Le nuove tecnologie stanno trasformando la guerra in un pantano permanente

29 Maggio 2026 - 05:38
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Le nuove tecnologie stanno trasformando la guerra in un pantano permanente

La tecnologia militare diventa sempre più intelligente. E proprio per questo la guerra rischia di diventare una scelta sempre più stupida. Sembra una forzatura, anche un po’ naïf, eppure è la realtà con cui tutti i giorni deve fare i conti chi conduce una guerra d’invasione senza ottenere risultati – citofonare Vladimir Putin per maggior informazioni – o chi sperava di cavarsela con attacchi mirati e improvvisi – Donald Trump in Iran. Nasce da qui la nuova cover story dell’Economist. «Queste due guerre esemplificano due nuove verità del campo di battaglia: la tecnologia ha reso più difficile per qualsiasi esercito avanzare sul terreno; ha anche reso più facile per le potenze più deboli, quando attaccate da quelle più forti, seminare il caos», si legge nell’articolo di presentazione del numero.

Per decenni la superiorità tecnologica è stata raccontata come il modo per rendere i conflitti più rapidi e più chirurgici. La promessa implicita dell’era americana post-Guerra Fredda era semplice: satelliti, tecnologie stealth, missili di precisione e superiorità informatica avrebbero permesso alle grandi potenze occidentali di vincere guerre rapide limitando le perdite e i costi. L’Economist sostiene che stia accadendo quasi il contrario.

Ne abbiamo parlato spesso negli ultimi mesi qui a Linkiesta. La diffusione di droni economici, sensori, immagini satellitari, software di targeting e sistemi guidati dall’intelligenza artificiale sta trasformando il campo di battaglia in uno scenario di molto diverso da quello immaginato negli anni Novanta e Duemila. «I soldati sono molto più esposti sul campo di battaglia. Sensori e satelliti possono individuarli; piccoli droni economici possono ucciderli», scrive l’Economist. È come se la guerra contemporanea fosse diventata più trasparente, rendendo sempre più difficile nascondersi. E quindi muovere colonne di mezzi, costruire grandi basi operative o accumulare uomini e materiali in un singolo punto significa esporsi immediatamente a una rete di osservazione e attacco quasi permanente.

È soprattutto l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ad aver reso evidente questo cambiamento. Il fronte si è trasformato in una gigantesca “kill zone” sorvegliata da droni e vari strumenti di monitoraggio. Intere aree del fronte sono diventate praticamente impossibili da attraversare. Perfino carri armati e mezzi blindati, simboli della potenza militare del Novecento, oggi possono essere distrutti da velivoli che costano una frazione. Per questo l’Economist sostiene che la nuova tecnologia militare stia rendendo «più facile per gli Stati più deboli resistere e dissanguare quelli più forti».

Ogni scenario di guerra ha le sue peculiarità, ma ci sono dettagli che si ripetono, dall’Ucraina a Gaza, dall’Iran fino a Taiwan. Per anni in Occidente la guerra è stata pensata come una sequenza di strike chirurgici capaci di paralizzare il nemico. Ma bombardare infrastrutture, eliminare comandanti o distruggere depositi non significa necessariamente ottenere risultati politici duraturi. Non oggi almeno. Anzi, più il campo di battaglia è saturo di sensori e capacità offensive distribuite, più i conflitti tendono a rallentare, frammentarsi e trasformarsi in guerre di logoramento. L’Economist suggerisce che la tecnologia contemporanea stia riportando al centro qualcosa che il mondo occidentale aveva quasi dimenticato: l’attrito. Le guerre si impantanano facilmente, con il passare del tempo diventano sempre più difficili da chiudere, figuriamoci controllarne l’andamento. E di conseguenza diventano anche più costose del previsto.

In un’analisi pubblicata sul Washington Post lo scorso marzo, Fareed Zakaria sosteneva che «l’economia della guerra viene capovolta». La nuova aritmetica della guerra, la chiama Zakaria, dice che chi attacca spende migliaia di dollari, chi si difende milioni. È ovviamente una semplificazione, imprecisa per definizione. Però i droni Shahed iraniani usati dalla Russia aiutano a capire meglio il punto: costano poche decine di migliaia di dollari, spesso vengono intercettati con missili occidentali che valgono da uno a quattro milioni ciascuno. Era accaduto lo scorso settembre in Polonia, ne avevamo parlato qui: le incursioni dei droni russi nello spazio aereo polacco avevano dimostrato quanto per la Nato fosse insostenibile usare F-16 e F-35 per neutralizzare i velivoli low cost del Cremlino. Quella sproporzione economica sembra diventata il centro stesso di quasi tutte le guerre.

L’Economist fa alcuni esempi significativi: «I soldati israeliani in Libano si trovano ora ad affrontare lo stesso tipo di droni sperimentati in Ucraina. I missili iraniani sono molto più precisi degli Scud iracheni lanciati durante la prima guerra del Golfo. Se la Cina tentasse di invadere Taiwan, le sue forze di sbarco si troverebbero di fronte a una vera e propria tempesta di droni. La superiorità aerea è ora più difficile da ottenere e offre ai soldati una protezione minore rispetto al passato, a causa del nuovo strato di spazio aereo saturo di droni».

L’idea che l’innovazione tecnologica avrebbe reso la guerra veloce, pulita e controllabile si è rivelata un’illusione. Le invasioni sono diventate paradossalmente più costose, e le vittorie politiche molto più difficili da ottenere. Per questo la frase finale dell’Economist suona così importante: «Più la tecnologia militare diventa intelligente, più le guerre di scelta sembrano stupide».

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