La Russia si insedia in Sahel conquistando le piste un tempo di Francia e Stati Uniti

In poco più di due anni, tre Paesi del Sahel – Mali, Burkina Faso e Niger – hanno espulso la Francia, fatto chiudere la missione delle Nazioni Unite, allontanato gli Stati Uniti e fondato un’alleanza militare regionale, l’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), formalmente uscita dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) nel gennaio 2024. Lo spazio fisico lasciato vuoto – basi, piste, hangar e depositi – non è restato vuoto a lungo. A occuparlo, in tempi rapidissimi, è stata l’Africa Corps russa, l’erede istituzionale di Wagner sotto la direzione dell’intelligence militare (Gru) dopo la morte di Yevgeny Prigozhin nell’agosto 2023.
L’avanzata si vede dall’alto. I satelliti commerciali ad alta risoluzione, in particolare la flotta SkySat e Pelican di Planet, fotografano periodicamente le installazioni militari della regione, e il confronto tra immagini scattate a distanza di mesi rende leggibile, pista per pista, la sostituzione in corso.


A cinque chilometri a nord-ovest del centro di Gao, Camp Castor è il caso-scuola dell’open-source intelligence (Osint) sul Sahel: documentato per anni dai ricercatori olandesi del PAX e dal collettivo Bellingcat, è oggi una delle principali piattaforme operative russe nel Paese, da cui partono missioni nelle regioni di Ménaka e Kidal contro i gruppi del Csp-Dpa tuareg e delJamaat Nusrat al Islam wa al Muslimin (Jnim).
Più a sud, a Niamey, capitale del Niger, la giunta del generale Abdourahamane Tchiani ha mandato via i militari francesi nell’autunno 2023 e quelli americani fra l’aprile e il luglio del 2024. La Air Base 101, accanto all’aeroporto civile, è da anni il principale hub aereo militare del Paese.


Il caso più impressionante, però, è 500 chilometri a nord-est, nel deserto del Ténéré, dove gli Stati Uniti avevano costruito ex novo la più grande base aerea americana mai realizzata in Africa Subsahariana del XXI secolo: la Air Base 201 di Agadez, dedicata alla sorveglianza con droni Reaper di tutto il Sahel centrale. Costo stimato: oltre 110 milioni di dollari. Operatività: meno di otto anni. Evacuata fra l’aprile e il luglio del 2024.


Sul cosa effettivamente vola, oggi, da Agadez, le ipotesi degli analisti vanno dal tasking limitato della Force Aérienne du Niger alla presenza di asset turchi (Bayraktar TB2 e Akinci, già in servizio in Mali e Burkina) e a sporadica presenza russa. È esattamente il tipo di domanda a cui un’immagine SkySat o Pelican ad alta risoluzione, ripetuta su base settimanale, può rispondere meglio di qualsiasi comunicato ufficiale.
L’asse Sahel-Repubblica Centrafricana è il vero quartier generale africano del sistema russo. La Repubblica Centrafricana, infatti, ospita dal 2018 la Wagner e oggi l’Africa Corps, in cambio di concessioni minerarie aurifere e diamantifere e della difesa fisica del regime di Faustin-Archange Touadéra.



La sequenza di queste nove immagini delinea un sistema. Non un’occupazione militare nel senso classico – Africa Corps è ridotta in numeri, qualche migliaio di uomini in tutto il continente – ma una rete di piattaforme essenziali: un aeroporto a Gao, uno a Niamey, uno ad Agadez, due basi a Bangui e Berengo. Da questi punti si muovono addestratori, consiglieri, intelligence, e talvolta operazioni dirette. Dietro, un sistema di pagamento in concessioni minerarie aurifere e di legname, che sostiene economicamente il dispiegamento.
Per chi osserva dall’alto, il dato saliente è semplice. Dopo la chiusura della missione delle Nazioni Unite in Mali (Minusma) e l’espulsione di Francia e Stati Uniti, sul terreno non restano osservatori internazionali. Quello che vediamo di queste basi viene dall’orbita, e quasi esclusivamente da costellazioni commerciali. Una scelta di trasparenza per default, fatta dieci anni fa da una manciata di aziende e di agenzie spaziali, oggi tiene aperta sul Sahel una finestra che senza di loro sarebbe già chiusa.
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