da numerose colate rapide di fango. A 28 anni di distanza, quell’evento resta uno dei disastri geo-idrologici più devastanti avvenuti in Italia nel XX secolo per numero di vite umane perdute: 160 vittime complessive, di cui 137 nella sola Sarno.
Nella memoria collettiva è ricordato soprattutto come il disastro di Sarno, e in particolare della frazione Episcopio, dove si concentrò la stragrande maggioranza dei morti. Ma le colate investirono anche Siano e Bracigliano, in provincia di Salerno, Quindici, in provincia di Avellino, e San Felice a Cancello, in provincia di Caserta, lasciando dietro di sé case distrutte, famiglie spezzate e una ferita ancora aperta nella storia nazionale della prevenzione del rischio.
All’origine del disastro – come documenta l’iniziativa Polaris (Popolazione a Rischio da Frana e da Inondazione in Italia) del Cnr – ci furono piogge persistenti che da giorni interessavano l’Appennino campano, in particolare l’area del Pizzo d’Alvano. Non furono precipitazioni particolarmente intense, ma prolungate nel tempo: il pluviometro di Lauro, tra i più rappresentativi per la vicinanza all’area colpita, registrò 173 millimetri di pioggia nelle 48 ore tra il 4 e il 5 maggio, immediatamente prima e durante l’evento franoso. Nei sei giorni precedenti, dal 28 aprile al 3 maggio, la cumulata era già arrivata a 61,4 millimetri.
L’analisi oraria mostra che nelle prime ore del 4 maggio si ebbero piogge deboli, seguite da una pausa di 11 ore, prima che le precipitazioni riprendessero senza interruzione fino alle prime ore del 6 maggio. Fu dunque la persistenza, protratta per nove giorni consecutivi, a creare le condizioni per l’innesco delle frane.
In poche ore, dalle 14 del 5 maggio alle prime ore del giorno successivo, oltre 2 milioni di metri cubi di materiale si riversarono sui centri abitati. Le colate rapide di fango scesero lungo i versanti e attraversarono strade e abitazioni, travolgendo ciò che incontravano. Le case distrutte furono 178, mentre più di 450 vennero danneggiate.
Il bilancio umano fu drammatico: 137 vittime a Sarno, 11 a Quindici, 6 a Bracigliano, 5 a Siano e 1 a San Felice a Cancello. A Sarno, 136 persone morirono nella frazione Episcopio e una nella zona di via Sant’Eramo. Molte vittime rimasero intrappolate nelle proprie abitazioni, schiacciate o soffocate dal fango e dai detriti; altre tentarono di fuggire lungo le strade, ma furono raggiunte e travolte dalle colate.
Sul disastro di Sarno molto è stato scritto anche in relazione alla gestione dell’emergenza, segnata da errori e sottovalutazioni che contribuirono ad aggravare il numero delle vittime. L’allarme, le decisioni non prese e le evacuazioni mancate sono rimasti al centro della ricostruzione giudiziaria e civile di quei giorni. Secondo quanto ricordato dal sostituto procuratore di Nocera Inferiore Amedeo Sessa, titolare dell’inchiesta, ordinare l’evacuazione della popolazione di Episcopio anche solo alle 23.40, quindi molte ore dopo l’inizio dei fenomeni e quando diverse persone erano già morte o disperse, avrebbe potuto salvare le vittime provocate dalle ultime colate di mezzanotte, circa una novantina.
Per non aver ordinato né eseguito quelle evacuazioni, nel 2013 l’ex sindaco di Sarno Gerardo Basile è stato condannato in via definitiva a cinque anni. Un esito giudiziario che ha fissato anche sul piano penale il peso delle responsabilità nella gestione di un evento naturale diventato catastrofe.
L’anniversario delle colate di fango del 1998 richiama così non solo la memoria delle 160 vittime, ma anche la necessità di mantenere alta l’attenzione sulla prevenzione del rischio geo-idrologico.
Per limitare i danni, l’adattamento climatico è essenziale e deve andare di pari passo al rapido abbandono dei combustibili fossili, in modo da tagliare le emissioni di gas serra che alimentano la crisi climatica in corso. Peccato che l’Italia sia indietro su entrambi i fronti. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle, col Comitato di indirizzo dell’Osservatorio per l’adattamento alla crisi climatica insediatosi solo nel marzo 2026; per fare davvero i conti con l’acqua – in base alle stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) – servirebbero 10 mld di euro aggiuntivi l’anno, a fronte dei 7 che il sistema-Paese finora riesce a stanziare. Volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione "Italiasicura", che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni).
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