Le criticità storiche del sistema fiscale italiano

Maggio 05, 2026 - 05:06
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Le criticità storiche del sistema fiscale italiano

Il biennio di inflazione del 2022-2023 ha messo in evidenza le debolezze storiche del nostro sistema fiscale perché ha ulteriormente esasperato il peso sul lavoro dipendente. Come dice sempre Alberto Brambilla di Itinerari Previdenziali, che ha avuto il merito di far entrare il tema nel dibattito pubblico, il 64% del carico IRPEF sta sulle spalle del 17% dei contribuenti che guadagnano più di 35.000 euro l’anno. Noi aggiungiamo che il recente episodio di alta inflazione ha ulteriormente esasperato la situazione perché quegli stessi contribuenti, oltre ad aver perso potere d’acquisto, versano oggi ancora più tasse di prima. Il sistema fiscale italiano ha un mix di gettito ormai insostenibile, che punisce il lavoro dipendente sopra la soglia dei 35.000 euro e quindi rende ancor più grave la mancanza di carriere soddisfacenti e salari alti, finendo per indurre i giovani all’emigrazione. La vera differenza della nostra distribuzione salariale con quella degli altri principali Paesi europei è che da noi solo il 9% dei lavoratori dipendenti guadagna più di 40.000 euro lordi annui.

Nel corso degli anni abbiamo cancellato l’IMU sulla prima casa e quasi del tutto cancellato le imposte di successione. Abbiamo favorito il lavoro autonomo senza dipendenti con il regime forfettario. Alla fine tutto il carico fiscale ricade sui dipendenti. E non basta prendersela con i super ricchi e le multinazionali, sebbene certamente queste due categorie non paghino imposte a sufficienza. I super ricchi e le multinazionali sono, tra l’altro, un problema per tutti i Paesi perché sono mobili e da sempre si spostano verso i regimi fiscali migliori, tant’è vero che tutte le proposte di tassazione più serie riconoscono che la questione deve essere posta a livello internazionale per essere risolta.

A nostro modo di vedere è più importante discutere il tema – tutto italiano – di un mix fiscale ormai completamente sbilanciato. Il peso relativo delle imposte sul reddito e di quelle sulle proprietà va riequilibrato senza aumentare il gettito complessivo, anzi possibilmente riducendolo, ma riportandolo più vicino al rapporto esistente in altri Paesi europei. L’Italia è un Paese pieno di ricchezze mobiliari e immobiliari e povero di redditi, e noi tassiamo sostanzialmente solo i redditi. Una simile politica fiscale aveva senso in un Paese con una popolazione in espansione, nel quale quando la ricchezza andava in eredità si spalmava su un numero maggiore di individui; non ha invece nessun senso in un Paese la cui popolazione è in diminuzione e la ricchezza si concentra su pochi eredi. Mentre il lavoro viene punito ed emigra.

Il mix fiscale va riequilibrato a iniziare dalla flat tax che, applicata al lavoro autonomo fino a 85.000 euro di fatturato al netto dei contributi, impedisce la crescita delle partite IVA perché ne favorisce oltre modo e senza limiti di tempo la volontà di rimanere sotto la corrispondente soglia di reddito e senza dipendenti. Dal 2023, un soggetto in queste condizioni paga un’imposta del 15% sul proprio reddito al netto dei contributi (5% se nei primi cinque anni di attività). Prendiamo, per esempio, un professionista con un fatturato di 80.000 euro all’anno: applicando l’attuale coefficiente di redditività (78%) previsto dalla legge, il suo reddito corrisponde a 62.400 euro e viene tassato appunto con un’aliquota del 15%. Un lavoratore dipendente con lo stesso reddito al netto dei contributi è invece tassato applicando al suo reddito le aliquote dei vari scaglioni di reddito IRPEF. Fatti i dovuti calcoli, il lavoratore autonomo con la flat tax al 15% pagherà un’imposta di 9.360 euro, mentre il lavoratore dipendente, considerando anche deduzioni e detrazioni medie per questa fascia di reddito, pagherà circa 16.300 euro. Ovvero il 26% del suo reddito contro il 15% del lavoratore autonomo.

L’osservazione che viene spesso fatta di fronte a questi numeri è che i lavoratori autonomi pagano tutti i contributi previdenziali, mentre i lavoratori dipendenti normalmente pagano contributi pari al 10% della loro retribuzione annua lorda (RAL) e la quota rimanente resta a carico del datore di lavoro (circa il 23% della RAL). Questo è vero ma, in un mercato dove ci sia un ragionevole livello di concorrenza, un’impresa è disposta a pagare al lavoratore autonomo una retribuzione lorda più elevata di quella del lavoratore dipendente, visto che nel primo caso non deve versare i contributi (che sono tutti a carico del lavoratore), mentre nel secondo caso deve pagarne il 70% (il restante 30% è pagato dal lavoratore). Alla fine, decurtati i contributi versati, la retribuzione netta del lavoro è pressoché identica nei due casi.

Bisognerebbe ritornare ad applicare la tassazione piatta a una quota minore di lavoratori autonomi, abbassando il tetto degli 85.000 euro oppure mantenendo il beneficio fino alla soglia attuale ma solo per un periodo di tempo limitato (secondo una logica da startup).

L’unica altra soluzione a questo conflitto tra lavoro autonomo e lavoro dipendente, più volte millantata dalla parte politica che sostiene la flat tax, consiste nella sua estensione a tutti i redditi da lavoro. Ma veramente è credibile che l’Italia possa sostenere un’imposta sul reddito delle persone fisiche con un’aliquota al 15% per tutti i contribuenti, comprensiva di detrazioni o deduzioni? Se sì, bisognerebbe però anche dire dove si intende reperire le risorse per colmare il gap delle entrate. Secondo i nostri calcoli occorrerebbero più di 50 miliardi.

L’attuale governo ha talmente favorito il regime fiscale della flat tax (dando il permesso ai forfettari di cumulare anche un reddito da lavoro dipendente fino a 35.000 euro lordi annui senza perdere il beneficio) che oggi tutti i lavoratori autonomi vorrebbero rientrare in esso. Sebbene i possessori di partita IVA siano tendenzialmente in diminuzione in Italia, la quota di coloro che beneficiano della tassazione piatta è in grande aumento. Con inevitabili conseguenze sia per l’evasione fiscale, poiché si è incentivati a non dichiarare in nessun modo un reddito corrispondente a un fatturato superiore a 85.000 euro l’anno, sia per la mancata crescita delle dimensioni d’impresa, perché il regime adottato è sostanzialmente incompatibile con l’assunzione di dipendenti.

Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell'Italia dell'inflazione - Marco Leonardi,Leonzio Rizzo - copertina

Tratto da “Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione” (Egea), di Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, 16,50 euro, 152 pagine.

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